CINIGIANO. A volte la scelta del cuore cambia un’intera vita. È quella che ha portato Erika Morselli, originaria della provincia di Modena, a lasciare l’Emilia Romagna per trasferirsi a Monticello Amiata, nel comune di Cinigiano. Un piccolo borgo che l’ha conquistata fin dal primo incontro e dove ha rilevato il bar del paese.
«Ho scoperto Monticello per caso, nel 2016 – dice Morselli – e da allora ho sentito che questo era il mio posto. Mi sono integrata subito, ho trovato amici veri e tornavo ogni volta che potevo. Nel 2018 ho portato qui mio marito, anche lui si è innamorato del paese, e abbiamo deciso di cercare casa».
Dal sindacato al bancone di un bar
Per quindici anni Erika ha lavorato come sindacalista della Cgil, poi è tornata in fabbrica. Ma il richiamo della Maremma era troppo forte e ha deciso di trasferirsi con suo marito. E, quando il bar del paese ha chiuso durante il Covid, lei ha deciso di rilevarlo e di farne un punto d’incontro per la comunità.
«Non ci siamo trasferiti ad occhi chiusi, abbiamo proprio scelto la Monticello, prima ancora di avere una casa mio marito aveva già trovato lavoro – dice Erika – Ci sono due ristoranti e due bar, e il mio è un’attività sana, ma il problema è trovare personale. Finché avevo collaboratori riuscivo a gestire tutto, ora siamo rimasti in due: io e una dipendente».
Il nodo del personale: «Servono giovani, non li troviamo più»
Il lavoro non manca, ma mancano i dipendenti.
«Cerco qualcuno per gli orari pomeridiani e serali tra i 18 e i 29 anni, per un contratto di apprendistato. Il guaio è che da questi piccoli paesi i giovani se ne vanno. E così, senza personale, i servizi chiudono e i borghi si svuotano. È un cane che si morde la coda – dice Erika – I nostri dipendenti stanno bene, e io non ho mai saltato uno stipendio».
Erika tiene in piedi il suo “barrettino” quasi da sola.
«Oltre a servire al banco faccio stampe, raccolgo oggetti smarriti, organizzo concerti, dj set, presentazioni di libri e feste di compleanno. Non sempre ci guadagno, ma lo faccio per il paese. Il bar è un punto di ritrovo per tutti, un presidio sociale – dice Erika – Chi vive al nord ha stipendi più alti ma non ha tempo per vivere. Qui la qualità della vita è straordinaria, ma vedere che chi ci vive non riesce a metterne a frutto le potenzialità dispiace. Servirebbe più collaborazione tra le attività. Da sola non ce la faccio più. Sto pensando di chiudere e tornare dipendente, ma sarebbe un colpo durissimo per la comunità».
La storia di Erika è quella di tanti piccoli imprenditori che tengono viva la Maremma interna con passione e sacrificio. Un esempio di resistenza quotidiana che racconta la forza e la fragilità dei borghi dell’Amiata.



