SEMPRONIANO. Ci sono viaggi che non si misurano in chilometri, ma in distanza da ciò che si è stati.
Quello di Mihal, giovane leone di quattro anni, è uno di questi.
Perché quando il furgone si è messo in moto, lasciando alle spalle una proprietà privata in Albania, non stava soltanto attraversando confini geografici, ma stava lentamente scivolando fuori da una vita che, pur non essendo mai stata priva di cure, non poteva più contenerlo. Dietro di sé lasciava uno spazio troppo piccolo per un animale nato per dominare orizzonti; davanti, senza saperlo, aveva il respiro ampio e lento delle colline maremmane.
Il viaggio è durato due giorni, oltre tremila chilometri percorsi con attenzione, autorizzazioni, veterinari al seguito, soste studiate e silenzi rispettati. Un trasferimento complesso, costruito passo dopo passo grazie alla collaborazione tra Fondazione Animanatura e Dungler Foundation for Animal Welfare, associazioni e squadre di recupero, ma soprattutto reso possibile da una scelta che non è affatto scontata: quella di chi ha deciso di lasciarlo andare.
I suoi proprietari, infatti, non lo avevano mai abbandonato nel senso più crudele del termine. Mihal era nutrito, seguito, osservato. Ma a un certo punto, guardandolo crescere, hanno compreso ciò che spesso viene ignorato: che l’affetto umano non può sostituire la natura di un animale selvatico, e che prendersi cura, a volte, significa anche rinunciare. Così è nata la donazione, un passaggio delicato da una dimensione privata a un sistema strutturato, pensato per garantire non solo la sopravvivenza, ma una qualità della vita finalmente adeguata.
Un santuario nel cuore della Maremma
È tra queste colline, a pochi chilometri dalle acque calde e sulfuree di Saturnia, che si estende Animanatura Wild Sanctuary, un luogo che sfugge a ogni definizione semplice e che, proprio per questo, richiede di essere raccontato con attenzione.
Qui non ci sono viali affollati né spettacoli programmati. Non ci sono orari per “vedere” gli animali, perché gli animali non sono mai esposti: vivono. E vivono in spazi ampi, immersi in un paesaggio che non è stato costruito per loro, ma che loro abitano, adattandosi lentamente, ritrovando gesti antichi, recuperando comportamenti che altrove erano impossibili.
(foto di Aldo Giuliani)
Il santuario si estende attualmente su 23 ettari di terreno, ma ci sono oltre 80 ettari a disposizione per un futuro sviluppo e per aiutare altri animali bisognosi. Di questi, circa 14 ettari sono visitabili dal pubblico e i visitatori attraversano un percorso che si snoda tra alberi e silenzi, offrendo un’esperienza che assomiglia più a una camminata nel cuore della natura che a una visita tradizionale.
Qui si trova un mosaico di boschi, radure, pendii e zone d’ombra in cui la presenza umana resta sempre sul margine.
Non è un caso che qui si parli spesso di “forest bathing”: non solo osservazione, ma immersione. Non solo vedere, ma sentire.
Da centro di recupero a rifugio permanente
La storia del santuario affonda le radici nel 1996, quando, grazie alla collaborazione con Wwf Italia e la Provincia di Grosseto, nacque il Centro di Recupero Animali Selvatici della Maremma.
Un percorso avviato dal dottor Marco Aloisi, che proprio quest’anno celebra 30 anni di attività, e che ha rappresentato il punto di partenza di una realtà oggi riconosciuta a livello nazionale.

Nel corso degli anni, quel centro – poi diventato C.R.A.S.E. – ha accolto, curato e gestito decine di migliaia di animali, tra fauna autoctona ed esotica, molti dei quali provenienti da sequestri, confische o situazioni di detenzione inadeguata.
Più di 18.000 animali nativi e oltre 3.000 esotici sono passati da qui negli ultimi 25 anni in un lavoro silenzioso e continuo che ha portato il centro a essere riconosciuto a livello nazionale come punto di riferimento per l’accoglienza di animali pericolosi e per la conservazione ex situ della fauna.
Animanatura Wild Sanctuary nasce proprio da questa esperienza, come evoluzione naturale di un percorso che non si limita più alla cura temporanea, ma si apre all’idea di offrire una casa permanente a quegli animali che non potranno mai essere reintrodotti in natura.
Oggi il santuario ospita circa 450 animali appartenenti a una cinquantina di specie diverse, tra mammiferi e uccelli, ciascuno con una storia diversa alle spalle: circhi dismessi, giardini zoologici, sequestri, donazioni. Storie che spesso non hanno un lieto fine, ma che qui trovano almeno una possibilità di quiete.
La filosofia del limite
Ciò che distingue profondamente questo luogo è una scelta precisa, quasi radicale: mantenere la distanza.
Non esiste contatto diretto tra esseri umani e animali. Non esistono aree attraversabili. Non esistono momenti in cui il pubblico può interferire con la vita degli ospiti. Questa distanza non è una barriera, ma una forma di rispetto, una condizione necessaria affinché gli animali possano recuperare, per quanto possibile, una dimensione autentica.
In questo senso, la visita si rovescia: non siamo noi a guardare loro, ma spesso sono loro a osservare noi, nascosti tra gli alberi, immobili sulle colline, sdraiati al sole o completamente invisibili. È un’esperienza che richiede pazienza, attenzione, e una disponibilità a non avere tutto subito.
L’arrivo di Mihal: adattarsi, lentamente
Quando Mihal è arrivato a Semproniano, il suo mondo non si è improvvisamente spalancato.
È stato portato in un’area più contenuta, protetta, studiata per permettergli di orientarsi, di prendere confidenza con nuovi odori, nuovi suoni, nuove presenze. Un passaggio necessario, perché anche la semi-libertà, quando arriva dopo anni di spazio limitato, può essere disorientante.
Solo in un secondo momento gli è stato concesso di accedere a spazi sempre più ampi, fino all’area esterna di oltre 5.000 metri quadrati che oggi esplora quotidianamente. Qui trascorre la maggior parte della giornata, mentre la notte, come tutti i felidi del santuario, rientra in spazi protetti per ragioni di sicurezza.
Ma ciò che segna davvero una svolta nella sua vita non è soltanto la dimensione dello spazio.
È la possibilità di relazione.
L’incontro con Saturnia
La leonessa si chiama Saturnia, come le terme poco distanti, e porta con sé un passato altrettanto complesso. È arrivata al santuario prima di Mihal e ha un comportamento più solitario, più prudente, quasi diffidente.

Per giorni si sono osservati attraverso una recinzione, in una fase di conoscenza lenta, fatta di odori, posture, distanze calibrate. Poi è arrivato il momento dell’incontro diretto, gestito con attenzione dal team che lavora ogni giorno per garantire equilibrio e sicurezza.
Non è stata una scena spettacolare, né un’immediata unione.
Oggi i due condividono lo stesso spazio, ma continuano a muoversi come due presenze autonome: quando uno si avvicina, l’altro si allontana; quando uno entra, l’altro esce. È un equilibrio fragile, ancora in costruzione, che richiederà tempo.
E proprio in questo tempo si misura il senso del santuario: non forzare, non accelerare, non pretendere.
Lasciare che accada.
Un ecosistema costruito per il futuro
Il santuario non è soltanto ciò che si vede. Una parte significativa dell’area resta inaccessibile al pubblico, riservata agli animali più sensibili.
L’obiettivo è crescere, non in termini di visibilità, ma di capacità di accoglienza, in un contesto europeo in cui sempre più animali necessitano di strutture adeguate.
Il microclima della zona, mitigato dalla presenza del mare dell’Argentario e protetto dal bosco retrostante, offre condizioni ideali per molte specie, riducendo al minimo le necessità di interventi artificiali.
Tutto il resto è natura che fa il suo corso.
Un luogo che non vuole essere visto, ma compreso
Animanatura ha aperto al pubblico nel 2024 con un obiettivo chiaro: educare.
Non attraverso spettacoli o attrazioni, ma attraverso la conoscenza delle storie individuali degli animali e delle cause che li hanno portati qui.
Il biglietto d’ingresso diventa così uno strumento di sostegno concreto, ma anche un gesto di responsabilità: entrare in questo luogo significa accettare le sue regole, i suoi tempi, la sua filosofia.
Non è un posto per tutti.
E forse è proprio questo il suo valore.
Il secondo capitolo di Mihal
Oggi Mihal cammina tra gli alberi con una sicurezza crescente, fermandosi a osservare, annusando l’aria, lasciando che ogni passo costruisca una nuova abitudine. Lo può fare grazie all’intervento di Fondazione Animanatura e la Dungler Foundation for Animal Welfare. A volte si stende al sole, completamente esposto, altre volte si ritira sotto gli alberi d’ulivi, invisibile.
Non ha dimenticato ciò che è stato ma non è più confinato lì.
Perché tra queste colline, dove il vento arriva dal mare e il silenzio ha un suono preciso, la sua storia ha smesso di essere una parentesi e ha iniziato a diventare qualcosa di più ampio, più lento, più vero.
Un secondo capitolo, finalmente scritto con lo spazio necessario.




