PIOMBINO. Davanti al Metropolitan, durante la manifestazione degli studenti, una ragazza prende la parola e porta in piazza quello che sarebbe accaduto pochi giorni prima nella sua classe: un professore che avrebbe cantato “Faccetta nera”, giustificato i genocidi subiti dai popoli africani e pronunciato affermazioni discriminatorie sulle donne, sulle persone omosessuali e sull’identità di genere.
Una denuncia pubblica che mette al centro il rapporto di fiducia tra chi insegna e chi, ogni mattina, entra a scuola per imparare, confrontarsi e crescere. La studentessa racconta anche un altro passaggio: gli alunni avrebbero già segnalato gli episodi al dirigente scolastico, senza che a loro risultassero provvedimenti nei confronti del docente.
L’intervento risale a venerdì 30 ottobre, durante la mobilitazione che ha attraversato Piombino, ed è stato ripreso in un video pubblicato su Facebook. Le accuse sono gravi e richiedono riscontri: il racconto della ragazza rende pubblica una vicenda sulla quale restano da acquisire la versione dell’insegnante, quella della scuola e gli elementi relativi alla segnalazione.
Dall’aula alla piazza, il racconto davanti al Metropolitan
La manifestazione di venerdì ha portato nelle strade della città studenti, insegnanti e personale scolastico, con richieste che riguardavano gli investimenti nell’istruzione, il carovita e la contrarietà alle politiche di riarmo. Secondo Usb, i partecipanti erano circa quattrocento. Davanti al Metropolitan gli studenti hanno dato voce alle ragioni della protesta.
È in questo contesto che una studentessa delle superiori ha scelto di raccontare quello che sarebbe avvenuto durante le lezioni e che sarebbe stato confermato anche da altri insegnanti, che hanno saputo dai loro studenti dei comportamenti del prof.
La decisione di parlarne pubblicamente sarebbe arrivata dopo il confronto con la dirigenza: un passaggio che, nella ricostruzione della ragazza, non avrebbe prodotto le risposte attese dagli studenti.
«Faccetta nera» e le affermazioni sui genocidi
«Ha cantato una canzone fascista – dice la ragazza – “Faccetta nera”, facendo anche dei gesti di fronte a noi». Poi, la giovane studentessa ha raccontato a chi la stava ascoltando le altre “uscite” (di senno, senza dubbio) dell’insegnante. «Ha descritto come giusti e motivati i genocidi subiti nel corso della storia dai popoli africani», ha detto.
Sono contestazioni che rendono indispensabile conoscere le parole effettivamente pronunciate, il contesto della lezione e lo svolgimento del confronto con gli studenti.
La questione sollevata dalla ragazza riguarda il modo in cui l’insegnante avrebbe affrontato questi temi e le posizioni che, secondo gli alunni, avrebbe sostenuto davanti alla classe.
Le frasi sulle donne e sulle persone omosessuali e transgender
Nel racconto della studentessa trovano spazio anche altre affermazioni che avrebbero sconcertato la classe.
Il professore avrebbe sostenuto che una donna non potrebbe svolgere lavori considerati maschili perché perderebbe bellezza, legando così le possibilità professionali femminili a un giudizio sull’aspetto fisico.
Avrebbe inoltre affermato che le coppie omosessuali non possono esistere e pronunciato frasi che negano il riconoscimento dell’identità di genere delle persone transgender.
La scuola è un luogo nel quale gli argomenti complessi devono poter essere affrontati, facendo spazio alle domande e al confronto. Proprio per questo, il peso delle parole di un insegnante è diverso da quello di una conversazione qualunque: arriva da una posizione di autorità e può incidere sul modo in cui una ragazza o un ragazzo percepisce se stesso e il proprio posto nella comunità.
Callaioli (Prc): «Ce ne avevano parlato alcuni iscritti»
I video della studentessa e le sue parole sono state pubblicate sulla pagina di Facebook di Prc che ha seguito tutta la manifestazione. Il partito era già stato messo a conoscenza da alcuni dei giovani iscritti dei comportamenti del prof, così come già altri colleghi erano stati informati dagli stessi studenti.
«Di questo fatto ci avevano parlato anche alcuni iscritti dei Giovani Comunisti – dice Fabrizio Callaioli, capogruppo in consiglio comunale di Rifondazione comunista – ma non insegna in una delle classi dei nostri iscritti».
Le sue parole aggiungono un elemento alla ricostruzione della circolazione della notizia: il racconto era arrivato anche fuori dalla classe.
Ascoltare i ragazzi, accertare i fatti
La scelta di prendere la parola in piazza porta questa vicenda all’attenzione della città. Gli studenti chiedono che venga ascoltato un disagio che, nella loro ricostruzione, avevano già provato a rappresentare dentro la scuola.
Prendere sul serio questa richiesta significa verificarla fino in fondo, raccogliendo testimonianze, ricostruendo le lezioni e acquisendo le risposte del docente e della dirigenza, senza anticipare conclusioni.
Se le affermazioni saranno confermate, dovranno essere affrontate nella loro gravità. Se emergeranno elementi diversi, dovranno trovare spazio con la stessa chiarezza.
Davanti al Metropolitan una ragazza ha scelto di esporsi per raccontare ciò che avrebbe vissuto insieme ai compagni. Adesso quel racconto chiede risposte precise: che cosa è successo in classe, come è stata gestita la segnalazione e quali condizioni vengono garantite perché ogni studente possa sentirsi rispettato a scuola.