PRATA. Lamiere piegate a mano, saldature trasformate in dettagli espressivi, strumenti da officina capaci di diventare figure umane: Giuliano Masini realizzava così le sue opere. L’operaio artista del ferro, scomparso lo scorso anno, sarà ricordato a Prata con una sua opera che è stata installata nella piazza del paese.
Si tratta di “Carola di Pippo”, una figura ispirata a un’anziana del borgo, immortalata in uno scatto degli anni ’50 del fotografo Veraldo Franceschi. Un’opera che lega memoria personale e identità collettiva, trasformando un volto del passato in una presenza viva nello spazio pubblico.
Dalle officine alla creatività
La passione di Masini nasce nella Follonica di un tempo, quando le botteghe dei fabbri erano parte integrante della crescita della città. È lì che, ancora ragazzo, aveva imparato a lavorare il ferro, tra incudini, saldature e prime sperimentazioni artistiche.
«Ho imparato da ragazzo nelle officine di paese – raccontava – Follonica negli anni ’60 era piena di fabbri, si stavano costruendo tutti i palazzi che oggi la caratterizzano. Le officine davano lavoro a tantissime persone e non di rado si imparava anche a fare fusioni artistiche».
Un’esperienza che lo porterà poi a lavorare per anni alla Lucchini di Piombino come saldatore industriale, un mestiere duro portato avanti fino al 2001.
L’arte che nasce dal lavoro
Nonostante l’impegno in acciaieria, Masini non ha mai abbandonato la sua vena creativa. Anche fuori dal lavoro continuava a modellare il ferro, trasformando materiali industriali in opere sempre più complesse.
«Mi è sempre piaciuto saldare e piegare la lamiera anche a casa – spiegava – Ho iniziato con lavori semplici, poi sempre più articolati. All’inizio questo mestiere fa paura, ma con l’esperienza diventa naturale».
Le sue creazioni erano caratterizzate da una forte componente umana: attrezzi e materiali prendevano vita, diventando personaggi, volti e storie.
Un’opera per la comunità
Oggi Prata rende omaggio a questo artista unico con l’installazione di “Carola di Pippo”, donata dalla famiglia Masini.
Un gesto che restituisce al paese non solo un’opera artistica, ma anche un pezzo di memoria condivisa: quella di un uomo capace di trasformare il ferro in un racconto.





