Omicidio Del Rio, il giorno in cui si sono accusati a vicenda | MaremmaOggi Skip to content

Omicidio Del Rio, il giorno in cui si sono accusati a vicenda

Nell’aula d’assise di Grosseto Gionj Klodjan cambia versione, chiama in causa Bozkurt e rifiuta di tornare nella gabbia. Bozkurt risponde accusandolo di aver ucciso Nicolas Del Rio. Davanti a loro, in silenzio, c’è un padre che ascolta il racconto della morte del figlio
Il processo per l’omicidio di Del Rio

GROSSETO. Alle 9.30 di mercoledì 14 gennaio, nell’aula d’assise del tribunale di Grosseto, l’aria è quella che viene prima dei temporali: ferma, carica, pesante.
Si sente tossire qualcuno, il fruscio delle carte, una sedia che scricchiola. Poi basta una frase per far cambiare la stanza.

«Mi sembra giusto prendermi le mie responsabilità: in questi mesi in carcere ho avuto tempo per pensare, per valutare ed è giusto che chi non ha responsabilità non paghi per quello che è successo». Gjonj Klodjan, difeso dagli avvocati Alessio Bianchini e Riccardo Lottini, parla dal banco degli imputati come aveva annunciato due udienze fa.

Parla con un tono di voce quasi monocorde, senza grosse alterazioni. In aula, tutti aspettavano di sentirlo confessare il delitto del quale è accusato. Quello di Nicolas Matias Del Rio, il corriere che resterà per sempre un quarantenne. Per tutta la durata del suo interrogatorio, continuerà infatti a chiamarlo «il ragazzo». Perché ragazzo in fondo Nicolas lo resterà per sempre. Conferma la rapina, conferma il sequestro.

Conferma l’incendio del furgone, gli spostamenti. Conferma l’occultamento del cadavere. Ma non l’omicidio. «Ad ucciderlo è stato Bozkurt».

Le parole non rimbalzano. Cadono. Restano lì, tra la gabbia degli imputati e il banco della corte. Gionj Klodjan sposta il peso della morte. Non nega la rapina, non nega il sequestro, non nega la soffitta, il sacchetto in testa, i giorni senza acqua e senza bagno. Ma la morte, no: quella la consegna a un altro.

E davanti a lui c’è il padre di Nicolas Del Rio, Aldo Eduardo Aguero. Seduto, immobile. Costretto ad ascoltare come si è morti, quando si è suo figlio.

«Non volevo che morisse, dovevamo lasciarlo nel bosco»

L’esame del pm Giovanni De Marco apre il racconto, seguito poi dalle domande della parti civili e dei difensori degli imputati. 

Sulla rapina, Gjonj conferma quanto raccontato. «Dovevo rubare le borse perché ho delle conoscenze che potevano rivenderle – dice – Dovevamo rapinarlo, poi lasciarlo legato nel bosco in modo tale che qualcuno lo trovasse». Un piano, quello dei tre uomini, che non tiene conto però del fatto che Del Rio li avrebbe certamente denunciati. Li aveva visti in faccia. «No, non lo avrebbe fatto – dice Klodjan – lo avremmo impaurito per non farlo parlare».

Klodjan Gjonj in aula durante l’esame

Nel parcheggio del parco faunistico dell’Amiata, seguendo il racconto di Klodjan, c’è il primo cambio di programma, messo in atto da Bozkurt. «Aveva una pistola scacciacani – dice – lui ed Emre lo hanno preso, lo hanno legato e messo nel furgone, per portarlo nella villetta a Case Sallustri. Ma inizialmente avremmo dovuto portare solo le borse e lui lasciarlo nel bosco». Bozkurt, secondo Gjonj, non si fidava di lui. Aveva paura che sparisse con i soldi delle borse e per questo aveva deciso di sequestrare il quarantenne. Il ragazzo, come continua a chiamarlo per tutto l’esame. 

In soffitta senza cibo né acqua

Nicolas viene legato e portato nella soffitta della villetta. Lì Gjonj andrà solo una volta, il 23 maggio, a dargli dell’acqua. «Io dovevo occuparmi di vendere le borse – spiega – Non ho mai portato da mangiare a Nicolas». 

Il 23 maggio, secondo il capo d’imputazione, Nicolas Del Rio viene ucciso. Ma Gjonj, sposta di un giorno la data dell’omicidio. 

«Aveva un sacchetto in testa. Urlava»

Per Klodjan, il 23 maggio Nicolas è ancora vivo, legato in soffitta: le mani davanti, un sacchetto bianco in testa. «Urlava», dice. E in aula cala il silenzio. Quando escono queste parole il brusio finisce, come cento cicale che smettono di cantare all’improvviso.

È come se le grida di Del Rio si potessero sentire. «La condanna di tutta la mia vita sarà non aver avuto il coraggio di liberarlo, ho avuto paura delle conseguenze – spiega –  Mi pentirò per tutta la vita per non averlo fatto. Nel pomeriggio sono tornato su a controllare se c’erano le borse. Solo una volta sono andato a parlare con Nicolas».

Nicolas Matias Del Rio

È ancora il 23 maggio nel racconto di Klodjan. Nicolas è ancora vivo. Ma la versione di Bozkurt è differente: «La sera ci siamo visti al bar – dice – e lui ha confessato l’omicidio. Poi io l’ho detto ad Emre».

Nella villa, la mattina del 23 maggio c’era il proprietario. «Avevamo paura che tornasse e trovasse il ragazzo in soffitta – dice ancora il 45enne albanese – Noi volevamo andare la mattina dopo per portarlo via: saremo dovuti andare io e Bozkurt. La soluzione era liberarlo, non ucciderlo».

L’accusa al complice: «Lo ha ucciso lui perché urlava»

La mattina dopo, il 24, Gjonj e Bozkurt tornano a Case Sallustri e trovano il padre di Gjonj. Bozkurt sarebbe salito in soffitta a controllare Nicolas, mentre l’albanese era rimasto fuori a fare il palo. «Mi ha detto che il ragazzo si era liberato le mani e urlava e lui per farlo stare zitto ha preso il filo della corrente e glielo ha stretto al collo. Io non ho mai torto un capello a Del Rio»

A bruciapelo, il pm chiede a Klodjan quanto ci avesse messo Bozkurt ad ucciderlo. «Cinque, sei. Dieci minuti al massimo», la risposta. Anzi: il pugno nello stomaco a chi era seduto in aula ad ascoltarlo. 

Dopo l’omicidio, per cinque giorni nessuno va nella villetta dove c’è il cadavere di Nicolas Del Rio. Gjonj si occupa di trovare contatti per vendere le borse. Trova un pregiudicato di Piancastagnaio, affiliato ai casalesi, che però si sfila dall’affare. Cerca un contatto a Milano, porta le borse a un’ex fidanzata.

S’incontra con Bozkurt, che lo pressava – dice ancora Gjonj – per vendere le borse. 

«Chiedo scusa alla famiglia»

Ma se davvero volevano lasciare libero Del Rio, perché nei giorni di prigionia non gli portano da mangiare e da bere? La domanda viene posta dalla sostituta procuratrice Valeria Lazzarini e viene poi rifatta anche dal presidente della corte, il giudice Sergio Compagnucci. La risposta è sempre la stessa: paura. Parti civili e difese chiedono alcune puntualizzazioni. 

L’avvocata Valentina Chech, per la moglie della vittima, chiede se il piano iniziale prevedesse comunque di far sparire Nicolas. Klodjan nega: doveva essere legato in un bosco, lasciato lì, ma vivo.

Il presidente Compagnucci lo interrompe: «Perché non gli ha messo un adesivo sulla bocca, invece di lasciarlo urlare?». «Non ho il coraggio di fare male a nessuno», risponde Klodjan.

Dopo l’esame di Klodjan, i difensori di Ozgurt Bozkurt, Massimiliano Arcioni e Claudio Cardoso chiedono un rinvio. Dicono che la nuova versione ha spiazzato tutti.
I pm sono d’accordo. Le parti civili no. La corte decide di andare avanti.

 

Il pozzo, le coperte, cinque giorni di silenzio

Klodjan chiede di non rientrare nella gabbia dell’aula d’assise, dove per tutta la mattina è rimasto a sedere in silenzio Bozkurt, il turco che da complice, si è trovato l’unico accusato del brutale omicidio. Si siede accanto ai suoi difensori, Alessio Bianchini e Riccardo Lottini. E da lì vede un altro film, rispetto a quello che ha raccontato lui. Quello la cui sceneggiatura è scritta dal suo complice.  

Il 24 maggio, dice Bozkurt nell’esame del pm De Marco, lui e Klodjan tornano a case Sallustri.  Il padre di Klodjan è in casa. Fanno finta di prendere delle borse. Poi scendono ad Arcidosso, aspettano, tornano indietro. Fino a qui le versioni, con qualche leggera differenza, combaciano. 

Ma quando Bozkurt racconta il seguito, la trama cambia. «Apro la soffitta con un ferro – dice – salgo e tocca Nicolas con l’attrezzo. Gli sento polso e carotide. È morto». Klodjan, la sera prima, gli aveva confessato l’omicidio al bar. Poi lui lo aveva detto ad Emre.

Il volto è coperto dal nastro adesivo. Klodjan gli dice che lo ha soffocato con un sacchetto e con un filo elettrico. Bozkurt si arrabbia, urla, lancia una bottiglia. Ma poi non denuncia, non scappa, non avverte nessuno.

Il pm De Marco lo incalza: «Se non lo ha ucciso lei, perché parla di 20 o 30 anni di galera nelle intercettazioni dei giorni successivi?». Bozkurt dice che aveva paura. E che l’obiettivo della rapina erano i soldi. Pochi, in verità, stando ai calcoli di Gjonj: 287 borse per 71.750 euro.

La pm Lazzarini affonda: «Perché lasciare il cadavere lì cinque giorni, mentre Nicolas viene cercato da tutti?». «È stata cattiveria», risponde.

Il 29 tornano. Lo legano. Lo avvolgono nelle coperte. Lo buttano nel pozzo.

Bozkurt: «È stato lui»

Bozkurt accusa Klodjan. Dice che è stato lui a iniziare a strozzare Nicolas, che Del Rio era quasi incaprettato e che gli occhi erano fasciati con il nastro. «Non l’ho ucciso io, la mia coscienza è pulita»: sono queste le parole con cui Ozgur Bozkurt ha concluso il suo controinterrogatorio nell’aula del tribunale di Grosseto nel pomeriggio del 14 gennaio. Prima aveva detto di aver partecipato a quella rapina «per dare un futuro migliore ai miei figli». Due avuti dalla moglie, uno da un’altra donna. «Prendo 900, 1000 euro al mese, e non bastano», dice. 

Secondo l’imputato di origini turche, le cose sarebbero andate diversamente: Gjonj avrebbe ucciso Del Rio per far sì che Emre e Bozkurt si spaventassero.

«Quando ha aperto il furgone, subito dopo la rapina, ha imprecato perché pensava che ci fossero più borse. Non le ho mai contate e tante cose le ho scoperte dalla stampa – ha detto in aula Bozkurt – Nicolas non ha mai visto in volto né me né Emre, ha visto solo Gjonj. Noi avevamo il passamontagna. Il piano prevedeva che lo avrei liberato per strada dopo due o tre giorni, ma poi lo ha ucciso. Ha iniziato a dirci che ci sarebbero stati diversi acquirenti e diceva ogni volta una cosa diversa».

Secondo l’imputato turco, Gjonj avrebbe ucciso Del Rio perché non voleva dividere con loro la somma di denaro, che sarebbe stata più bassa di quanto si aspettava. Il brutale omicidio, dalle parole di Bozkurt, sarebbe avvenuto solo per spaventare i due turchi, così da evitare che chiedessero la loro parte dei soldi della rapina.

L’avvocato Cardoso, che lo difende, sottolinea le incongruenze temporali, i movimenti delle auto, i dati Gps e i contatti telefonici. Arcioni insiste invece sulla dinamica del 23 e del 24 maggio.

Ma le versioni restano tre.

Le rassicurazioni a Nicolas 

Bozkurt è colui che avrebbe accompagnato Nicolas a Case Sallustri. «Non ha urlato e quando me ne sono andato, dopo avergli legato le caviglie, non ho pensato che potesse farlo – dice Bozkurt – Del Rio ha chiesto di non fargli del male perché aveva un figlio. Io gli ho detto che doveva stare tranquillo e che fra due, massimo tre giorni lo avrei liberato».

Tre verità, una sola tragedia: la morte di Nicolas

Klodjan accusa Bozkurt. Bozkurt accusa Klodjan. Emre Kaja è rimasto per tutto il tempo chiuso nella gabbia, in silenzio. Non parla italiano, seduto accanto a lui c’è l’interprete. Parlerà alla prossima udienza.

Tre verità. Tre racconti che non combaciano. Un solo corpo. Un solo pozzo. E in aula resta un padre che ha ascoltato tutto, seduto al suo posto, mentre la corte aggiorna l’udienza. Nicolas Del Rio è morto. E l’unica certezza che resta, una volta chiuse le porte dell’aula d’assise, è che purtroppo nessuna verità lo riporterà indietro. 

(Ha collaborato Marina Caserta)

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