PRINCIPINA A MARE. Ogni inverno si ripete la stessa scena: dopo piogge intense, ampie porzioni della frazione balneare finiscono sott’acqua. Il piazzale Tirreno si trasforma in un lago, i parcheggi diventano impraticabili e quest’anno si sono allagate perfino le aree dei giochi e altri spazi pubblici.
Un problema ciclico, che provoca disagi ai residenti e alimenta polemiche. Ma la causa non è così immediata come molti pensano. E soprattutto, la soluzione non è semplice.

Il piazzale Tirreno costruito in un “chiaro”
Per capire il fenomeno bisogna tornare indietro nel tempo.
Principina a Mare nasce negli anni Sessanta del Novecento, in un’area, la pineta del Tombolo, che un tempo era caratterizzata da zone umide, piccoli specchi d’acqua e terreni agricoli. In particolare, l’area del piazzale Tirreno insiste su quella che storicamente era una zona più bassa, un “chiaro”, cioè una depressione naturale che tendeva a raccogliere acqua.
In altre parole: quando piove molto, quell’area torna a comportarsi come faceva originariamente.
Non è un caso che gli edifici realizzati su quote leggermente più elevate – come quelli costruiti in prossimità della duna – non vadano sott’acqua, mentre le aree più basse sì.

La falda che si alza e l’acqua che riemerge
Il nodo centrale non è soltanto la pioggia che cade dall’alto. È l’acqua che arriva da sotto.
Principina si trova in una zona limitrofa al Padule della Trappola, un’area naturalmente depressa. Quando si verificano precipitazioni importanti, la falda acquifera si innalza. Se il livello della falda supera quello del terreno, l’acqua riaffiora e allaga le zone più basse.
In questi casi si tratta di acqua dolce, legata alla falda, non di ingressioni marine.
E finché la falda non si riabbassa naturalmente, l’acqua resta lì.
I collettori tombati e l’urbanizzazione
C’è poi un secondo elemento: la trasformazione del territorio.
Originariamente l’area era attraversata da piccoli collettori agricoli, fossi di drenaggio realizzati per servire aziende agricole e pascoli. Non erano veri e propri canali idraulici strutturati per grandi portate, ma sistemi di scolo funzionali al mondo rurale.
Con l’urbanizzazione alcuni collettori sono stati chiusi, altri sono stati intubati e parti del reticolo minore sono state coperte da asfalto e cemento.
Il risultato è che il tessuto idrico originario è stato in parte modificato o ridotto. È sempre così: l’uomo pensa sempre di conquistare parti di territorio con le proprie opere, ma la natura prima o poi se le riprende.
Oggi, quando l’acqua si accumula, non esiste uno sbocco diretto verso il mare. E non è possibile realizzarlo facilmente, anche per vincoli ambientali legati alla vicinanza con il Parco.
Il ruolo dell’impianto esistente
In fondo a uno dei collettori è presente un impianto realizzato circa vent’anni fa. Si trova di fatto accanto al Lido Oasi, pochi metri dopo l’ingresso nel territorio di competenza del Parco della Maremma.
Non si tratta di una stazione di pompaggio con funzione idraulica strutturale. È un sistema nato principalmente per favorire il ricircolo delle acque stagnanti, in particolare per contrastare il problema delle zanzare.
Non ha uno scarico diretto a mare e non è dimensionato per smaltire eventi di piena significativi. È, di fatto, un sistema di ricircolo, non di drenaggio risolutivo.
Perché la soluzione non è immediata
La domanda che molti si pongono è semplice: perché non si pompa via l’acqua?
In teoria, una soluzione strutturale richiederebbe potenti stazioni di pompaggio, condotte di collegamento verso un canale consortile e opere permanenti attive per pochi giorni all’anno.
Il canale gestito dal Consorzio di Bonifica più vicino è il Tanarozzo, che corre più verso l’entroterra rispetto alla strada provinciale e recapita poi nel San Rocco (accanto ai laghetti della pesca) e quindi a mare. Ma si trova a centinaia di metri di distanza.
Collegare stabilmente Principina a quel sistema richiederebbe interventi importanti, costosi e complessi dal punto di vista autorizzativo.
Il delicato equilibrio tra falda e pineta
C’è poi un altro aspetto spesso sottovalutato.
La falda alta non è solo un problema in inverno. È anche una risorsa.
Durante l’estate, infatti, mantiene la pineta verde, sostiene il sottobosco e garantisce umidità al suolo.
Abbassare stabilmente la falda per evitare allagamenti invernali significherebbe alterare questo equilibrio, con possibili effetti sulla vegetazione.
La scelta è quindi complessa: meglio intervenire drasticamente per evitare 10-15 giorni di disagio l’anno o preservare un equilibrio ambientale che funziona per il resto del tempo?
Le ipotesi allo studio
Alcune aziende agricole dell’area stanno valutando la possibilità di riattivare o realizzare collegamenti verso i collettori esistenti lungo i propri confini, per favorire un deflusso verso il Tanarozzo.
Si tratta però di valutazioni tecniche preliminari, che richiedono rilievi e studi idraulici approfonditi.
Un problema strutturale, non emergenziale
L’allagamento di Principina non è un’emergenza improvvisa. È un fenomeno strutturale legato alla natura del territorio, alla sua storia urbanistica e all’equilibrio idrogeologico della zona.
Ogni inverno, in presenza di condizioni particolari, tipo piogge intense, falda elevata e terreno saturo le aree più basse tornano temporaneamente ad essere ciò che erano in origine: zone di raccolta dell’acqua.
Ridurre il problema è possibile. Eliminarlo completamente, senza effetti collaterali ambientali, è molto più complesso.
E forse è proprio questo il punto che va compreso prima di cercare soluzioni semplici a una questione che semplice non è.





