GROSSETO. «I fatti sono argomenti testardi». Giovanni De Marco sceglie questa frase nel punto più delicato della requisitoria, quando ormai l’aula della Corte di assise è completamente immersa nel silenzio e ogni parola pesa più della precedente. La pronuncia lentamente, quasi lasciando che trovi spazio da sola dentro una mattina già carica di tensione, poi ne richiama l’origine – la celebre citazione attribuita a John Adams – e la usa come asse della ricostruzione accusatoria: perché, al di là delle versioni cambiate dagli imputati, delle accuse reciproche, delle omissioni e delle mezze ammissioni, secondo la procura esiste una sequenza di fatti che non può più essere spostata.

Davanti ai giudici siedono Ozgur Bozkurt, Klodjan Gjoni ed Emre Kaja, i tre imputati nel processo per l’omicidio di Nicolas Mathias Del Rio, il corriere quarantenne sequestrato nel maggio del 2024, tenuto prigioniero nella villetta di Case Sallustri e ritrovato morto più di un mese dopo in fondo a un pozzo. Poco più avanti, nella prima fila dell’aula, c’è Eduardo Del Rio, il padre di Nicolas, rimasto seduto per tutta la mattina senza mai distogliere lo sguardo dal banco degli imputati. Assiste all’udienza anche la procuratrice capo Maria Navarro, presente durante tutta la requisitoria.
Quando l’udienza finirà , sarà proprio il padre di Nicolas a compiere l’ultimo gesto di una mattina durissima sfociata nel primo pomeriggio: si alzerà lentamente, uscirà dall’aula e, passando accanto al pm De Marco gli stringerà la mano. Dentro quella stretta, breve e silenziosa, sembrerà raccogliersi tutto il peso di ore in cui il processo ha attraversato prima l’ennesimo scontro tra imputati e poi la richiesta di due ergastoli.
Il confronto tra imputati riporta in aula le accuse reciproche
La mattina avrebbe dovuto essere dedicata soltanto alla requisitoria e alla voce delle parti civili, ma poco prima dell’inizio l’avvocato Massimiliano Arcioni, difensore di Bozkurt, chiede alla Corte di poter procedere con un confronto diretto tra i tre imputati. La richiesta viene accolta in due momenti distinti: prima tra Emre Kaja e Ozgur Bozkurt, poi tra Bozkurt e Klodjan Gjoni, limitatamente però ai fatti relativi all’omicidio.
Il primo confronto è breve ma sufficiente a riportare davanti ai giudici una delle contraddizioni centrali del processo. Kaja, rimasto per mesi una figura laterale, quasi opaca, parla con voce bassa ma con parole nette. Alla domanda su quando abbia saputo della morte di Nicolas Del Rio, risponde che fu la sera del 24 maggio e che a dirglielo fu Bozkurt.
«Il 24 sera ho saputo che Del Rio era stato ucciso. Me lo ha detto solo Bozkurt», afferma.
Poi aggiunge una frase che nell’aula cade con la stessa pesantezza di un’accusa già nota ma mai del tutto risolta: «Mi ha detto che lo hanno ucciso tutti e due insieme».
Bozkurt reagisce immediatamente. Nega di avere ucciso Nicolas, nega di avere parlato di strangolamento, nega perfino di avere raccontato di essere salito in soffitta per controllarlo.
Kaja però non arretra e ribadisce: «Sto dicendo quello che mi ha detto lui».
Il confronto si chiude rapidamente, ma lascia l’aula dentro quella tensione che si alzerà ancora di più pochi minuti dopo.
«Vergogna»: lo scontro tra Bozkurt e Gjoni davanti alla Corte. Due versioni incompatibili, nessuno arretra
Quando si siedono uno di fronte all’altro Bozkurt e Gjoni, il tono cambia subito. Qui il confronto non è soltanto processuale: affiora anche un rapporto personale fatto di rancore, accuse e reciproca sfiducia.
Gjoni torna alla mattina del 24 maggio, ricorda la presenza del padre a Case Sallustri e sostiene di essere rimasto fuori proprio perché il genitore avrebbe potuto scoprire Nicolas nella villetta. Poi guarda Bozkurt e lo incalza: «Sei un padre di famiglia, dici la verità . Perché hai deciso di tua volontà di sequestrare il ragazzo?»
La risposta arriva immediata. «Sei te che hai cambiato il progetto. Ancora racconti bugie. Vergogna, è colpa tua», replica Bozkurt.
Gjoni prova a difendersi sostenendo che Nicolas non dovesse essere sequestrato e che lui gli avesse soltanto dato da bere, ma il confronto scivola rapidamente verso uno scontro molto più personale. Bozkurt gli rinfaccia i rapporti con la droga, il peso delle menzogne, il continuo cambiare versione.
«Hai rovinato mezzo paese per colpa della droga», dice. Poi aggiunge: «Te sei un bugiardo. Ogni volta cambi». Fino alla frase che più di tutte resta sospesa nell’aula: «Stai rovinando tutti con le tue bugie. Mi vergogno anche solo guardare in faccia i miei figli».
Anche questo confronto si chiude senza spostare nulla: entrambi restano inchiodati alle rispettive versioni, nessuno assume apertamente la responsabilità materiale della morte di Nicolas Del Rio.
La requisitoria: il sequestro, la soffitta e il punto di rottura. La procura ricostruisce il movente economico e la svolta di Case Sallustri
La requisitoria si apre con Valeria Lazzarini, che ricostruisce il movente economico della rapina aggravata: il carico di borse Gucci, la convinzione di poter ricavare dalla rivendita fino a 150-200 mila euro ciascuno, il ruolo centrale attribuito a Gjoni, che – sottolinea la pm – conosceva bene quel circuito perché aveva già commesso un furto nell’azienda che produce le borse per la griffe fiorentina. «Evidentemente – dice la sostituta procuratrice – era affezionato al marchio Gucci»
Nicolas, dopo essere stato rapinato, viene immobilizzato, bendato con nastro adesivo, caricato, trasferito nella zona boschiva dove vengono abbandonate le borse e incendiato il furgone, poi condotto a Case Sallustri.
Secondo la procura anche Emre Kaja partecipa pienamente a questa fase: ha il volto coperto con la felpa, contribuisce all’immobilizzazione del corriere, prende parte all’incendio del mezzo e sa di essere coinvolto in una rapina aggravata.
Quando torna a parlare De Marco, la ricostruzione entra nel punto più duro da accettare: la permanenza di Nicolas nella soffitta della villetta.
Il pm richiama la relazione del Ris dei carabinieri di Roma, ricorda la traccia di sangue trovata sullo scalino che porta al piano superiore e soprattutto il quadro emerso dal ritrovamento del corpo nel pozzo il 27 giugno: stomaco vuoto, assenza totale di nutrizione, mani legate dietro la schiena, piedi bloccati, corpo incaprettato, cavo elettrico intorno al collo.
«Non si è suicidato, non è morto di stenti», afferma De Marco. E aggiunge che gli unici ad avere un interesse concreto in quella morte sono gli imputati.
«La strada di Nicolas era già senza via d’uscita»: per la procura l’omicidio fu deciso il 23 maggio
Secondo la ricostruzione della procura, il momento decisivo arriva quando il proprietario della villetta torna a Case Sallustri il 23 maggio. «Quella mattina Gjoni fa un bagno di realtà », dice De Marco, spiegando che in quel momento la casa smette di essere un luogo sicuro e il rischio di essere scoperti diventa immediato.
Per la procura, proprio lì nasce la decisione condivisa tra Bozkurt e Gjoni. «Si sono visti il 23, hanno deciso di ucciderlo. Poi ci hanno dormito su e lo hanno fatto il 24». È su questo passaggio che l’accusa fonda la contestazione di premeditazione.

Poi De Marco aggiunge una frase che nell’aula produce un altro silenzio netto: «La strada di Nicolas Del Rio il 22 maggio era già senza via d’uscita».
Perché anche se il piano iniziale fosse andato diversamente, Nicolas – lasciato senza cibo né acqua – sarebbe comunque morto.
Le richieste finali: due ergastoli e venti anni: il silenzio dopo le parole della procura
Nella parte conclusiva della requisitoria, Valeria Lazzarini spiega che Bozkurt e Gjoni non meritano attenuanti, perché hanno continuato fino all’ultimo a negare, accusarsi reciprocamente e produrre confusione senza mostrare alcun segno di resipiscenza.
La richiesta è netta: ergastolo per Ozgur Bozkurt e Klodjan Gjoni. Per Emre Kaja, ritenuto responsabile di rapina aggravata, sequestro e occultamento con concorso anomalo per l’omicidio, la richiesta è di venti anni di reclusione.
Per tutti e tre la procura chiede anche la custodia in carcere, ritenendo ancora concreto il rischio di fuga. Quando le richieste vengono pronunciate, nell’aula cala un silenzio improvviso. Nessuno dei tre imputati si muove. Kaja resta immobile, quasi chiuso dentro la propria postura. Bozkurt tiene lo sguardo fisso davanti a sé. Gjoni abbassa appena il volto.
Poi l’udienza finisce, Eduardo Del Rio si alza, stringe la mano a De Marco e lascia l’aula, mentre dietro di lui resta sospesa quella frase pronunciata poco prima dal pubblico ministero: «i fatti sono argomenti testardi».



