Da Grosseto a Netflix: Stefano Lodovichi conquista il mondo con Il falsario | MaremmaOggi Skip to content

Da Grosseto a Netflix: Stefano Lodovichi conquista il mondo con Il falsario

Il regista cresciuto in Maremma racconta le sue origini, l’amore per l’arte nato al liceo Chelli e il successo globale del film tra i più visti sulla piattaforma
Stefano Lodovichi sul set de Il Falsario
Il Falsario, Stefano Lodovichi

GROSSETO. La Maremma come origine, l’arte come vocazione, il cinema come sintesi. Stefano Lodovichi, regista classe 1983 nato e cresciuto a Grosseto, sta vivendo uno dei momenti più alti della sua carriera grazie al successo de Il falsario, il film che da settimane domina le classifiche di Netflix.

Uscito il 23 gennaio sulla piattaforma in tutto il mondo, il film è rapidamente salito tra i titoli più visti, arrivando a essere il secondo film più visto a livello globale tra quelli non in lingua inglese. Davanti, soltanto un colossal americano con Ben Affleck e Matt Damon. 

Gli inizi in Maremma e i primi set professionali

Il percorso di Lodovichi affonda le radici proprio in Maremma. «Ho collaborato con il regista Francesco Falaschi ed è stata la persona che mi ha fatto scoprire i set professionali», racconta. Un’esperienza formativa che lo ha portato a lavorare come assistente di produzione e assistente alla regia, tra cortometraggi e un lungometraggio.

A Grosseto, però, ci sono varie figure fondamentali che hanno fatto crescere Lodovichi. «Ci sono state persone fondamentali – spiega – come il regista Alessio Brizzi, che mi ha aiutato molto a capire l’approccio alla scrittura». Ma soprattutto sua moglie, Daniela Fumanti, insegnante di storia dell’arte al liceo Chelli, dove Lodovichi ha studiato. «Era l’unica materia in cui andavo bene. Grazie a lei ho capito che esisteva qualcosa di più interessante del non studiare o del cazzeggiare. Lei mi ha fatto appassionare all’arte».

Stefano Lodovichi sul set de Il Falsario

Dalla storia dell’arte al cinema

Non è un caso, quindi, che dopo il liceo Lodovichi si sia iscritto all’università in storia dell’arte. Un percorso che oggi dialoga direttamente con il suo cinema. «L’amore per l’arte nasce da Daniela – dice – ed è per questo che è tra i ringraziamenti nei titoli di coda de Il falsario».

Il film, infatti, è attraversato da una profonda riflessione sull’arte, sulla copia e sull’originale. «L’arte è un flusso condiviso tra visioni di epoche differenti – spiega – questo non vuol dire copiare, ma ispirarsi, entrare in quel flusso e provare a portare qualcosa di nuovo». Un discorso che vale per il cinema come per la pittura: «Mi ispiro spesso ad artisti visivi, pittori e scultori. Mi interessa creare composizioni stratificate, simbolismi, metafore, giochi segreti».

Nel film emergono riferimenti precisi: Vermeer, Casorati, pittori che lavorano sulla descrizione e sull’atmosfera. Anche gli spazi diventano parte del racconto.

Stefano Lodovichi sul set de Il Falsario

Il falsario, un’opera dentro l’opera

La casa del protagonista, Toni, è essa stessa un’opera d’arte. «Non è un teatro di posa – sottolinea Lodovichi – ci siamo mossi nella Roma reale, quella da cartolina, ma anche negli ambienti interni, tutti autentici». Una scelta che rafforza il senso di ambiguità del personaggio, lui stesso “opera d’arte” vivente.

E la Maremma?

Alla domanda se un giorno racconterà la Maremma attraverso il cinema, Lodovichi risponde senza retorica. «Alla fine si torna sempre a casa, anche se nella mia vita privata ci torno poco». Ma raccontarla non è semplice. «La Maremma è un pesce strano – dice – non è un luogo netto, evidente. È, come diceva Bianciardi, un luogo di passaggio. E come tutti i luoghi di passaggio è difficile da identificare».

«Una terra ambigua, dura, mai davvero solare nonostante il sole. Non è un caso che fosse una palude – conclude il regista – È un luogo difficile da amare, bisogna essere molto risolti. Mi sento adulto, ma forse non così tanto da parlare di lei. Probabilmente in futuro».

 

 
 

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