GROSSETO. Quattro anni di sfruttamento sistematico nei campi della Maremma, tra Paganico e Civitella Paganico.
È quanto emerge dall’avviso di conclusione delle indagini preliminari notificato dalla Procura ai sei uomini, tutti di origini pachistane, che lunedì 16 febbraio sono stati rinviati a giudizio dal giudice per l’udienza preliminare Giuseppe Coniglio.
Difesi dall’avvocato Christian Sensi, sostituito in aula dalla collega Francesca Carnicelli, per i sei imputati il processo si aprirà il 18 maggio davanti al giudice Marco Bilisari.
Due dei braccianti agricoli che hanno sporto denuncia, si sono costituiti parte civile. Entrambi sono assistiti dall’avvocato Carlo De Martis.
Le accuse: caporalato e lesioni aggravate
Sono sei i cittadini pakistani residenti tra Civitella Paganico e Paganico imputati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il reato che comunemente viene definito caporalato.
Per cinque di loro si aggiunge anche l’accusa di lesioni personali aggravate.
Secondo la ricostruzione della procura, due degli indagati avrebbero gestito di fatto le ditte individuali “Ahmed Raheel” e “Ali Rafaqat”, entrambe con sede a Civitella Paganico, occupandosi del reclutamento e dell’impiego dei braccianti agricoli.
L’arco temporale contestato va dal 2018 al novembre 2022.
Cos’è il caporalato e perché non è solo lavoro nero
Il caporalato non coincide semplicemente con il lavoro nero. È un meccanismo più articolato, che si fonda sull’intermediazione illecita della manodopera, su condizioni di sfruttamento reiterate e sull’approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori.
La legge individua indicatori precisi: paghe palesemente inferiori ai contratti collettivi, violazioni continue in materia di orario, riposi e ferie, assenza di sicurezza, condizioni alloggiative degradanti, intimidazioni o violenze.
Secondo la procura, nella vicenda maremmana questi elementi sarebbero tutti presenti.
Turni massacranti e paga “a nero”
Le carte descrivono giornate di lavoro che iniziavano alle cinque del mattino e si concludevano alle venti, con una sola pausa pranzo di un’ora, per sette giorni su sette. Nessuna formazione, nessuna visita medica, nessuna copertura assicurativa.
La retribuzione sarebbe stata di 5 euro l’ora in contanti, completamente “a nero”, quando il contratto collettivo nazionale prevede sei giorni lavorativi con paga oraria di 10,65 euro.
In altri casi, la paga sarebbe stata di 6 o 7 euro l’ora, comunque inferiore agli standard contrattuali. È su questo scarto tra contratto e realtà che si misura lo sfruttamento: non solo assenza di regole, ma sistematica compressione dei diritti.
Il controllo nei campi e le minacce
Secondo l’accusa, il controllo sui lavoratori sarebbe stato costante. Un controllo “a vista”, nei campi, con i datori di lavoro che sorvegliavano l’andamento delle mansioni e, se giudicavano il ritmo non sufficiente, urlavano contro i braccianti in lingua pakistana con insulti pesanti e minacce di percosse.
In un episodio, un lavoratore sarebbe stato costretto a lavorare nonostante la febbre. In un altro, dopo aver denunciato un’aggressione, sarebbe stato intimidito con riferimenti alla possibilità di ritorsioni sui familiari rimasti in Pakistan. È qui che il caporalato supera il piano economico e diventa controllo personale, pressione psicologica, isolamento.
Gli alloggi: 150 euro al mese per vivere nel degrado
Il sistema, secondo la procura, non si fermava al campo. Alcuni lavoratori sarebbero stati alloggiati in un immobile vicino a Civitella Paganico, che costava loro circa 150 euro al mese.
L’edificio sarebbe stato privo delle condizioni di abitabilità previste dalla legge, con carenze igienico-sanitarie e strutturali, impianti non adeguati, spazi ridotti e situazioni di sovraffollamento.
Il meccanismo, così ricostruito, appare circolare: paga bassa, affitto imposto, dipendenza totale dal datore di lavoro.
Il pestaggio del 29 agosto 2022
Il 29 agosto 2022 la situazione sarebbe degenerata. Secondo l’accusa, cinque degli indagati avrebbero aggredito uno dei lavoratori con calci e pugni, provocandogli trauma cranico non commotivo, contusioni e frattura delle ossa nasali, con una prognosi di 17 giorni.
Le lesioni sono contestate come aggravate sia per il concorso di più persone sia per il contesto in cui si sarebbero verificate.
Quattro anni sotto le stesse condizioni
Uno dei lavoratori avrebbe subito condizioni analoghe per circa quattro anni, dal maggio 2018 fino all’agosto 2022.
In un primo periodo sarebbe stato impiegato in assenza di permesso di soggiorno; successivamente, anche dopo una formale assunzione, le condizioni di fatto sarebbero rimaste invariate, in difformità rispetto al contratto stipulato.
È uno dei nodi centrali delle inchieste sul caporalato: la presenza di un contratto non basta a escludere lo sfruttamento, se nella realtà quotidiana diritti e tutele restano lettera morta. Per questo, in sei, si troveranno ora a rispondere al giudice durante il dibattimento.



