ORBETELLO. Era cominciata come una relazione identica a tante altre. Una coppia, una convivenza, poi l’arrivo di una gravidanza. Ma dietro alla quotidianità, secondo quanto ricostruito, si nascondeva un clima costante di paura e sopraffazione.
È la storia che emerge dal provvedimento firmato dal giudice per le indagini preliminari Marco Mezzaluna, che ha condannato un uomo di 42 anni, residente a Orbetello per maltrattamenti nei confronti della compagna convivente.
Una vicenda lunga quasi quattro anni, dal 2021 al 2025, fatta di offese, violenze fisiche, minacce e controlli ossessivi.
Gli insulti e la gelosia ossessiva
Secondo la sentenza, tutto ruota attorno a una gelosia immotivata e pressante. Già nel dicembre 2021 l’uomo accusa la compagna di aver fatto «il piedino» a un altro uomo e la offende.
Da quel momento le accuse diventano quotidiane. La donna viene continuamente sospettata di tradimenti con colleghi di lavoro, clienti, persone incontrate per caso.
Un’ossessione che, con il tempo, si trasforma in umiliazioni continue e aggressioni.
Le violenze durante la gravidanza
Uno degli episodi più gravi avviene l’8 luglio 2022. La donna è all’ottavo mese di gravidanza quando, durante una lite per gelosia, l’uomo la spintona con violenza, facendola cadere a terra e causandole un trauma addominale.
Un fatto che segna profondamente la relazione, ma che non interrompe la spirale di soprusi.
Botta e insulti anche sul lavoro
Nel 2023, quando entrambi lavorano in una pizzeria, la situazione peggiora ulteriormente. Secondo il giudice, l’uomo la offende quotidianamente davanti ai clienti, solo perché gentile con chi entra nel locale.
In un’occasione, dopo averla accusata di fare avances al pizzaiolo, le dà due schiaffi al volto e una spinta.
Dal 2024, quando la donna inizia a lavorare in un forno, l’uomo si apposta fuori dal luogo di lavoro, discute con i colleghi e arriva perfino a percuotere i presunti amanti della compagna.
Le minacce di morte e la paura di denunciare
Nel marzo 2025, temendo che la donna possa lasciarlo o denunciarlo, l’uomo, difeso dagli avvocati Luisa Benelli e Marco Biagioli, la minaccia di morte, dicendole che se fosse finito in carcere per colpa sua «prima o poi l’avrebbe ammazzata».
Pochi giorni dopo, durante una lite in auto, le trattiene il telefono e la borsa per impedirle di chiamare i carabinieri e le sbatte la testa contro il volante.
La donna, terrorizzata, decide infine di lasciare l’abitazione e rifugiarsi dai genitori.
Le violazioni del divieto di avvicinamento
Nonostante l’applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento, l’uomo continua a cercarla. Telefonate, email con messaggi vocali, appostamenti fuori dai ristoranti dove lavora.
Episodi che portano anche all’accusa di violazione delle misure cautelari, contestata insieme al reato di maltrattamenti.
La condanna e i lavori di pubblica utilità
Il procedimento si è concluso con un patteggiamento. Il giudice ha condannato l’uomo a due anni di reclusione, riconoscendo le attenuanti generiche, ma confermando la gravità e la continuità delle condotte.
La pena detentiva è stata sostituita con 1.460 ore di lavori di pubblica utilità, da svolgere presso l’associazione Nomadelfia, a Grosseto.
Sono state inoltre disposte prescrizioni rigide: divieto di avvicinamento alla vittima, ritiro del passaporto, divieto di detenere armi e controlli costanti.



