PIOMBINO. L’episodio di piazza Cappelletti avvenuto nei giorni scorsi in occasione della manifestazione contro l’attacco di Trump in Venezuela, lascia aperta una profonda ferita sul modo di intendere la solidarietà internazionale: da un lato la difesa geopolitica della sovranità nazionale contro gli interventi esterni, dall’altro la testimonianza diretta di chi denuncia violazioni dei diritti umani e mancanza di democrazia nel proprio Paese d’origine.
Ciò che resta, oltre alle polemiche, è il video di una piazza divisa, dove il confronto politico ha ceduto il passo, per alcuni istanti, all’insulto personale.
Ed è questo che ha lasciato una profonda tristezza in Morena Paradiso, la ragazza italo-venezuelana, intervenuta quel pomeriggio, per portare in piazza le sue idee e la propria esperienza.
Una testimonianza finita in aggressione
Il clima è degenerato quando Morena ha preso il microfono per contestare il regime di Maduro: «È un terrorista, non il presidente legittimo».
La piazza ha reagito insultandola. Chiamandola «maiale», dicendole: «vai a morire». Mentre Gioventù Nazionale esprimeva solidarietà alla ragazza per l’aggressione subita, il Prc ha cercato di ridimensionare il caso: «La piazza non era per Maduro, ma per il diritto internazionale. Il microfono è rimasto aperto a tutti e gli insulti sono arrivati da un singolo non tesserato».
A difesa degli organizzatori è intervenuta anche AVS (Alleanza Verdi e Sinistra), parlando di una «strumentalizzazione mediatica della destra» e ribadendo il valore anti-imperialista della manifestazione.
Chi è Morena Paradiso

Morena Paradiso è una ragazza di 28 anni, nata in Italia ma con origini venezuelane da parte della madre vissuta lì fino al 2004. Il Venezuela e le dinamiche legate a quel paese lei le ha vissute sulla propria pelle, ogni volta che con la sua famiglia tornava a far visita ai parenti, ma anche attraverso i racconti della mamma, degli zii e dei cugini che ancora vivono oltre oceano.
Morena sa bene di cosa parla, conosce nel dettaglio ogni particolare di quell’inferno in cui la popolazione venezuelana è stata costretta a vivere: «Io non difendo assolutamente l’operato di Trump – è questa la prima cosa che precisa – C’è stato un problema di comunicazione. Non mi sono fatta capire, anche perché quel pomeriggio non mi hanno lasciata parlare».
Un fraintendimento dovuto all’interruzione violenta di qualcuno dei presenti che ha inveito contro di lei con offese pesanti.
«Quello che volevo dire è che credo personalmente che ci sia una grande falla nel sistema internazionale, se ci sono tanti dittatori al mondo e se accadono cose di questo genere. Il potere che ha Trump è solo uno dei problemi – dice – So di cosa parlo. Sono cresciuta ascoltando i racconti dei miei famigliari, leggendo, guardando documentari di quel paese e la sua storia la conosco molto bene. La situazione che le persone vivono lì a me tocca nel profondo a livello emotivo più che politico».
La scintilla: Morena dice la sua
«È vero che non era una manifestazione pro Maduro. Non c’era scritto nella locandina – dice – Comunque, quando sono arrivata lì ho sentito dire ad una signora “Maduro è il legittimo presidente” e in quel momento è scattata la scintilla che ha fatto traboccare il vaso».
È lì che Morena ha preso il microfono e ha detto: «Maduro è un dittatore».
«Dicendo questo, non giustifico in alcun modo l’operato di Trump, anzi – ribadisce – condanno anche lui, il fatto è che l’aver tolto il potere a Maduro è positivo. Siamo d’accordo che Trump ha i suoi interessi e che del Venezuela non gli importa, tuttavia io parlo a nome del popolo venezuelano di cui conosco i pensieri».
Tutti i suoi parenti in Venezuela hanno condiviso il suo video e l’hanno ringraziata per aver parlato a nome loro, dicendo come davvero stanno le cose.
«Ciò su cui volevo porre l’attenzione – continua – è il fatto che in Venezuela c’era una dittatura e nessuno per ben 26 anni lo ha mai riconosciuto. Ci sono richieste da parte dei civili alla comunità internazionale che non sono mai state prese in considerazione. Purtroppo non ho avuto modo di poter spiegare bene ciò che volevo. anche perché dopo le offese sono scoppiata in lacrime dal nervoso».
Non era una provocazione, era semplicemente un’espressione di un’opinione, un’opinione data da chi queste cose le studia e le ha vissute. «In fondo la politica si fa così, io esprimo un’opinione e tu la tua – dice – è un confronto, un dibattito, ma che deve rimanere aperto e senza insultarsi a vicenda».
Morena, infatti, studia cooperazione internazionale e geopolitica da tre anni all’università La Sapienza di Roma.
«Non ho parlato a nome di nessuno, quindi non c’era nessuna strumentalizzazione dell’argomento, sono tesserata dei radicali e sono di quel partito ed ho le mie idee. Dopo il fatto, le forze sia di sinistra che di destra mi hanno dimostrato il loro sostegno e di questo ne sono felice – aggiunge – Ciò significa che nonostante tutto il messaggio che quello che stavo cercando di dire non avesse alcun colore politico, alla fine è passato».
«Ripeto – conclude Morena – io non difendo Trump, ma condanno chi sostiene che Maduro fosse un bravo presidente, da coloro che vogliono difendere la sovranità popolare dal Venezuela quando questa stessa è stata invasa da spie russe, iraniane e cinesi ormai da anni e nessuno ha mai fatto niente».
La madre: «Ho vissuto l’inferno. Tanti miei coetanei sono morti»
Tanti eventi li ha rimossi, la madre di Morena. Per la grandezza del trauma vissuto in quei momenti di profondo dolore, la mente ha cancellato quello che poteva per poter continuare ad andare avanti. «Il presidente, Hugo Chavez, è stato eletto il due febbraio del 1999 – ricorda – Questo causò una grande crisi politico-sociale in Venezuela. Cominciarono immediatamente le proteste da parte degli studenti universitari».
La madre all’epoca studiava Turismo, con specializzazione in assistenza di volo, organizzazione e logistica della compagnia di aviazione. Dal ’99 al 2003 ha assistito a tutte le marce contro il regime di Chavez.
«Un regime che ha spaccato interamente l’economia venezuelana – racconta -, prosciugando fin dal primo giorno tutte le risorse umane e naturali del paese. Cominciando dal petrolio, tutte le grandi imprese vennero devastate e svuotate. I dirigenti, preparati professionalmente vennero mandati via e le attività espropriate, mettendo i “loro” al comando. Ma non erano preparati. L’economia così inizio a deteriorare. Noi studenti, con in mano bandiere e libri, manifestavamo. La cultura era la nostra arma durante quelle proteste, da parte nostra, pacifiche».
Cecchini e manganelli, tanti gli studenti universitari uccisi
«Venivamo presi a manganellate, poi le bombe lacrimogene, le sparatorie, con le 365 da 9mm. Da sopra i cavalcavia, con le mitragliatrici, eravamo a tiro. Cecchini che puntavano il mirino contro gli studenti, dall’alto e da lontano, in modo tale da non potercene accorgere. Ci furono una marea di massacri. Anche i miei compagni di banco vennero uccisi. Una profonda ferita che non si rimarginerà mai».
«Venne poi cambiata la Costituzione e venne abolita la possibilità di ogni tipo di marcia. Venne istituita la censura. Non si poteva parlare contro il Governo. Anche oggi è ancora così. Adesso le guardie vanno in giro con i motorini, armati, tra le favelas, per attaccare chiunque festeggi la caduta di Maduro».
Per far capire il clima che oggi la popolazione venezuelana sta vivendo, ci fa un esempio: «Se io inviassi anche solo un audio ai miei parenti in Venezuela e la polizia li fermasse e ascoltassero dal telefono il mio messaggio, quelle persone andrebbero in galera».
Un attimo di respiro, una bella notizia dopo anni di tragedie
«Trump ha appena dato l’ordine di buttare giù il carcere dove ci sono tutti i prigionieri politici e questa è per noi una bellissima notizia. Ciò che vi ho raccontato è solo una minima parte di ciò che è accaduto veramente».
La madre di Morena si lascia andare ad un’ultima triste confessione: «Sento il dolore dal profondo del mio cuore, anche solo a parlarne, con una lacrima di sangue che continua a scendere pensando ai miei compagni universitari caduti, innocentemente, durante le proteste. Abbiamo difeso con tanta forza e tanto amore il nostro paese e mi vergogno pesantemente per chi dice di dover difendere un uomo, spietato, come Maduro».