GROSSETO. La separazione delle carriere torna al centro del confronto pubblico e adesso a prendere posizione è Alessandro Antichi, avvocato ed ex sindaco di Grosseto, che interviene con una riflessione netta sulle ragioni del Sì al referendum sulla giustizia.
Per Antichi il punto decisivo è uno: senza una netta distinzione tra chi accusa e chi giudica, il sistema continua a portarsi dietro un’ambiguità che pesa sulla percezione stessa di imparzialità della giustizia.
Il suo intervento prova a spostare il dibattito fuori dallo scontro politico e dentro il cuore tecnico della riforma: autonomia del giudice, modello accusatorio e coerenza dell’ordinamento democratico.
Un dibattito che viene da lontano
La separazione delle carriere tra “realtà effettuale della cosa” e “l’immaginazione di essa”. Parte da questo presupposto l’avvocato Antichi. «Il tema della separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente non è un’invenzione estemporanea di una parte politica animata da fini inconfessabili, ma rappresenta il fulcro di un dibattito che da decenni anima il mondo accademico e delle professioni forensi».
«Il grande pubblico, che sinora ne era rimasto estraneo (tanto da non accorgersi delle improvvise giravolte delle forze politiche che in passato avevano auspicato la separazione delle carriere come una conquista della democrazia ed oggi la denunciano come un attentato alla Costituzione), se ne sta appassionando solo perché viene utilizzato come pretesto per una discussione divisiva su basi identitarie, con il ricorso ad argomentazioni del tutto estranee al merito della riforma – spiega Antichi – Il fatto è che ormai il confronto è ridotto a uno scontro manicheo tra favorevoli e contrari che si alimenta di luoghi comuni e sofismi, più o meno consapevolmente spacciati per verità assolute. Quella che poteva e doveva essere una pacata riflessione sul ruolo del pubblico ministero nell’ordinamento democratico, si è trasformata in un dibattito mediatico tra opposte partigianerie».
«Se questa riforma ha un difetto è che arriva tardi, e soprattutto in un momento in cui l’opinione pubblica non sembra aver assimilato i fondamenti culturali del processo accusatorio – aggiunge – Non di rado il cittadino inesperto di cose giudiziarie ha difficoltà a comprendere che differenza ci sia tra un “giudice” e un “pubblico ministero” ed anzi, nel discorso comune, è facile fare confusione».
In questo contesto culturale, secondo Antichi, è stato facile spacciare la proposta di “separare gli inseparabili” come la rottura di un assetto consolidato e farla passare per un attacco alla magistratura nel suo complesso.
«Questo approccio, riduttivo ma tutto sommato astuto, ha fatto perdere di vista il nocciolo della questione – dice – il tema fondamentale dell’autonomia del giudice, oggettivamente compromessa dalla appartenenza al medesimo corpo della magistratura requirente, viene oscurato da suggestioni (prive di qualsiasi riscontro normativo) sul pericolo della perdita di indipendenza del pubblico ministero».
Il nodo dell’autonomia del giudice
Nel capitolo XV del Principe, il Machiavelli avvisa che è «più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa, che all’immaginazione di essa». «Credo che riportare il dibattito sul referendum del 22-23 marzo alla realtà (la verità effettuale della cosa) – spiega – sia l’unico modo di superare l’autoreferenzialità in cui spesso cadono i sostenitori dell’una o dell’altra fazione e, in definitiva, di rendere un buon servizio a sé stessi».
«Ed allora, vale la pena di ribadirlo: la separazione delle carriere serve a garantire l’indipendenza del giudice, la coerenza logico-giuridica del nostro modello processuale e, in definitiva, il buon funzionamento del sistema-giustizia».
Falcone e il richiamo al processo accusatorio
Il punto di partenza della riflessione è la scelta del legislatore di virare sul modello processuale accusatorio a partire dalla riforma Vassalli del 1989.
«È vero che la separazione comporta una rottura con la tradizione istituzionale italiana – spiega l’avvocato Antichi – ma è bene ricordare che questa ha una data di nascita (1941), un contesto istituzionale (il regime totalitario) e un modello processuale di riferimento (il Codice Rocco) che sono antitetici rispetto a quelli attuali. Tant’è vero che già dal 1991 Giovanni Falcone aveva avvertito che, con il nuovo codice di procedura penale del 1989, le carriere avrebbero dovuto separarsi».
Perché secondo Antichi non è un attacco alla Costituzione
La separazione delle carriere, pertanto, non rappresenta un attacco alla Costituzione, ma un passo necessario per correggere un sistema rimasto a metà strada tra il vecchio modello inquisitorio e quello nuovo. Ne è certo l’avvocato Antichi.
«L’indipendenza del pubblico ministero non è in discussione – dice – Resta fermo, infatti, il principio di obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 Cost.)».
«In conclusione- dice – in vista dell’appuntamento referendario è necessario superare le polarizzazioni e riflettere sulla struttura fondamentale del processo penale per comprendere che la corretta proiezione ordinamentale dei ruoli processuali incide sulla natura stessa della giustizia e garantisce una giustizia “giusta” quale strumento di tutela dei diritti fondamentali dei cittadini».



