GROSSETO. Ci sono tre imputati, seduti in posizioni diverse, separati non solo dalla distanza fisica ma da versioni che non coincidono mai, e poi c’è un uomo di 40 anni che, dentro quell’aula, continua a essere chiamato ragazzo, come se quel diminutivo potesse in qualche modo attenuare la violenza della sua fine.
Nicolas Mathias Del Rio era un padre, ed è morto.
Per la sua morte i pubblici ministeri Valeria Lazzarini e Giovanni De Marco hanno chiesto due ergastoli e una condanna a 20 anni, richieste pesantissime che incombono sull’aula come un macigno. Eppure mercoledì 25 marzo, nel momento in cui le difese prendono la parola, accade di nuovo ciò che accompagna questo processo fin dal primo giorno: nessuno si assume la responsabilità dell’omicidio.

Non è successo al momento dell’arresto, non è successo durante l’istruttoria, e non succede neppure adesso, quando il processo si avvicina al suo snodo più delicato, quello in cui le parole dovrebbero stringersi attorno a una verità condivisa.
E invece no.
La verità si allontana, si sposta, cambia direzione, come se fosse un oggetto impossibile da afferrare, mentre le responsabilità scorrono da un imputato all’altro, senza mai fermarsi davvero.
Il gioco di specchi delle difese
Non è uno scontro frontale quello che si consuma in aula, non è nemmeno una linea chiara tra accusa e difesa, ma qualcosa di più sfumato, un continuo rimando di responsabilità che finisce per somigliare a un gioco di specchi in cui ogni riflesso rimanda a un altro riflesso, senza mai arrivare all’immagine definitiva.
Klodjan Gjoni ed Ozgurt Bozkurt continuano ad accusarsi a vicenda, lo fanno indirettamente, attraverso le parole dei loro avvocati, ma il risultato non cambia: ciascuno indica l’altro come il punto in cui la storia si spezza. Per la Procura, che ha chiesto per loro l’ergastolo, le responsabilità sono chiare: sono stati loro due, insieme, ad uccidere Nicolas.
Nel frattempo, Emre Kaja resta sullo sfondo, chiamato in causa per un concorso anomalo che, secondo le difese, non esiste, perché non c’era, non sapeva, non poteva prevedere.
Eppure, in questo intreccio di accuse incrociate, c’è un punto su cui tutti i difensori convergono, quasi fosse l’unico terreno solido in mezzo a un racconto che si sgretola: l’omicidio, per loro, non è attribuibile a nessuno dei propri assistiti.
L’aula, i corpi, le distanze
Bozkurt è seduto vicino al banco dell’assise, con gli agenti della penitenziaria accanto, in una posizione che lo tiene dentro e fuori allo stesso tempo, mentre Kaja è nella gabbia, con l’interprete seduto accanto a lui ma fuori dalle sbarre. Guarda senza capire. Non parla l’italiano e solo poche volte chiede all’interprete di tradurre. Gjoni non si è presentato in aula. All’ultima udienza aveva assistito alla requisitoria dei due pubblici ministeri, ma si era fatto riportare in carcere prima che cominciassero a parlare gli avvocati di parte civile.

Anche mercoledì 25 marzo non ha voluto ascoltare i difensori, ha preferito restare in cella. Fisicamente non c’era ma è stato continuamente evocato.
In prima fila, accompagnato da un dolore che non può diminuire, Eduardo Aguero, il padre di Nicolas.
Sono dettagli, certo, ma nei processi i dettagli costruiscono il contesto, e il contesto diventa sostanza, soprattutto quando le parole iniziano a moltiplicarsi.
«Non posso confessare quello che non ho fatto»
L’avvocato Claudio Cardoso, difensore insieme a Massimiliano Arcioni di Ozgurt Bozkurt prende la parola per primo e riporta l’aula indietro nel tempo, ricostruendo con pazienza i passaggi della vicenda: la rapina, il sequestro, i giorni successivi, cercando di restituire un quadro che, nelle sue intenzioni, dovrebbe apparire chiaro nella sua confusione.
Perché è proprio su questo che insiste la difesa: non c’era un piano, non c’era una struttura, non c’era un progetto che includesse la morte.
«Dilettantismo e improvvisazione al massimo livello», dice, e in quella frase c’è tutta la linea difensiva: un’azione disordinata, mal costruita, incapace di sostenere l’idea di un omicidio premeditato.
In questo racconto, Bozkurt resta ai margini dell’atto finale, lontano dall’uccisione, e la sua posizione si riassume in una frase che ritorna come un ritornello: «Non posso confessare quello che non ho fatto». Bozkurt lo ha detto la prima volta che ha incontrato i suoi difensori, nonostante fosse consapevole che la confessione dell’omicidio avrebbe alleggerito il peso della condanna.
È una frase che divide, perché porta con sé due possibilità opposte e inconciliabili: o è una menzogna reiterata, come sostiene l’accusa, oppure è la verità, come dice la difesa.
E il processo resta lì, sospeso tra queste due alternative. «O Bozkurt è un pazzo scriteriato – dice ancora il suo avvocato – o è consapevole di dire la verità».
La banalità del male
Poi, quasi improvvisamente, il racconto cambia tono e si alza di livello, quando Cardoso richiama la riflessione di Hannah Arendt e parla di “banalità del male”, una formula che in aula risuona con una forza particolare, perché accosta l’idea dell’omicidio a qualcosa di ordinario, quasi privo di eccezionalità. E lo dice riferendosi all’altro imputato, a Klodjan Gionj.
Secondo il difensore, l’omicidio non è nato da un piano lucido e costruito, ma da un cedimento improvviso, da un momento in cui la situazione è sfuggita di mano.
Un gesto non pensato, non preparato, ma accaduto. Un gesto che non ha compiuto Bozkurt, ma che avrebbe compiuto Gjoni.
E proprio questa assenza di struttura, paradossalmente, rende più difficile individuare un responsabile.
Arcioni: «Partite dalla presunzione di innocenza»
L’avvocato Arcioni non segue un canovaccio ma inizia la sua arringa rivolgendosi direttamente ai giudici popolari con parole che hanno il peso di un invito e insieme di un monito: «Non avete la toga ma siete giudici e siete chiamati a giudicare».
Da lì parte una riflessione sugli indizi, sulla loro natura, sul modo in cui devono essere valutati, richiamando anche modelli matematici e logici, fino ad arrivare al punto centrale: la presunzione di innocenza non è un principio accessorio, ma il punto di partenza. Ed è da lì che la corte deve partire per vedere se la somma degli indizi fa davvero la prova che serve.
Se gli indizi, al di là del metodo logico e matematico che qualche volta viene applicato nelle aule di tribunale, siano davvero in grado di sostenere una ricostruzione certa, allora non possono trasformarsi in prova. Un’arringa, quella di Arcioni, che per Bozkurt si conclude con la richiesta di assoluzione per il reato di omicidio, con l’applicazione delle attenuanti per gli altri reati. E con la richiesta di revoca della custodia cautelare in carcere, sostituita da un regime più mite: obbligo di dimora ad Arcidosso, al massimo domiciliari. Lo aveva chiesto anche l’avvocato Cardoso, sottolineando che il pericolo di fuga non c’è. «Ha due famiglie che vivono qui – dice – non ha soldi, non va da nessuna parte».
Il riflesso nello specchio di Gjoni: il sacchetto in testa
Tra le tante parole, emerge un dettaglio che sembra piccolo ma non lo è affatto: il sacchetto sulla testa di Del Rio. Bozkurt lo descrive, rendendolo concreto. E proprio per questo, secondo l’avvocata Maria Giovanna Nannetti che difende Klodjan Gionj, questo elemento apre una crepa nella ricostruzione, perché quel particolare, sostiene, poteva essere conosciuto solo da chi era presente al momento dell’omicidio.
È un punto che potrebbe cambiare tutto, e invece non lo fa.
Perché anche qui, come nel resto del processo, il dettaglio non diventa certezza, ma resta sospeso, agganciato a versioni che si contraddicono.
Un omicidio senza tempo
Le difese insistono su un’altra linea comune: la mancanza di premeditazione. Troppo poco il tempo tra la sera del 23 e il giorno successivo, troppo rapido il passaggio dall’idea alla realtà, troppo fragile il contesto per sostenere l’ipotesi di un piano omicidiario.
Si parla di un incontro veloce, di decisioni prese in pochi minuti, di una situazione che degenera. Un gesto nato nell’impeto, in un momento che sfugge alla logica e si colloca fuori da ogni previsione.

«Lo hanno ucciso con il materiale che hanno trovato nel sottotetto – ricorda – con il cavo elettrico e il sacchetto di stoffa, poi lo hanno buttato nel pozzo a due passi dal posto dov’ era stato ucciso. E anche l’incontro al bar è durato pochi minuti: se avessero premeditato l’omicidio, avrebbero impiegato più tempo». Secondo l’avvocata, avere Nicolas morto per loro era peggio che averlo vivo. Da morto avrebbero potuto mettere in connessione con la rapina». E infatti, così è stato. «L’omicidio è stato deciso nell’impeto di un momento, un momento eccentrico. Bozkurt lo ha ucciso perché preso dal panico: il babbo di Gionj lo aveva visto e aveva paura che andasse a dirlo ai suoi genitori».
L’avvocata chiede l’assoluzione dal reato di omicidio per Gionj, e il minimo della pena per gli altri reati. perché il suo assistito, dice, si è pentito. «Il 23 maggio va tre volte a trovare Nicolas e gli dà da bere – spiega – Non ha avuto il coraggio di liberarlo, è vero, ma ha scaglionato Emre dall’incendio del furgone e dall’omicidio, ha rivelato dov’era il cadavere di Del Rio e ha dimostrato resipiscenza dicendo che il fatto di non aver avuto coraggio di liberarlo sarà la sua condanna per tutta la vita».
«Emre Kaja non c’era»
Per Emre Kaja, la difesa rappresentata dall’avvocato Romano Lombardi traccia un confine netto e invalicabile: non era presente, non parlava la lingua, non aveva strumenti per comprendere fino in fondo ciò che stava accadendo.

Ha partecipato alla rapina, sì, e anche all’occultamento del cadavere, ma questo non basta a trascinarlo dentro l’omicidio. Omicidio dal quale è stato scagionato dagli altri due imputati.
Non si può prevedere ciò che non rientra nel piano, insiste la difesa, e quindi non può esserci concorso anomalo. «Nella rapina non c’erano elementi di violenza – ricorda l’avvocato Lombardi – Avevano solo del nastro adesivo e una pistola scacciacani. Non c’era l’intenzione di fare del male a nessuno. Kaja chiede subito, lo stesso giorno, come sta Nicolas. Viene rassicurato. Non poteva prevedere un esito di questo tipo». Per l’agricoltore turco, l’avvocato chiede alla corte di applicare le regole del processo abbreviato, venendo meno l’accusa di omicidio. Anche per lui, l’applicazione delle attenuanti e la scarcerazione dopo la sentenza, oltre all’assoluzione, per l’omicidio e per l’incendio del furgone.
Il silenzio che resta
Quando le arringhe finiscono, quello che resta non è solo un insieme di parole, ma una sensazione più difficile da definire, qualcosa che ha a che fare con l’assenza più che con la presenza.
Restano le versioni, che continuano a respingersi. Restano i dubbi, che non si sciolgono e resta lui, Nicolas Mathias Del Rio, quarant’anni, padre.
Un uomo che tutti continuano a chiamare ragazzo, come se il tempo si fosse fermato nel momento della sua morte.
Gli altri parlano, spiegano, si difendono, accusano. Lui no.
E in questo squilibrio, in questa voce che manca, si concentra forse il punto più fragile e più doloroso dell’intero processo: mentre le responsabilità continuano a spostarsi da un imputato all’altro, la verità resta immobile, silenziosa, irraggiungibile. Come se sapesse che nessuno, fino a questo momento, è riuscito davvero a darle un nome.




