GROSSETO. All’inizio si sentiva soltanto una voce. Bassa, continua, cadenzata. Una specie di litania che usciva da una delle celle del carcere di via Saffi e che, minuto dopo minuto, ha finito per terrorizzare due giovani detenuti.
Quando gli agenti della polizia penitenziaria sono intervenuti hanno trovato una situazione che, almeno a Grosseto, non ricordano di aver mai affrontato prima. Uno dei due ragazzi marocchini era sotto choc, l’altro, poco dopo, si è sentito male ed è stato accompagnato con un’ambulanza del 118 all’ospedale Misericordia.
L’uomo che aveva pronunciato quella lunga formula, un detenuto senegalese, avrebbe poi spiegato di aver compiuto un rito tradizionale del suo Paese, invocando spiriti e demoni contro i compagni di cella.
È successo domenica 28 giugno nel carcere di via Saffi, dove un episodio tanto insolito quanto delicato ha costretto il personale a intervenire immediatamente.
Tre giovani costretti a vivere insieme
Nella stessa cella vivevano tre giovani detenuti: due di origine marocchina e uno senegalese.
Da tempo tra loro la convivenza era diventata difficile. Non c’erano mai state aggressioni o episodi particolarmente gravi, ma quella tensione che, in carcere, può crescere lentamente fino a diventare pesante. In pochi metri quadrati si divide tutto: il tempo, gli spazi, il sonno, i silenzi.
E spesso anche una semplice antipatia finisce per amplificarsi.
Domenica, però, quella tensione ha preso una strada completamente diversa.
La litania e il malore
Il detenuto senegalese avrebbe iniziato a recitare una lunga formula, quasi un mantra.
Una volta terminata, avrebbe spiegato agli agenti di aver eseguito un rito appartenente alla tradizione del suo Paese, invocando spiriti e demoni contro i due compagni di cella.
Che cosa abbia pronunciato realmente è impossibile stabilirlo. Quello che invece è accaduto subito dopo è stato ben reale.
I due detenuti marocchini si sono profondamente impressionati.
Uno è stato tranquillizzato dagli agenti della polizia penitenziaria intervenuti nel reparto. L’altro ha accusato un malore che ha richiesto l’intervento dei sanitari del 118. Dopo le prime cure è stato accompagnato al Misericordia per gli accertamenti.
La decisione di separare i detenuti
Per riportare la calma, il personale del carcere ha deciso di trasferire il detenuto senegalese in un’altra cella, evitando che potesse tornare a contatto con gli altri due giovani.
Una misura adottata nell’immediato e mantenuta anche nei giorni successivi, proprio per evitare che la situazione potesse degenerare di nuovo.
Sembrava che tutto fosse finito lì. Ma mancava ancora l’ultimo capitolo di questa storia.
Lo studioso del Corano entra nella cella
Tra i detenuti presenti nel carcere di Grosseto ce n’è uno che, prima di entrare in cella per scontare una condanna definitiva relativa a fatti commessi molti anni fa, aveva completamente cambiato vita.
Aveva intrapreso un profondo percorso religioso, dedicandosi allo studio del Corano fino a diventarne un profondo conoscitore e un punto di riferimento per molti detenuti musulmani.
Quando ha saputo quello che era successo, ha chiesto di poter entrare nella cella.
Lì ha letto alcuni passi del Corano e ha recitato una preghiera. Secondo la tradizione religiosa dei detenuti coinvolti, quella lettura aveva lo scopo di rassicurare i due giovani marocchini e di “purificare” la cella da ciò che ritenevano fosse stato evocato durante il rito.
Dopo quel momento, la tensione si è lentamente sciolta e i due detenuti hanno ritrovato la serenità.
Una storia di paura più che di superstizione
Che cosa sia realmente accaduto in quella cella probabilmente lo sanno soltanto i tre protagonisti.
Di certo non ci sono prove di fenomeni inspiegabili. C’è stata però una paura autentica, alimentata da convinzioni profondamente radicate e da un contesto particolare come quello del carcere, dove ogni emozione viene amplificata.
In pochi metri quadrati convivono persone che arrivano da Paesi diversi, parlano lingue differenti e portano con sé culture, tradizioni e credenze che fanno parte della loro storia.
Domenica pomeriggio, dentro una cella del carcere di Grosseto, si sono incontrati due mondi. Da una parte un rito che, secondo chi lo ha pronunciato, appartiene alla tradizione del suo Paese. Dall’altra la lettura del Corano, scelta per restituire serenità a chi, dopo quella litania, non riusciva più nemmeno a dormire.
Più che una storia di magia o di superstizione, quella vissuta nel carcere di via Saffi è una storia di paura. Perché la paura, soprattutto in un luogo dove si vive chiusi ventiquattr’ore su ventiquattro, può diventare più forte della realtà.





