di Vanna Francesca Bertoncelli
GROSSETO. Sicurezza o insicurezza? Questo è il problema. O forse anche no. Entrambi i termini, infatti, hanno una loro oggettività ma anche una loro soggettività. Il tema sicurezza non si ferma entro le mura cittadine. Va oltre.
Gli anni Settanta e l’emergenza eroina
Facciamo prima un po’ di storia. Grosseto sin dalla fine degli anni ‘70 è stato considerato un luogo insicuro. Sono gli anni dell’eroina. Droga pericolosa perché crea in chi la usa dipendenza sia fisica che psicologica. Insomma fa vittime.
La piccola città chiusa in un grigio conformismo, a causa della droga, perde quelle sicurezze nelle quali pensava di avere trovato rifugio.
Giovani vittime nei vicoli e nelle piazze
Che fare dinanzi ad un fenomeno travolgente che lascia giovani vittime nei vicoli del centro storico, sulle panchine e agli angoli di strade e piazze dei nuovi quartieri?
Il consumo come lo spaccio è trasversale alle classi sociali. Non c’è povero non c’è ricco. Bisogna intervenire precisando il distinguo tra normalità e devianza. Repressione, contenimento, recupero, sono all’alba, soltanto frammenti di sogno.
Nella provincia di Grosseto, più che altrove, la politica è alla droga a volte troppo vicina, complice, a volte troppo lontana, assente.
A Grosseto che lo scrittore Luciano Bianciardi aveva definito come la città aperta ai venti e ai forestieri, le iniziative per il recupero dei drogati e la politica fanno flanella troppo a lungo.
La nascita del Ceis in via Alfieri
Nel 1987 in via Alfieri 11 prende vita anche a Grosseto il Ceis (Centro italiano di solidarietà). Quel Ceis che mantiene un forte legame con il territorio al centro del quale pone l’uomo considerandolo in qualche modo “prodotto” di quel territorio e del suo tessuto sociale.
Sostenendo la cura dei pazienti sul territorio, attraverso l’ascolto empatico, l’inclusione e la integrazione sociale.
Si affacciano al fenomeno droga le cooperative sociali e le associazioni.
Don Enzo Capitani e la risposta sociale
Non proprio dietro le quinte c’è don Enzo Capitani, attento osservatore della realtà di Grosseto che, insieme a Verona è, in quegli anni, ai primi posti per uso di sostanze stupefacenti e non certo ultima per gioco d’azzardo patologico e alcolismo.
Anche don Enzo è, tutto sommato, figlio del suo tempo e, in modo personalissimo, si rifa ai principi di Franco Basaglia, promotore della Legge 180, che ha sancito la chiusura dei manicomi e sostenitore di quel movimento antipsichiatrico apparso sulla scena negli anni ‘60 con il filosofo M. Foucault e gli psichiatri inglesi Ronald D. Laing, D. Cooper e lo statunitense T. Szasz.



