SCARLINO. Luigi Mansi non ama le operazioni nostalgiche. Lo dice chiaramente: questa non è una manovra di ritorno al passato, ma una scelta di futuro. Eppure, nella nascita di Sol-Tiox, la nuova società che riunisce Nuova Solmine e l’ex Tioxide/Venator di Scarlino, c’è tutta la storia industriale della Maremma. Miniere, chimica di base, lavoro, crisi e rilancio.
A fine dicembre l’operazione si è chiusa. Pochi giorni dopo è arrivato l’accordo per la cassa integrazione straordinaria come strumento di transizione. Ma dietro i comunicati e i tavoli istituzionali c’è una decisione imprenditoriale profonda, maturata in un contesto difficile per la chimica italiana ed europea. A raccontarla è lo stesso Mansi, titolare della Nuova Solmine, che rivendica una scelta fatta «col cervello», senza negare che il cuore, in certi momenti, possa dare una spinta in più.
«La chimica di base in Italia sta finendo»
«Arrivati alla fine del 2025 – racconta – il quadro era molto chiaro. La chimica in Italia sta praticamente finendo, per scelte che non giudico, ma che producono effetti evidenti». La domanda di acido solforico, prodotto cardine dello stabilimento di Scarlino, è crollata. Contemporaneamente sono aumentati i costi delle materie prime, a partire dallo zolfo.
Il rischio, spiega Mansi, era concreto: «Senza un’operazione di questo tipo, avremmo dovuto avviare la cassa integrazione. E basta». È in quel passaggio che prende forma l’idea di riunificare due asset produttivi che, in realtà, erano nati insieme.
Dalle miniere alla chimica: una storia spezzata
Per capire il senso dell’operazione bisogna tornare indietro di decenni. «Tutto nasce dalle miniere – spiega – dalla vecchia Montecatini, poi Montecatini Edison, poi Montedison». Le piriti estratte a Boccheggiano, Niccioleta, Massa Marittima, Gavorrano erano alla base di un sistema integrato: acido solforico, pellets di ferro ed energia.
«L’acido solforico ha poi determinato la scelta di verticalizzare il biossido di titanio negli anni Settanta. Era una logica industriale perfetta». Quella logica, però, si è spezzata con la crisi delle miniere e con la successiva separazione dei percorsi industriali: da una parte l’impianto dell’acido solforico, dall’altra il biossido di titanio, passato attraverso varie proprietà fino alla crisi finale di Venator.
«Noi oggi abbiamo fatto esattamente l’operazione opposta: ricostituire un impianto chimico che era stato separato più di trent’anni fa».
Non nostalgia, ma mercato
Quando gli si chiede se il futuro sia legato al passato, Mansi frena subito: «Più che un ritorno al passato, è una prospettiva di futuro». La nuova società consente infatti di entrare in un altro mercato, quello del biossido di titanio, sfruttando un’occasione irripetibile: la crisi globale di Venator, che ha chiuso quasi tutti gli stabilimenti nel mondo.
«Abbiamo preso questo impianto – dice – e lo abbiamo rimesso in condizione di produrre biossido di titanio consumando il nostro acido solforico». Un’integrazione industriale che, secondo le analisi di mercato citate dall’imprenditore, rende Scarlino «l’unico sito ex Venator europeo con un percorso industriale definito, una logica economica credibile e un ruolo positivo nel riequilibrio del mercato europeo».
Il mercato, però, non è garantito: «Va conquistato. Ma oggi il polo di Scarlino è un polo vero».
Cervello, territorio e responsabilità
Alla domanda se in questa operazione ci sia anche del cuore, Mansi risponde senza retorica: «Le operazioni imprenditoriali si fanno col cervello. Però, se il cuore può aiutare…». Il legame con il territorio è evidente: «Io lavoro qui dal 2 novembre del ’72. I miei figli sono qui. Noi tre fratelli, o meglio tre soci, siamo attori di questo territorio».
Ma l’operazione non è beneficenza: «Ha una validità economica precisa». I numeri che cita sono quelli dell’impatto complessivo: circa 600 famiglie coinvolte considerando anche l’indotto, e un valore aggiunto distribuito sul territorio che può arrivare a circa 80 milioni di euro.
«Abbiamo dato una prospettiva a persone che al 31 gennaio avrebbero perso definitivamente il posto di lavoro. È una controtendenza italiana: forse siamo gli unici ad aver fatto una concentrazione di impianti per rilanciare la chimica, mentre il sistema va in chiusura».
«I tavoli col sindacato servono a progettare lavoro»
Il tema della cassa integrazione ritorna, ma con una visione precisa. «Ho detto chiaramente che i tavoli con il sindacato non si fanno per fare la cassa integrazione, ma per progettare lavoro». Per Mansi la cigs è uno strumento da usare solo come ponte, non come destino, a differenza di quanto visto in altre realtà industriali.
Su Piombino il giudizio è netto: «La cassa integrazione è il cancro più terribile che ci sia: deindustrializzazione, perdita di professionalità, disillusione».
Scarti, logistica e mercati globali
Restano le questioni aperte, a partire dagli scarti di lavorazione e dai gessi rossi. «Siamo in via di risoluzione – spiega – abbiamo davanti cinque o sei anni, ma la cava della Vallina (a Filare di Gavorrano, ndr) ci darà una prospettiva di vent’anni. E con vent’anni davanti puoi progettare il futuro».
I limiti infrastrutturali del territorio esistono, ma non sono un alibi: «Ci sono costi in più, certo, ma non sono condizioni che rendono l’industria impossibile. Si possono affrontare».
Quanto ai mercati, lo sguardo è globale: «Per l’acido solforico siamo leader in Italia e presenti nel Mediterraneo, in Marocco, Brasile, Cile, Cuba. Il biossido di titanio seguirà la stessa strada: Italia, area Emea, Europa e Medio Oriente».
«Io sono l’ultimo minatore»
Alla fine, più che una definizione industriale, Mansi lascia un’immagine: «Io sono l’ultimo minatore». Non in senso letterale, ma culturale. Un imprenditore cresciuto in un sistema industriale che oggi sembra fuori moda, ma che a Scarlino prova ancora a dimostrare che industria, territorio e futuro possono stare nella stessa frase.



