GROSSETO. C’è una povertà che non fa rumore, non scende in piazza e raramente finisce nelle statistiche. È quella dei padri separati, uomini con un lavoro, uno stipendio fisso, ma senza più la possibilità concreta di vivere con dignità.
A Grosseto e in Maremma questo disagio esiste da anni. Oggi è più profondo. E continua a restare invisibile. Sono uomini costretti a rivolgersi alla mensa della Caritas per poter mangiare. Uomini che per non far correre il rischio alla loro famiglia di perdere la casa, devono imparare a vivere con poche centinaia di euro al mese. Uomini che hanno uno stipendio adeguato. O meglio, che tale è stato fino a quando hanno vissuto in famiglia. Fino a quando i rapporti non si sono sgretolati e sono poi finiti di fronte al giudice. Uomini per i quali, a Grosseto, non c’è alcuno spazio dove trovare aiuto.
«È un’emergenza sociale – dice l’avvocato civilista e mediatore, che si occupa anche di diritto di famiglia Marco Carollo – che va affrontata. Una decina di anni fa si era cominciato a parlare di un progetto che prevedeva la realizzazione di uno spazio di accoglienza per chi era costretto a lasciare la casa coniugale a fronte di una separazione. Poi però, non se n’è fatto più di nulla».
Il dramma di Giacomo: «Con 380 euro al mese non si sopravvive»
Giacomo (il nome è di fantasia) è un padre separato che abita in Maremma. Chiede l’anonimato. Non per vergogna, ma per proteggere i figli: «Non voglio che leggano la mia disperazione», dice.
La sua è una storia ordinaria, proprio per questo drammatica. «Ho deciso di scrivervi con la speranza che chi fino ad oggi ha fatto orecchie da mercante sui padri separati, decida di ascoltarci ed aiutarci. Quasi tutti noi, ci troviamo ogni santo giorno ad affrontare enormi problemi economici che ci hanno spinti oltre la soglia della povertà. Oltre a questo, moltissimi di noi si trovano a combattere guerre legali per vedere i propri figli, che per la maggior parte delle volte, finisce nel nulla di risolto o addirittura nel dimenticatoio».
Un dramma, quello che l’uomo cerca di rappresentare con le sue parole, che è condiviso da molti. Da tutti quei padri che si trovano ad affrontare una separazione. «Giustamente ognuno di noi deve versare un mantenimento mensile per i figli e partecipare alle spese straordinarie (anche quando dall’altra parte, troviamo una persona che ha distrutto il rapporto del figlio con il padre) – aggiunge – Come tutti sappiamo, ogni genitore che non adempie al contributo economico, va incontro a condanne penali. Giustamente. Ma ora tramite voi, vorrei chiedere a chi di dovere su come deve fare un padre separato a vivere con una condizione come la mia».
Giacomo ha uno stipendio, percepisce 1.700 euro al mese. Versa per il mantenimento mensile 850 euro per tre figli, oltre ad altri 130 euro per spese straordinarie fisse tra sport e trasporto scolastico. «Oltre a queste spese, si è aggiunto il pignoramento del quinto sul mio stipendio, che si aggira a 340 euro – dice – Lasciandomi con circa 380 euro. Da queste, ad inizio anno scolastico dovrò toglierci la parte che mi spetta per l’acquisto di tutto ciò che concerne la scuola. Da questi, dovrò toglierci ulteriori spese in caso di visite mediche per i figli».
La legge c’è, la vita reale no
Giacomo non contesta il dovere di mantenere i figli. Non chiede scorciatoie. Non cerca sconti. In tribunale, davanti al pignoramento, ha chiesto una sola cosa: che il calcolo venisse fatto sulla parte residua dello stipendio, esclusa la quota già destinata al mantenimento.
Una richiesta respinta.
Il risultato è un cortocircuito che molti padri separati conoscono bene: sei obbligato a pagare tutto, ma non ti è lasciato nulla per vivere.
«Non posso curarmi, non posso mangiare»
Lo sfogo diventa un elenco di diritti che svaniscono uno dopo l’altro: «Mi sento privo del diritto a curarmi – dice ancora – Privo del diritto di mangiare. Privo della dignità. Vivo con la mia nuova compagna, ma non riesco a contribuire alle spese. Mi sento un peso. Mi sento inutile».
E poi la domanda più dura, rivolta allo Stato. «Io ogni mese sono presente nei miei obblighi – spiega – Voi dove siete nei miei confronti?».
Nessun bonus, nessuna tutela
Il paradosso è tutto qui: sulla carta il reddito è troppo alto per accedere agli aiuti, ma nella realtà quella cifra non è disponibile. Il mantenimento non viene scorporato dal reddito. I bonus restano irraggiungibili. Il padre separato diventa un povero senza diritto di esserlo.
E soprattutto, una categoria che non ha voce politica. «Non ho mai sentito un politico parlare di noi – scrive – Come se non esistessimo».
L’avvocato Carollo: «È un problema sociale strutturale»
Quello di Giacomo non è un caso isolato. Marco Carollo, avvocato civilista e mediatore familiare, da anni impegnato nel diritto di famiglia ha visto passare decine e decine di padri che con la separazione hanno perso tutto nel suo studio.
«Sempre più spesso – spiega – il genitore separato cade in una vera indigenza economica dopo la separazione. È un problema che resta schiacciato tra altre emergenze e non viene raccontato».
A Grosseto il tema è noto da oltre dieci anni. In passato era stato avviato un progetto di co-housing per padri separati, con il coinvolgimento di Coeso, Diocesi e Caritas. Un’esperienza che però non è proseguita. «Oggi il progetto non c’è più, ma il problema sì – dice l’avvocato Carollo – Ed è peggiorato».
Dalla casa al dormitorio: una caduta silenziosa
La storia si ripete con una regolarità disarmante. Una famiglia costruita passo dopo passo, un mutuo acceso per comprare casa, un finanziamento per l’auto, qualche piccolo credito al consumo. Poi arrivano i figli, due stipendi che, insieme, tengono in equilibrio il bilancio familiare. Un equilibrio fragile ma sufficiente, finché la coppia resta unita.
Poi arriva la separazione.
«L’uomo esce di casa – spiega l’avvocato Carollo – e da quel momento deve sostenere un affitto, le bollette, spesso continuando a farsi carico anche del debito del mutuo. Quel sistema economico reggeva solo grazie all’economia di scala. Dopo, diventa semplicemente insostenibile».
È così che uomini con un lavoro stabile e uno stipendio fisso iniziano una discesa silenziosa. Non finiscono nelle cronache, non rientrano nelle statistiche ufficiali, ma si ritrovano a fare i conti con una povertà inattesa. In alcuni casi arrivano a mangiare alla mensa della Caritas. In silenzio. Con vergogna.
Il tribunale non basta
Il giudice applica la legge e mette al centro l’interesse dei figli. È giusto, ed è un principio che nessuno mette in discussione. Ma la risposta giudiziaria, da sola, non è sufficiente a reggere l’impatto sociale di queste situazioni.
«Servirebbe una valutazione politica – osserva Carollo – insieme a strumenti concreti: progetti di co-housing, sostegni temporanei, una mediazione familiare reale e accessibile».
Perché il conflitto che esplode dopo una separazione non è quasi mai soltanto economico. È anche emotivo, fatto di risentimenti, fratture, parole non dette. Senza percorsi di mediazione, quel conflitto rischia di diventare distruttivo, soprattutto nel tempo.
Un’emergenza che chiede coraggio
I padri separati non chiedono privilegi. Chiedono di non essere cancellati. Chiedono di poter continuare a lavorare, a mantenere i figli e, allo stesso tempo, a vivere. Chiedono di non essere costretti a scegliere ogni mese tra pagare e mangiare. Chiedono di non sprofondare nell’umiliazione.
Raccontare queste storie non significa togliere diritti a qualcuno. Significa guardare in faccia un problema sociale reale, che esiste anche in Maremma.
E che non può più restare nel buio.



