GROSSETO. Una riforma che, secondo il governo, punta a cambiare in profondità il funzionamento della giustizia italiana. È questo il cuore dell’intervento di Carlo Nordio, protagonista stamani alla sala Eden di Grosseto di un incontro pubblico dedicato alle ragioni del Sì al referendum sulla giustizia.
A intervistarlo è stata Francesca Scopelliti, grossetana, da anni impegnata sui temi garantisti e storicamente legata alla battaglia per una giustizia più equa dopo il caso di Enzo Tortora, di cui era compagna quando fu arrestato.
Nel corso dell’incontro, Nordio ha affrontato in modo diretto i nodi principali della riforma: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il funzionamento del Consiglio superiore della magistratura, il peso delle correnti interne, la lentezza dei processi e la formazione dei magistrati.
Il ministro ha insistito soprattutto su un concetto: la riforma non nasce per indebolire la magistratura, ma per renderla più indipendente e più credibile.
Sala Eden gremita di gente, per un incontro durato oltre un’ora. Nordio è stato introdotto da Massimiliano Arcioni, presidente della camera penale. Quindi dalla senatrice Simona Petrucci e dall’onorevole Fabrizio Rossi, di Fratelli d’Italia.
In sala tantissimi politici, avvocati, professionisti. È stata notata da tutti l’assenza del sindaco, ufficialmente per altri impegni, in realtà pare si sia irritato perché non inserito nella scaletta degli interventi. E forse, aggiungiamo noi, perché l’evento era organizzato solo da Fratelli d’Italia.
«Oggi giudici e pm appartengono alla stessa famiglia»
Alla prima domanda sulla necessità concreta della riforma, Nordio ha spiegato il punto che considera centrale: oggi giudici e pubblici ministeri fanno parte dello stesso sistema di carriera e dello stesso organismo di autogoverno.
Secondo il ministro, questo produce un meccanismo interno che finisce per influenzare valutazioni, promozioni e procedimenti disciplinari.
«Oggi il pubblico ministero e il giudice si danno i voti a vicenda, appartengono alle stesse correnti o comunque a sistemi organizzati interni alla magistratura».
Nordio ha usato un esempio semplice: come in politica chi viene eletto sente poi il dovere di rispondere a chi lo ha sostenuto, allo stesso modo nel Consiglio superiore della magistratura chi viene scelto porta con sé un rapporto con chi lo ha votato. Da qui la critica alle correnti.
«Si crea una giustizia domestica: chi sbaglia spesso non paga davvero».
Il ministro ha citato anche il dato sulle valutazioni di carriera, sostenendo che quasi tutti i magistrati risultano eccellenti nelle progressioni professionali.
Il nodo del Csm e il sorteggio
Uno dei passaggi più forti dell’intervento riguarda proprio il futuro del Consiglio superiore della magistratura. Per Nordio il sorteggio rappresenta uno strumento per rompere il legame tra elettore ed eletto.
«Con il sorteggio il magistrato non dovrà più chiedere voti e poi restituire favori».
Secondo il ministro, questo garantirebbe maggiore libertà nelle valutazioni e nelle decisioni disciplinari.
Il messaggio politico è chiaro: meno peso alle appartenenze interne e più autonomia reale.
«Il modello è quello anglosassone»
Quando Francesca Scopelliti ha chiesto quale sistema internazionale ispiri questa riforma, Nordio ha richiamato il codice introdotto da Giuliano Vassalli tra il 1988 e il 1989.
Secondo Nordio, già allora il processo italiano era stato impostato sul modello accusatorio.
«Con Vassalli si introdusse un sistema modellato su quello anglosassone, con accusa e difesa sullo stesso piano davanti a un giudice terzo e imparziale».
Il ministro ha ricordato che prima di quella riforma, quindi quando era ancora in vigore l’ordinamento nato con il fascismo, il pubblico ministero sedeva accanto al giudice. «Io stesso, quando facevo il pubblico ministero, sedevo accanto ai giudici e durante il processo parlavamo normalmente».
Oggi, spiega Nordio, il pm è già collocato fisicamente in una posizione diversa, ma manca ancora il passaggio definitivo: la separazione ordinamentale.
Stati Uniti e Gran Bretagna come riferimento
Nordio ha poi citato i sistemi stranieri. Negli Stati Uniti il pubblico ministero è eletto e risponde direttamente agli elettori.
In Gran Bretagna il modello è diverso ma resta fermo il principio di netta distinzione tra chi accusa e chi giudica.
«Ogni sistema ha le sue caratteristiche, ma il punto comune è che accusa e giudice non appartengono alla stessa famiglia».
Secondo il ministro, in Italia questo passaggio è rimasto incompleto per decenni a causa del peso politico delle opposizioni interne alla magistratura.
«La riforma inciderà anche sulla velocità dei processi»
Sul tema dei tempi della giustizia, Nordio ha respinto una delle obiezioni principali del fronte contrario.
Secondo chi critica la riforma, separare le carriere non accelera i processi.
Il ministro ha risposto in modo netto. «Dire che non serve è un classico esempio di benaltrismo».
Nordio ha ricordato gli interventi già avviati dal governo: copertura dell’organico dei magistrati, stabilizzazione dell’ufficio del processo e consolidamento dei giudici onorari.
Ma secondo lui la riforma avrà effetti anche organizzativi diretti.
«Oggi ci sono uffici giudiziari che restano senza dirigenti per mesi, a volte per anni».
Tribunali senza guida per mesi
Nordio ha citato il caso dei presidenti di tribunale e dei procuratori capo. Quando un prefetto o un questore lascia il posto, la sostituzione è immediata.
Nella magistratura invece i tempi si allungano molto. «Ci sono sedi dove per uno o due anni manca il dirigente».
Secondo il ministro, questo dipende proprio dagli equilibri correntizi interni al Csm. «Bisogna aspettare che si liberino varie caselle per distribuire gli incarichi».
E questo, sostiene, rallenta direttamente il funzionamento della giustizia.
«Serve una formazione diversa per i pubblici ministeri»
Uno dei passaggi più tecnici ma più incisivi riguarda la formazione.
Nordio ha spiegato che il pubblico ministero dirige la polizia giudiziaria fin dal primo momento della notizia di reato. Per questo, secondo lui, non può avere la stessa preparazione di chi fa il giudice.
«Un pubblico ministero deve conoscere criminologia, tossicologia forense, balistica, tecnica dell’interrogatorio».
Secondo il ministro oggi questo spesso non accade. «Un giovane magistrato può trovarsi a dirigere indagini senza esperienza concreta». Da qui la necessità di percorsi formativi distinti.
«Molte indagini nascono male e finiscono peggio»
Nordio ha parlato anche delle conseguenze pratiche. «Molte indagini nascono male, avanzano peggio e finiscono dopo aver provocato danni enormi».
Il punto centrale, secondo il ministro, è che la mentalità del pubblico ministero deve essere quella dell’investigatore, non quella del giudice. Una distinzione culturale prima ancora che ordinamentale.
Il referendum come scelta politica e culturale
L’incontro di Grosseto si è trasformato così in una lunga difesa pubblica della riforma.
Nordio ha insistito più volte su un concetto: dopo decenni di discussioni, ora la scelta passa direttamente ai cittadini.
«Questa volta la parola sta al popolo».








