MANCIANO. Erano anni difficili: c’era poco da mangiare, la guerra stava distruggendo tutta l’Italia e le persone morivano per difenderla. Ma c’era una cosa che tutti facevano all’epoca, qualcosa che oggi si sta perdendo, la solidarietà. È così che si può riassumere la storia di una famiglia di Manciano, che ha salvato la vita a un soldato, Diego Ferrara, nel 1944, dopo che i tedeschi li avevano attaccati.
Un gesto colmo di umanità e generosità, che ha salvato una vita. «I tedeschi si stavano ritirando verso la Linea Gotica e la guerra si stava per concludere. Mio padre, allora aviere di stanza a Orbetello, si trovava con altri militari: erano stati fatti prigionieri e li stavano trasferendo per internarli in Germania – dice Vincenzo Ferrari, il figlio del soldato – Arrivati nelle vicinanze di Manciano, nella zona della Sgrilla Vallerana, a causa del terreno fangoso i carri si sono impantanati».
Da lì il caos. «C’è stato un fuggi fuggi tra i soldati, tra cui mio padre. Questo ha scatenato la reazione dei tedeschi, che hanno ucciso e ferito gravemente molti militari. Tra i feriti gravi c’era anche lui – dice Vincenzo – Pensarono che mio padre fosse morto e lo lasciarono lì in mezzo ai cadaveri degli altri. Era stato colpito alla testa e in diverse parti del corpo con il calcio di un fucile».
Salvato e portato in psichiatria a Siena
Le ferite della guerra rimangono anche dopo la sua conclusione. Sono molti i soldati che sviluppano problemi mentali a causa di quello che hanno vissuto, basti pensare al disturbo post traumatico da stress. E nel 1944 non c’erano i mezzi odierni per curare anche la salute psicologica di chi ha imbracciato il fucile ed è sceso in battaglia.
«Mio padre era un aviere durante la Seconda guerra mondiale e ha ricevuto le onorificenze del caso, ma la storia della famiglia di Manciano in pochi la sanno. Il loro è stato un vero e proprio atto eroico – dice Vincenzo – Dopo che gli hanno salvato la vita, piano piano si è ripreso fisicamente. Ma portava ferite mentali: allora lo hanno preso, lo hanno caricato su un cavallo e lo hanno portato in un ospedale psichiatrico di Siena, per oltre cento chilometri».
«Sono in possesso anche di una lettera datata 2 aprile 1945 – continua – scritta da mio padre mentre era ricoverato e indirizzata proprio a quella famiglia. Mio padre è rimasto con loro per oltre un anno, con un vissuto molto più complesso di quanto si possa raccontare».
All’epoca la salute mentale era gestita in modo totalmente diverso, tanto che aperti c’erano i manicomi. «Mio padre aveva delle crisi, ogni tanto gli capitava di bloccarsi ed entrava in uno stato vegetativo, per questo lo portarono dove potevano provare a curarlo – dice Vincenzo – E quando non ebbero sue notizie per un po’, decisero di andare all’ospedale psichiatrico per prenderlo di nuovo con loro, firmando per la sua dimissione».
La famiglia di Manciano
La guerra lascia ferite indelebili, che toccano più e più generazioni. Vincenzo, per esempio, ha vissuto tanti anni con le crisi del padre. «Mio padre ha subito un trauma molto forte per liberare l’Italia e per anni aveva le sue crisi – dice – Negli anni è stato ricoverato anche all’ospedale psichiatrico di Reggio Calabria, un dramma che negli anni Sessanta ha segnato la nostra famiglia».
«Le parole che ricorrevano nei suoi momenti di crisi erano: “Aiuto, capitano, ci stanno uccidendo”. A quel richiamo seguiva uno stato di totale smarrimento, con lo sguardo atterrito e assente – continua – L’ultima crisi nel 1991, quando ha sentito le parole di Maurizio Cocciolone durante la guerra del Golfo: disse che stava mentendo. Poi disse la frase che ripeteva sempre prima di una crisi, ovvero che dovevano scappare altrimenti li avrebbero uccisi, e poi entrò in stato vegetativo».
Oggi resta una riflessione. «Quante persone, in un tempo segnato dalla guerra, dalla paura e dalla violenza, avrebbero trovato la forza di mettere a rischio la propria vita per salvare uno sconosciuto? Una storia di eroismo silenzioso, rimasta per anni tra poche persone, ma che oggi torna a chiedere di essere ricordata – conclude Vincenzo – Vorrei ricordare questa storia anche perché si avvicina il 25 aprile e dietro la Liberazione ci sono vite stroncate e veterani che hanno perso una parte di sé».



