CAMPIGLIA MARITTIMA. Al distretto sanitario iniziano i preparativi per l’apertura di un nuovo Centro di accoglienza e supporto per persone a rischio di deprivazione sociale. Un nome altisonante che, tradotto nella realtà quotidiana, significa, specifica Alessio Albertoni, capogruppo di Cambiamo Futuro, una struttura dotata di bagni e docce pubbliche.
L’iniziativa, fortemente voluta dalla giunta Ticciati, sta però sollevando un polverone di polemiche, guidate da chi vede in questo progetto un errore strategico e una distrazione dai bisogni reali del territorio.
Un problema inesistente
La critica principale mossa alla sindaca riguarda l’effettiva utilità della struttura. Secondo Alessio Albertoni, Campiglia Marittima non vive, e non ha mai vissuto, un’emergenza legata ai senzatetto.
Il capogruppo ricorda che persino città limitrofe, come Piombino, hanno visto la chiusura di servizi simili per mancanza di utenza strutturata.
«Per chi viene aperto questo posto?» è la domanda che circola tra i banchi dell’opposizione e tra i cittadini preoccupati.
Il timore è che, in assenza di un’esigenza locale, il centro finisca per diventare un polo d’attrazione per il disagio sociale esterno, importando insicurezza e degrado in un’area finora estranea a simili dinamiche.
La gestione e l’ombra del degrado
A far discutere è anche l’aspetto gestionale: il servizio sembra destinato a essere appaltato a cooperative esterne, con un impegno economico pubblico non indifferente. C’è, inoltre, chi segnala il rischio che la vicina e discussa struttura della BIC possa trasformarsi in una sorta di dependance naturale del centro, aggravando la situazione dell’area.
La vera urgenza: le Case rifugio
Il cuore della protesta non è solo il “no” al centro per i clochard, ma il “sì” gridato a gran voce per un’altra emergenza, questa volta drammaticamente reale: la protezione delle donne e delle famiglie vittime di violenza.
Mentre si investe in docce pubbliche, resta scoperto il fronte delle Case rifugio. Luoghi protetti per chi scappa da situazioni di “codice rosso” per restituire dignità e un’alternativa alle ore passate in caserma in attesa di una sistemazione di fortuna.
Le case rifugio sono servizi che non servono per fare “vetrina politica” ma per salvare vite umane.
L’appello di Albertoni alla sindaca
L’accusa alla sindaca Ticciati è quella di inseguire un buonismo da manifesto elettorale, ignorando le paure concrete dei residenti e le necessità delle fasce più fragili della popolazione locale, come le madri e i bambini in fuga dal terrore domestico.
«Non apriamo un centro per clochard che qui non esistono. Creiamo, invece, Case rifugio per chi oggi rischia la vita. Il resto è propaganda. E pure pericolosa» conclude la sua nota Albertoni.
Queste le parole che chiudono il duro attacco all’amministrazione, in attesa di capire se la giunta farà un passo indietro o se procederà con l’inaugurazione di una struttura che molti considerano, nel migliore dei casi, inutile.