Immobile acquistato con i soldi dell'immigrazione clandestina, la Cassazione conferma il sequestro | MaremmaOggi Skip to content

Immobile acquistato con i soldi dell’immigrazione clandestina, la Cassazione conferma il sequestro

La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso: resta sotto sequestro il fondo commerciale di via De Pretis acquistato, secondo l’accusa, con i proventi delle false pratiche per cittadini bengalesi
L’immobile sotto sequestro

GROSSETO. L’immobile di via De Pretis resta sotto sequestro. Lo ha confermato la Corte di Cassazione.  L’immobile lo scorso settembre era stato posto sotto sequestro preventivo. Secondo gli investigatori della guardia di finanza, era stato acquistato con denaro proveniente da un’organizzazione dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

La sentenza, depositata nei giorni scorsi, chiude almeno per ora uno dei fronti giudiziari aperti nell’inchiesta partita da Siena e sviluppata dal nucleo di polizia economico-finanziaria delle fiamme gialle. 

Secondo quanto stabilito dalla seconda sezione penale della Cassazione, il ricorso presentato da Mid Suruz Chowkider, cittadino bengalese indicato come intestatario dell’immobile che ospitava il negozio Tamin, è stato dichiarato inammissibile: per i giudici il sequestro disposto dal gip di Grosseto è legittimo e non viola alcun principio di doppio giudizio, come invece sostenuto dalla difesa.

Il negozio da 51mila euro resta sotto sequestro

L’immobile, un fondo commerciale del valore di 51.500 euro, si trova in via Agostino De Pretis ed è considerato dagli investigatori nella reale disponibilità di Rahaman Mahabub, mentre Chowkider sarebbe stato soltanto intestatario formale.

Secondo la Cassazione, il tribunale di Grosseto ha motivato correttamente il provvedimento evidenziando una serie di elementi ritenuti significativi: il locale è sede dell’attività commerciale di Rahaman, coincide con la sede della sua società e dallo stesso indirizzo risultano partite numerose pratiche telematiche inviate al portale del ministero dell’Interno.

I giudici ricordano inoltre che Rahaman ha partecipato direttamente al rogito e pagato il saldo finale dell’acquisto, mentre Chowkider è suo cognato e con lui condivide rapporti economici.

L’inchiesta nata dalle anomalie nelle domande di ingresso

L’indagine è partita dopo la segnalazione della prefettura di Siena, che aveva rilevato anomalie in oltre 200 richieste di ingresso in Italia presentate per cittadini bengalesi.

Le pratiche contenevano dati falsi sui presunti datori di lavoro, talvolta inconsapevoli, e su sedi lavorative e alloggi dichiarati. Da qui la trasmissione degli atti alla procura e l’avvio degli approfondimenti affidati alla guardia di finanza.

Attraverso l’incrocio di dati digitali – Spid, Pec, email, numeri telefonici e flussi finanziari – i finanzieri hanno ricostruito l’attività di un’organizzazione con base in Italia e ramificazioni in Bangladesh.

Il sistema delle pratiche false: fino a 4mila euro per entrare in Italia

Secondo l’impianto accusatorio, il gruppo faceva pagare da 2mila a 4mila euro per ogni pratica di ingresso, con un tariffario variabile in base alla disponibilità economica delle persone interessate.

I versamenti avvenivano soprattutto in contanti in Bangladesh, ma in alcuni casi anche in Italia. In mancanza di denaro, sarebbero stati accettati perfino terreni come forma di pagamento.

Le oltre 200 pratiche sospette erano destinate in particolare alle prefetture di Siena e Grosseto e avrebbero prodotto profitti ingenti, ancora in fase di quantificazione.

L’ipotesi di autoriciclaggio

Proprio l’acquisto dell’immobile grossetano ha aperto un ulteriore capitolo investigativo: oltre al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina pluriaggravato, contestato ai sensi dell’articolo 12 del testo unico immigrazione, gli investigatori ipotizzano il reato di autoriciclaggio.

Per gli inquirenti, infatti, l’investimento immobiliare sarebbe servito a reinserire nel circuito legale denaro proveniente dall’attività illecita.

Il gip di Grosseto aveva disposto il sequestro preventivo, successivamente confermato dal tribunale del riesame. Ora la Cassazione ha ribadito che il quadro indiziario è sufficiente per mantenere il vincolo sul bene.

La Cassazione: nessun bis in idem

Uno dei punti centrali del ricorso riguardava la presunta duplicazione del sequestro, perché in un primo momento era intervenuto anche il gip di Siena.

La Suprema Corte ha però chiarito che non esistono due sequestri distinti sullo stesso immobile: il provvedimento iniziale era stato trasmesso a Grosseto per competenza territoriale e il gip grossetano ha poi emesso autonomamente il sequestro nei termini previsti dal codice di procedura penale.

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