GROSSETO. «Mammeglio», «Dai su! È costì sulla madia», «Mettiti alla poventa», «Bada che quella mela è maltita» e ancora «Si va pe’ ‘l mondo» oppure «A me mi garba». Sono tutte parole maremmane che, con un po’ di fatica, sono sopravvissute alla standardizzazione del linguaggio. Parole che hanno varcato i confini nazionali, arrivando fino in Spagna attraverso il libro “Il lessico della prode” di Sandro Fracasso e Stefano Erasmo Pacini.
L’occasione dell’incontro è stata una presentazione organizzata a Huesca, in Spagna, per l’anniversario della guerra civile spagnola, in cui molti antifascisti maremmani hanno combattuto. Un evento nato grazie all’invito di un’amica bibliotecaria e che si è trasformato in qualcosa di molto più grande.
«C’è un debito storico con l’Italia e con la Toscana, perché molti antifascisti partirono proprio da qui per combattere nelle Brigate Internazionali – racconta Gianpaolo Penni, che ha aiutato nell’organizzazione della presentazione – Io non sono potuto andare per questioni lavorative, ma so che la partecipazione è stata meravigliosa, molto più ampia di quanto ci aspettassimo».
Dal maremmano alla Spagna
Fra i momenti più intensi c’è la storia di uno degli scrittori, Alessandro Fracasso, che proprio attraverso quel lavoro ha ritrovato la storia dello zio partito a combattere sul fronte di Huesca.
«Pensavamo fosse una cosa nostra, legata solo a Tatti e alla Maremma, non ci aspettavamo così tanta partecipazione. Hanno partecipato italiani di seconda generazione e molti spagnoli – dice Penni – Il dialetto non è una lingua morta, perché cambia continuamente, assorbe parole nuove, si maremmanizza. Credo che questa sia la cosa da valorizzare».
Al centro del libro c’è soprattutto il linguaggio. Un dialetto che, secondo Penni, viene spesso considerato qualcosa di destinato a sparire ma che continua invece a trasformarsi e a restare vivo.
«Questo accade anche perché la Maremma ha connessioni con molti territori, fra cui anche il Veneto: sono molti i veneti che hanno acquistato il libro. Le copie vendute sono intorno alle 700 – dice Penni – E nei miei viaggi ho ritrovato l’ottava rima in diversi paesi, fra cui anche il Brasile».
«Le isole linguistiche vanno difese»
Il dialetto diventa anche uno strumento di resistenza culturale contro la standardizzazione del linguaggio.
«Ci sarebbe bisogno di difendere queste isole linguistiche. Ci sono parole che raccontano mondi interi, personaggi, famiglie, territori. È una cultura che continua a vivere – dice Penni – Eppure si sta perdendo un po’».
Il viaggio del libro fino alla Spagna è nato da una battuta, quasi per caso. «Ero in contatto con una mia cara amica, Arantza Cancer Ananos – racconta Penni – Lei lavora per la biblioteca municipale “Ramon J. Sender”, dove è stato presentato il libro. Agli scrittori è piaciuta molto l’idea e hanno risposto con un “si va pe’ ‘l mondo allora”».
«Abbiamo organizzato anche un laboratorio culturale a favore dell’integrazione per bambini rom e nordafricani. A loro hanno insegnato parole come libertà e condivisione – conclude – Lì c’è un modello totalmente diverso e meraviglioso».
Le pagine bianche
Si sa, nel maremmano c’è un detto per tutto. Ce ne sono dei più disparati: da «Ariborda!» a «L’orto vole l’omo morto!», passando per «Pare la fame del ’48!». Ci sono modi di dire per tutti i gusti, talmente tanti che racchiuderli tutti è impossibile.
E questo vale anche per le parole: meria (ombra), maltita (ammaccata), cudera (formica), granata (scopa) e, anche se non sembra, secchioni per indicare i bidoni dell’immondizia.
«Tutte le volte che abbiamo organizzato una presentazione del libro molti dicevano che mancavano alcuni detti – dice Penni – Ed è per questo che gli autori hanno lasciato delle pagine bianche, in cui tutti possono aggiungere i loro modi di dire e le parole che si usano nel loro borgo».





