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«Free Fyras» sulla panchina davanti a casa dell’avvocato picchiato: la famiglia del ragazzo prende le distanze

La famiglia del ragazzo arrestato per aver brutalmente picchiato il professionista si dissocia da quella scritta: da anni a Grosseto, sta cercando di rimettere il figlio in carreggiata
La panchina con la scritta Free Fyras

GROSSETO. Domenica 16 novembre, in via Orazio Coclite, qualcuno ha tracciato una scritta: «Free Fyras», «Fyras libero». Una frase apparsa sulla panchina proprio davanti alla casa dell’avvocato Fabbri, l’uomo aggredito il 1° ottobre da Fyras Otay, il diciottenne arrestato dalla squadra mobile per il pestaggio del professionista
Due parole verniciate in fretta da qualcuno. Qualcuno che però è ben lontano dal 18enne in carcere, che ha ammesso le sue colpe tra le lacrime davanti al giudice Marco Mezzaluna. Ed anche dalla sua famiglia, da suo padre e sua madre, che si dissociano completamente da quella frase. 

Una scritta, mille domande

Chi l’ha fatta? Perché lì, perché ora? 

La vernice fresca sembra voler raccontare un atto di solidarietà distorta verso il ragazzo che ha picchiato l’avvocato. Ma è una narrazione che non riguarda le persone che sono più vicine al diciottenne. La famiglia del ragazzo infatti, ha subito preso le distanze, e lo fa con una fermezza che non ammette equivoci.

«Manifestiamo disapprovazione piena e incondizionata», è il senso delle parole che arrivano dalla casa dove padre e madre – arrivati anni fa a Grosseto – fanno i conti ogni giorno con una verità durissima: un figlio in carcere.

Una famiglia normale, colpita due volte

Fyras ha una famiglia come tante a Grosseto. Non cerca clamori, non cerca giustificazioni. Vuole solo una cosa: recuperare il proprio figlio, riportarlo su una strada che negli ultimi mesi ha deragliato.

Da quando quel ragazzo è entrato in carcere, il 12 novembre, la loro vita è cambiata per sempre. Perché una cosa è la cronaca nuda, un’altra è la quotidianità di chi aspetta, visita, spera.
La scritta sulla panchina non solo non appartiene a loro, ma, paradossalmente, li ferisce di nuovo: un altro sfregio, un altro simbolo sbagliato, un’altra distorsione della realtà.

Il pestaggio e la dinamica

La sera dell’aggressione, Fyras era insieme a due ragazze minorenni e a un amico. Secondo quanto ricostruito, quando l’avvocato Fabbri lo ha richiamato, trattenendolo per le mani – temeva potesse avere qualcosa in tasca – il ragazzo avrebbe reagito come fanno spesso i giovani quando vogliono mostrarsi più forti di ciò che sono.

Un tentativo di impressionare qualcuno, forse le due ragazzine che erano con i due giovani. Un tentativo che però ha cambiato tutto, trasformandosi in violenza reale, concreta, in un pestaggio che nessuno può negare né minimizzare.

Davanti al giudice: le lacrime, le scuse, la responsabilità

Nel confronto con il giudice Marco Mezzaluna, alla presenza dell’avvocato Giulio Parenti che lo difende, Fyras ha ammesso tutto.
Ha pianto. Ha chiesto scusa. Ha detto che vuole risarcire. 

La famiglia lo va a trovare regolarmente. Lavora perché questo episodio resti isolato, perché non diventi un’identità. Vogliono che, quando uscirà da via Saffi, abbia chiaro quello che è accaduto. Che non lo rifaccia. Che trovi un lavoro. Che rimetta insieme i pezzi di un’età difficile.

La scritta che non appartiene a nessuno

La vernice di domenica mattina, quella scritta anonima, non è soltanto una provocazione. Vista con gli occhi dei familiari del diciottenne è una bugia. Una semplificazione di una storia che non ne ha.

Chi l’ha fatta probabilmente non conosce nemmeno Fyras. Di certo non conosce il dolore dei suoi genitori. Non conosce le notti in bianco, la vergogna, la paura, il senso di colpa che si sono presi addosso, pur non avendo mai alzato un dito su nessuno.

E non conosce neppure l’avvocato Fabbri, che quella sera ha subìto una violenza brutale, e che adesso si ritrova anche una scritta sotto casa come ulteriore ferita.

Questa vicenda non si riassume con una bomboletta spray. È una storia di errori, responsabilità, dolore e tentativi di ricostruzione. Le scritte anonime non liberano nessuno: né chi le fa, né chi le subisce, né chi cerca, ogni giorno, di rimettere insieme una vita.

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