PIOMBINO. Dalle profondità di Baratti alla conquista della maglia azzurra, la carriera di Marco Muti è un percorso che parte da lontano, quando da bambino, al mare con la nonna, si divertiva ad osservare i piccoli pesci nelle acque basse di Salivoli.
L’atleta del Ci.Ca.Sub. Livorno è stato ufficialmente convocato nella Nazionale Italiana, un traguardo che premia una vita spesa in apnea e una dedizione per la disciplina che solo chi ha una passione travolgente come quella di Marco può avere.
Chi è Marco Muti

Marco Muti, classe 1990, è cresciuto esplorando il fondo tra gli scogli insieme alla nonna: «Ricordo quanto fosse grande la mia curiosità per granchi e polpi e che all’epoca quelle fossero le mie personali avventure quotidiane».
Un imprinting fondamentale, consolidato poi dal padre che, tra una battuta di pesca e l’altra sulla barca di famiglia, gli ha insegnato l’arte di “leggere” il fondale.
Se il primo fucile, un mitico Cressi SL 50, è stato la scintilla, la disciplina è stata il combustibile che ha trasformato un ragazzo appassionato in un atleta di alto livello.
Lo abbiamo intervistato per capire cosa si provi a vestire l’azzurro e cosa si nasconda dietro la maschera di un campione.
L’intervista
Marco, la sua preparazione è nota per essere meticolosa. Come si costruisce un fisico capace di sfidare la profondità del blu?
«Il mio allenamento segue una progressione ciclica. Inizialmente mi dedico a una fase di carico generale: forza e resistenza sono fondamentali per contrastare la pressione della colonna d’acqua e gestire le risalite. Le gambe devono essere un motore affidabile. Successivamente, sposto il focus: riduco i pesi in palestra per permettere alla muscolatura di ritrovare elasticità e fluidità. In questa fase le uscite in mare diventano centrali, affiancate dalla meditazione. È essenziale imparare a gestire ansie e paure attraverso la mente; la concentrazione è l’arma segreta del pescatore subacqueo. Il tutto, ovviamente, supportato da un’alimentazione sana ed equilibrata per sostenere lo sforzo».

Scendere nel profondo non è solo una questione di muscoli. Qual è il suo segreto per affrontare l’abisso al meglio?
«La continuità è tutto. Un corpo sano ti permette di essere costante, ma il vero lavoro è l’introspezione. Bisogna conoscersi profondamente per individuare i propri limiti, siano essi fisici o mentali, e trasformarli in punti di forza. Ma se devo indicare un unico motore, è la passione: è quella che ti spinge a superare i momenti difficili e a vivere il mare non come un nemico da sconfiggere, ma come un elemento in cui sentirsi a casa».
Parliamo di numeri. Quali sono le profondità più importanti che ha raggiunto?
«In azione di pesca ho raggiunto una profondità massima di 43 metri, con tempi di apnea che arrivano ai 3 minuti e 30 secondi. Però, tengo a fare una precisione fondamentale: questi sono numeri che registro esclusivamente quando mi trovo in un perfetto stato psicofisico. Nella pesca subacquea la prestazione non è mai un automatismo, ma il risultato di un equilibrio totale tra corpo e mente».
Ha sempre dichiarato di avere uno spirito agonista. Cosa rappresenta per lei la competizione?
«Per me la gara è il banco di prova più sincero. Mi piace misurarmi con i migliori perché il confronto ti costringe a metterti in discussione. Nell’agonismo di alto livello non puoi lasciare nulla al caso: è il dettaglio minimo, quella cura maniacale per l’attrezzatura o per la strategia, a fare la differenza tra una buona prestazione e una vittoria. È questa ricerca della perfezione che mi stimola ogni giorno».
Parliamo del momento della convocazione. Come ha vissuto l’attesa dopo l’ottimo sesto posto agli Assoluti di Gallipoli?
«Ero in uno stato di ansia e curiosità al tempo stesso. Sapevo di aver dato tutto in Puglia e di aver pescato bene, ma l’ufficialità è un’altra cosa. Quando il commissario tecnico Marco Bardi ha annunciato il mio nome nel team, la tensione si è sciolta all’istante lasciando spazio a una gioia immensa. Ringrazio Bardi per la fiducia riposta in me; darò il massimo per onorare questa maglia».

Cosa direbbe a un giovane che vuole iniziare oggi a praticare la pesca in apnea?
«Il primo consiglio è categorico: non improvvisate. Frequentate un corso di pesca subacquea o di apnea per apprendere le basi fisiologiche e tecniche. La sicurezza deve essere sempre la priorità assoluta. E poi, cercate di affiancarvi a pescatori più esperti: osservare chi ha più ore di mare alle spalle è il modo più veloce e sicuro per imparare i segreti di questo sport».
Sappiamo che la sua missione ora prosegue anche fuori dall’acqua, come istruttore.
«Esatto. Da quest’anno sono ufficialmente istruttore FIPSAS di pesca subacquea. Dopo anni di competizioni e di mare, sento il desiderio di trasmettere ciò che ho imparato. Chiunque abbia voglia di approcciarsi a questo mondo con serietà e rispetto per l’ambiente può contattarmi sui miei canali social. Il mare mi ha dato tanto, e ora è il momento di restituire qualcosa a chi ha voglia di apprendere».
Dal primo fucile ad oggi, il mare è rimasto il suo elemento naturale, il luogo dove la sua indole competitiva e l’esigenza verso se stesso trovano la massima espressione. Per Muti, ogni gara non è solo una caccia al pesce più grosso, ma un’analisi lucida dei propri errori e un’opportunità di crescita condivisa con gli amici di sempre e gli allievi di domani.





