DI ROSSANO MARZOCCHI
GROSSETO. «Carri nemici fatta irruzione a sud. Con ciò Ariete accerchiata. Trovasi circa cinque chilometri nord ovest Bir el Abd. Carri Ariete combattono».
Non è la frase di un film. È la storia d’Italia e di uomini valorosi. Come il concittadino Giuseppe Fommei.
Quella frase, infatti, è l’ultimo comunicato radio della Divisione Ariete prima della sua distruzione, il 4 novembre 1942, avvenuta in un luogo che non si può dimenticare: El Alamein.
E il primo capitano dei Carristi Giuseppe Fommei, scomparso il 3 luglio 2019 all’età di 99 anni, combatté quella memorabile e tragica battaglia come sottotenente proprio nella Divisione Ariete.
Dalla nascita a Grosseto alla Divisione Ariete
Nato a Grosseto, in piazza delle Catene, il 15 luglio del 1920, primo di tre maschi, Beppe, come lo chiamavano confidenzialmente gli amici, raccolse le memorie di quel periodo, in cui morirono sul campo oltre 5200 soldati italiani, nei suoi “Appunti di guerra e di prigionia 1940-1945”, conservati dai suoi familiari.
“Appena ventiduenne”, scrive Fommei, che qualche anno addietro ha raccontato personalmente quei fatti a chi scrive, «mi trovavo schierato come ufficiale al comando di cinque carri armati M13/40, in una zona tra le più aride e insopportabili del deserto egiziano. La mia Divisione, Ariete, combattendo da Bir Haheim, con uno sfrenato inseguimento del nemico, era giunta alquanto stremata ad El Alamein».
Storie di guerra, dolore e umanità
E su quel campo di battaglia, Fommei visse storie di dolore e solidarietà umana, di morte e speranza. Alcune veramente da film, come quando i soldati italiani si fermarono per la celebrazione della messa.
Tutti gli equipaggi uscirono dai carri (rimase in torretta un graduato), e di lì a poco un Lancia 3RO, appositamente preparato, si posizionò davanti allo schieramento. Nel rimorchio c’era un altare bianco ornato di rami di palma.
Durante la celebrazione, all’improvviso uno Spitfire sbucò dal nulla e sfrecciò a bassa quota, puntando verso l’altare.
«L’aereo poi si allontanò, mentre, dissipandosi la polvere sollevata, si scorsero i tre sull’altare che continuarono il loro servizio religioso. Ma eccolo nuovamente compiere una virata e puntare decisamente sull’umile bersaglio (mio Dio, pensai, questa volta non ci sarà scampo per loro). Invece, con grande meraviglia l’aereo sorvolò a grande velocità l’altare, oscillando le ali in segno di scusa e di rispetto. Ancora un passaggio con il solito segno di saluto e sparì. Con i miei dell’equipaggio, annichilito e con gli occhi lucidi, per un momento pensai, presente Cristo, che le armi avevano taciuto e i nemici si erano sentiti fratelli».
La prigionia e il ritorno in Italia
Il resto è storia tristemente nota, fino a quel famoso radiomessaggio che annuncia il totale accerchiamento dell’Ariete che, nonostante tutto, combatte.
Fommei sopravvisse, ma successivamente a Enfidaville, a sud di Tunisi, fu fatto prigioniero e detenuto in Algeria per tre anni, durante i quali apprese anche della perdita di suo fratello Enzo, tra le file degli Alpini che combattevano in Russia.
La nuova vita tra calcio, lavoro e famiglia
Poi l’incredibile. Fu rimandato in Italia e tornò a Grosseto, dove seppe anche ritirare fuori la passione e il talento sportivo che l’avevano contraddistinto prima della guerra, quando a diciassette anni aveva esordito nell’Unione Sportiva Grosseto.
Tornò infatti a giocare con successo a calcio nel segno del Grifone. La conquista del campionato di serie C indusse varie squadre della prima serie, tra cui la Fiorentina, a interessarsi a lui.
Proprio nell’ufficio del presidente viola la trattativa stava andando in porto, quando Fommei ricevette un telegramma che gli comunicava di aver ottenuto un posto in banca.
E Beppe, frattempo sposato con Lia Fantacci, scelse la banca, che rappresentava una sicurezza per il futuro della sua famiglia, che si era anche arricchita di ben tre figlie: Angela, Silvana e Alberta, che hanno ascoltato fino a pochi anni fa dalla viva voce del babbo le mirabolanti e tragiche avventure di quasi un secolo di storia italiana.
Rossano Marzocchi, nota biografica
Rossano Marzocchi è nato e vive a Grosseto. Giornalista pubblicista, già direttore di banca, è un attento studioso e cultore di storia locale, tematica che da molti anni tratta su quotidiani e periodici legati al territorio.
In particolare, dal 2011 al 2025, su La Nazione Grosseto ha ripercorso ogni domenica le vite di uomini e donne che hanno segnato la Maremma, raccontando negli anni le storie di oltre seicento personaggi.
È membro delle redazioni del settimanale Toscana Oggi/Rinnovamento e del mensile Maremma Magazine, del consiglio di amministrazione della Fondazione Luciano Bianciardi e dell’Arciconfraternita di Misericordia di Grosseto.
Ha ricoperto in passato incarichi pubblici e istituzionali, tra i quali membro della Commissione Toponomastica del Comune di Grosseto, della Commissione consultiva del Teatro Comunale degli Industri e commissario dell’Azienda Farmaceutica Comunale. Per il suo impegno per il territorio, nel 2005 è stato insignito anche dell’onorificenza di Commendatore della Repubblica.
È autore, inoltre, di numerosi saggi che affondano la penna nella Maremma e nella sua gente. Tra questi, Vite nel vento – Storie e persone che hanno segnato l’ultimo secolo in Maremma” (Polistampa, 2009), acquisito anche dalle biblioteche statunitensi delle Università di Princeton, Harvard e Yale, nonché dalla Library of Congress e dalla New York Public Library; Maremma voce dell’anima – Il linguaggio della nostra terra (Innocenti Editore, 2017); La storia dei Grifoni – Sessant’anni del premio della Proloco di Grosseto, scritto insieme a Umberto Carini (Innocenti Editore, 2018).
Nel 2025, La Nazione ha pubblicato il libro da lui curato “Storie di Maremma – Grosseto e la sua terra nei volti dei protagonisti”, che raccoglie una selezione di articoli dell’autore tra quelli pubblicati nel tempo per il giornale.




