GROSSETO. «È gravissimo che un giudice abbia fatto una cosa del genere, dovrebbero mandarlo a cogliere pomodori». «Giudici comunisti, devono andare a casa. Gli deve succedere la stessa cosa».
«Lo arrestano per spaccio ed è già fuori, colpa del giudice».
Non sono eccezioni né sono sfoghi isolati, ma sono il sottofondo costante che accompagna ogni notizia di scarcerazione dopo una condanna. Soprattutto quando si tratta di casi di piccolo spaccio, di episodi di microcriminalità.
È successo di nuovo, negli ultimi giorni, dopo il caso del 19enne che la notte di Halloween aveva aggredito brutalmente l’avvocato Fabbri. Processo con rito abbreviato, condanna a 1 anno e 8 mesi, cinque mesi già trascorsi in carcere a via Saffi dopo l’arresto dello scorso novembre. Poi la scarcerazione.
E, puntuale, è arrivata la tempesta.
Il processo parallelo dei social
Sui social non serve leggere le carte, non servono norme, non serve conoscere il diritto: serve solo un colpevole. E il colpevole, quasi sempre, è il giudice.
C’è chi parla di magistrati «corrotti», chi li definisce «decerebrati», chi invoca vendette personali. Negli ultimi giorni si è aggiunta anche una nuova spiegazione, tanto semplice quanto sbagliata: «è colpa del referendum». «Avete votato no, ora tenetevi queste m…». «Avete brindato e ora subite». «Auguro lo stesso pestaggio a chi ha votato no».
La rabbia si mescola alla politica, la politica alla disinformazione. Il risultato è sempre lo stesso: un racconto distorto della realtà.
Ma davvero funziona così?
La realtà che non piace
Per capirlo bisogna fare un passo indietro e accettare una verità che, a molti, non piace: i giudici non decidono quello che vogliono.
Lo spiega chiaramente l’avvocata penalista Camilla Toninelli, che da anni lavora nei tribunali e conosce bene questi meccanismi. Toninelli fa parte del direttivo della Camera penale di Grosseto. Da dieci anni è iscritta all’Ordine, da sette svolge la professione e frequenta le aule del tribunale.
Con l’avvocata Toninelli non ci soffermiamo sul diritto alla difesa, che è garantito dalla Costituzione. Anche se dovremmo farlo. Perché quando si parla della scarcerazione di chi ha commesso un reato, una fetta delle offese viene quasi sempre divisa tra difensore e giudice. Con lei però abbiamo deciso di soffermarci su quello che fa il magistrato giudicante.
«Ci tengo a precisare che non intendo pronunciarmi nel merito del caso in questione, di cui non conosco gli atti, ferma restando la solidarietà verso il collega Fabbri che è rimasto vittima di una grave aggressione. Parlando in generale, è necessario comprendere che i giudici applicano le leggi, non le creano», premette subito.
È una frase semplice. Talmente semplice da sembrare banale. Eppure è esattamente il punto che sfugge nel dibattito pubblico.
La scarcerazione non è frutto di un capriccio o di una scelta arbitraria, ma dell’applicazione di un istituto previsto dal codice: la sospensione condizionale della pena.
«Quando la condanna resta sotto una certa soglia, generalmente i due anni, il giudice può concederla dopo una valutazione complessa che tiene conto della gravità del fatto, della personalità dell’imputato e della probabilità che non commetta nuovi reati – spiega l’avvocata Toninelli – Non è una concessione automatica, ma nemmeno un’eccezione scandalosa. È legge».
E quando viene concessa, le misure cautelari più afflittive decadono. Anche il carcere.
Il carcere non è la risposta automatica
C’è un altro elemento che spesso viene ignorato. Nel sistema italiano, la custodia cautelare in carcere è l’ultima scelta possibile, non la prima.
«Non può essere usata per “dare un segnale”, per calmare l’opinione pubblica o per rispondere all’indignazione – dice l’avvocata – Deve essere giustificata da criteri precisi, fissati dalla legge».
E qui nasce uno dei cortocircuiti più evidenti: quello tra percezione e realtà. Perché i reati che colpiscono di più – quelli che avvengono vicino a casa, che fanno paura, che generano rabbia – sono proprio quelli su cui i cittadini chiedono risposte immediate e dure.
Ma la giustizia non può funzionare sulla base dell’emotività.
Il referendum che non c’entra
In mezzo a tutto questo si è infilato anche il referendum sulla giustizia. Secondo molti commenti, le scarcerazioni sarebbero la conseguenza della vittoria del “no”.
Non è così. La Camera penale, nel cui direttivo siede l’avvocata Toninelli, è stata tra i promotori del sì.
«Il referendum riguardava l’organizzazione della magistratura, la separazione delle carriere, equilibri interni al sistema – dice – Non aveva nulla a che vedere con le decisioni nei singoli processi».
Nessuna norma sarebbe cambiata in questo caso e nessuna decisione sarebbe stata diversa. I magistrati non fanno le leggi, le applicano.
E le leggi, in questo caso, parlano chiaro. La riforma Cartabia ha ampliato gli strumenti alternativi al carcere, incentivato i riti alternativi e introdotto meccanismi per ridurre il sovraffollamento e velocizzare i processi.
«Quando si tratta di sentenze – aggiunge Toninelli – siamo sempre nell’ambito della discrezionalità del giudice che applica istituti regolati dalla legge e che il referendum non ha mai messo in discussione».
Insomma, chi pensa che con la vittoria del sì sarebbe cambiato tutto, sbaglia.
«Il giudice si muove all’interno di parametri stabiliti dalla legge. La pena non è vendetta di Stato, ma strumento di rieducazione, come stabilisce la Costituzione».



