Omicidio Del Rio: impassibili davanti all'ergastolo | MaremmaOggi Skip to content

Omicidio Del Rio: impassibili davanti all’ergastolo

Il silenzio e il volto impassibile degli imputati. Aguero: «È stato un processo duro da affrontare e oggi mi sento risarcito e protetto»
La Corte d'assise mentre pronuncia la sentenza
Il presidente della Corte d’assise Sergio Compagnucci mentre pronuncia la sentenza per l’omicidio di Nicolas Mathias Del Rio

GROSSETO. Lo sguardo basso verso le panche, l’aria carica di tensione e dolore, un silenzio fitto in cui nessuno osava neppure sospirare. Si presentava così l’aula della Corte d’assise del tribunale di Grosseto, nel pomeriggio del 30 marzo. Un’aula piena di persone in attesa della sentenza per l’omicidio di Nicolas Mathias Del Rio, il corriere rapito il 22 maggio del 2024 e ucciso nella villetta di Case Sallustri. 

Le emozioni erano tante: prima di tutto il dolore per una vita strappata troppo presto e con tale crudeltà, poi il bisogno quasi fisico di giustizia. Mentre il presidente della Corte d’assise Sergio Compagnucci leggeva il dispositivo di sentenza, i volti dei tre imputati, Emre Kaja, Klodjan GjoniOzkurt Bozkurt, sono rimasti impassibili: nessuna reazione, nessuna incrinatura.

Solo Kaja, per alcuni minuti, ha fissato il pavimento.

Impassibile anche il volto di Aldo Eduardo Aguero, padre di Nicolas, che provava a contenere tutto quello che quel processo ha portato con sé e che quegli uomini gli hanno portato via: suo figlio, il bene più prezioso. Poi, si è lasciato andare alla gratitudine e alle lacrime.

«Ho sempre confidato nella giustizia e voglio ringraziare i carabinieri, la procuratrice capo Maria Navarro, il nostro legale e Mauro: sono stati al mio fianco durante tutto il processo – ha detto Aguero – È stato un processo duro da affrontare e oggi mi sento risarcito e protetto, anche se so che probabilmente non sapremo mai davvero cosa sia successo a mio figlio».

Due ergastoli e 21 anni, ma non la crudeltà

La Corte, composta dal presidente Sergio Compagnucci, dalla giudice Agnieszka Karpinska e dai giudici popolari, ha ritenuto i tre imputati colpevoli sulla base di prove definite solide nonostante il processo segnato dalle continue contraddizioni nelle versioni fornite da Gjoni e Bozkurt.

Eppure, anche davanti alla lettura della sentenza, nessuno dei tre ha mostrato segni di rimpianto. Nessuna lacrima, nessuna reazione evidente: solo spalle che si abbassano e sguardi rivolti a terra. Kaja, che non parla italiano, ha scelto di non ascoltare la lettura della sentenza e di non avvalersi neppure della traduzione.

Il presidente ha anche ricostruito in aula il percorso che ha portato alla decisione, sottolineando come, secondo la Corte, sia Gjoni che Bozkurt avessero motivi per mentire e per sottrarsi alle proprie responsabilità. Restano comunque domande aperte: in aula, i due condannati per l’omicidio materiale di Del Rio si sono più volte accusati a vicenda, cambiando versione nel corso del processo.

E tra quelle mura resta soprattutto il peso della sofferenza di chi Nicolas lo conosceva davvero, a partire da suo figlio Gabriel

L’omicidio è stato efferato: giorni senza acqua né cibo, il volto coperto da più strati. Eppure la crudeltà non è stata contestata. Questo perché, secondo quanto emerso dalle prove forensi, Nicolas sarebbe stato ucciso per strangolamento con un filo – trovato stretto al collo al momento del ritrovamento del corpo da parte dei carabinieri – e non a causa degli strati di plastica, juta e nastro adesivo che gli coprivano il volto.

La Corte ha disposto il risarcimento per le parti civili: 400mila euro a Carolina, la moglie di Nicolas, a cui si aggiungono altri 450mila euro per il figlio. Sono previsti anche 200mila euro per il padre e 100mila euro alla società Gt Srl. Soldi che neanche lontanamente potranno mai coprire il vuoto che la morte di Nicolas ha portato con sé.

Le difese puntano all’appello

Le difese non nascondono la delusione e ora guardano all’appello.

«Ce lo aspettavamo, ma speravamo di uscire dall’ergastolo. La Corte d’assise ha invece sposato la versione dell’accusa – dice l’avvocato Claudio Cardoso, difensore di Bozkurt – Vedremo le motivazioni e, sulla base di quelle, valuteremo il percorso in appello. Sul movente facciamo fatica a riconoscerci nella ricostruzione della Corte: il riconoscimento della voce e gli elementi da cui è stata desunta la motivazione dell’omicidio non ci convincono. Riteniamo che non ci fosse la volontà di uccidere, la situazione è degenerata fino all’esito finale. Per noi si tratta di un fatto molto più improvvisato e occasionale, anche in relazione al concorso».

Non si aspettava una condanna così alta neppure il difensore di Kaja, l’avvocato Romano Lombardi.

«Per Kaja sarà fondamentale leggere le motivazioni per capire come si è arrivati a una pena così elevata – spiega – La condanna riguarda la rapina: la pena base va dai 6 ai 20 anni, ridotta per il rito abbreviato. Faremo appello: riteniamo che il contributo di Kaja non sia stato il più rilevante nella condotta e che non avrebbe potuto fare di più».

Più prudente la posizione dell’avvocata Maria Giovanna Nannetti, difensore di Gjoni, subentrata nelle fasi finali del processo: «La Corte ha sposato la ricostruzione della procura. A questo punto dobbiamo valutare con attenzione le motivazioni».

 

 
 
 
 
 
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