PIOMBINO. A soli pochi giorni dall’attracco della nave Capucine, il porto cittadino accoglierà anche la gemella Severine. Il carico dichiarato è lo stesso: materiale esplosivo destinato, secondo le denunce dei movimenti, ai teatri di guerra del Medio Oriente.
L’allarme viene lanciato con forza dalle Donne in Nero di Piombino, che tornano a puntare il dito contro un sistema logistico che sta trasformando lo scalo in un ingranaggio della macchina bellica internazionale.
In concomitanza dell’arrivo della nave Severine, martedì 7 aprile a partire dalle ore 17:30 le donne in nero saranno presenti in Piazza Cappelletti con il loro presidio per chiedere ancora una volta di cessare il fuoco.
L’ombra della guerra e il rischio economico
Secondo il movimento pacifista, le armi caricate a Piombino lo scorso 30 marzo sono già operative nei conflitti mediorientali, alimentando una destabilizzazione che non solo devasta vite umane e colpisce duramente la Cisgiordania, ma rischia di innescare una crisi economica globale senza precedenti.
«Non possiamo smettere di indignarci, né di segnalare quanto sta accadendo – scrivono in una nota le donne in nero – La guerra sposta l’attenzione dai territori dove si opera impuniti e distrugge il futuro di tutti».
Il nodo sicurezza: esplosivi e rigassificatore

Uno dei punti più critici sollevati riguarda la sicurezza urbana. La coesistenza nel porto di Piombino tra carichi di esplosivo e la presenza del rigassificatore rappresenta, per il movimento, un azzardo inaccettabile. Il transito di navi cariche di materiale bellico a poche centinaia di metri dall’impianto di rigassificazione moltiplica esponenzialmente i rischi per la popolazione e per l’ambiente costiero, creando un mix che le attiviste definiscono esplosivo in tutti i sensi.
«Torniamo a sollecitare l’azione di protesta di quei sindacati confederali che non vogliono la riconversione dell’industria meccanica ad industria bellica. Torniamo a sollecitare gli amministratori locali. Torniamo a sollecitare la nostra città perché ritrovi l’orgoglio necessario all’indignazione».
Un futuro diverso
La richiesta finale è un ritorno alla vocazione originaria del territorio: un futuro basato sulla cura del mare e della terra, lontano dalle speculazioni finanziarie che prosperano all’ombra delle guerre. Per le donne in nero, la vera “sicurezza” non si costruisce con le armi in porto, ma con una politica di pace e sostenibilità che metta al centro la vita e non le logiche di distruzione.
«I pericoli cui è sottoposta la nostra città con il rigassificatore in porto – concludono le donne in nero -, si moltiplicano con il transito di navi che trasportano esplosivi a poche centinaia di metri di distanza da questo. Torniamo a chiedere un futuro basato sulla cura del territorio e del mare, lontano da speculazioni finanziarie che prosperano in logiche di guerra».
