Referendum giustizia, Arcioni: «Separazione delle carriere coerente con il processo accusatorio» | MaremmaOggi Skip to content

Referendum giustizia, Arcioni: «Separazione delle carriere coerente con il processo accusatorio»

Il presidente della Camera penale di Grosseto interviene sul voto del 22 e 23 marzo: «Il modello accusatorio impone giudici e pubblici ministeri distinti»
L’avvocato Massimiliano Arcioni, presidente della Camera penale di Grosseto

GROSSETO. Nel dibattito sul referendum giustizia del 22 e 23 marzo, arriva anche la posizione di Massimiliano Arcioni, presidente della Camera penale di Grosseto, che interviene sui punti centrali della riforma costituzionale: separazione delle carriere, sorteggio nel Csm e Alta Corte disciplinare.

Secondo Arcioni, il tema centrale è il rapporto tra il modello processuale accusatorio introdotto nel 1988 e l’attuale assetto dell’ordinamento giudiziario, che conserva ancora elementi nati con la riforma del 1941.

Separazione delle carriere e modello accusatorio

«Esiste una connessione molto stretta tra modelli processuali e ordinamento giudiziario. Se l’unicità delle carriere era perfettamente coerente con il sistema processuale inquisitorio, sopravvissuto al Fascismo fino al 1988, è evidente che il modello processuale accusatorio impone un ordinamento giudiziario a carriere separate poiché il processo è caratterizzato dalla parità delle parti di fronte ad un giudice terzo; e quest’ultimo deve essere ordinamentalmente terzo. Molto semplice.

Se le carriere di pubblici ministeri e giudici devono essere separate – dice il presidente della Camera penale – è evidente che anche la loro regolamentazione deve essere distinta e, pertanto, si rendono necessari due diversi consigli superiori della magistratura. A coloro che amano avanzare critiche sul punto, sorridendo del fatto che tale modello è quello adottato dal Portogallo, come se il Portogallo fosse una democrazia di serie B, è bene ricordare che il nostro attuale modello nel panorama europeo è adottato soltanto da Turchia e Romania; nessuna delle democrazie liberali ha un sistema giudiziario a carriera unica. Quella contemplata dall’attuale riforma, peraltro, non sposta di una virgola l’autonomia e l’indipendenza di pubblici ministeri e giudici.

E veniamo al sorteggio».

Il sorteggio nel Csm e il ruolo di garanzia

«Se consideriamo che il procedimento disciplinare verrebbe sottratto alle competenze del Consiglio superiore della magistratura, le attività specifiche del Csm si sostanzierebbero nelle valutazioni professionali dei magistrati, trasferimenti, nomine dei capi degli uffici.

Ora, domandiamoci quale sia la migliore tecnica di selezione per coloro che dovranno occuparsi di tali attività.

Se si deve selezionare il sindaco di una città o il governatore di una regione oppure un parlamentare, è chiaro che l’unico modo è quello della elezione: tali figure non possono essere sorteggiate proprio per la diversità delle istanze sociali e degli interessi dei quali devono essere portatori e che sono chiamate a rappresentare.

Se si devono selezionare dei soggetti che per la specifica attività che devono compiere necessitano di speciali requisiti tecnici e scientifici, non si potranno sorteggiare: un ospedale che deve assumere un chirurgo, non può fare un sorteggio, deve bandire un concorso.

Ma quando si devono selezionare dei soggetti che debbono compiere delle attività volte a gestire interessi di un determinato gruppo di persone secondo criteri paritari, quale sarebbe la controindicazione alla tecnica del sorteggio? A meno che non si sostenga che tali attività implichino valutazioni di tipo “politico”, il che non dovrebbe, invece, improntare le scelte del Csm che, si badi, non è un organo di rappresentanza, ma un organo di garanzia; di politica giudiziaria dovrebbe occuparsi il Parlamento.

È noto, peraltro, che nel referendum consultivo di Anm del 2022, il 41,7% dei magistrati votanti si erano espressi a favore del sorteggio».

Alta Corte e timori sul peso politico

«Quanto all’Alta Corte (già in qualche modo contemplata nel programma elettorale del partito democratico del 2022) – prosegue l’avvocato Massimiliano Arcioni – tre dei sei membri laici (gli altri nove sono magistrati) saranno nominati dal presidente della Repubblica.

Ne consegue che soltanto tre membri potranno essere considerati di provenienza latu sensu “politica” (sorteggiati da un elenco predisposto dal Parlamento in seduta comune).

È, allora, difficile comprendere come 3 soggetti su 15 possano influenzare i procedimenti disciplinari riguardanti i magistrati.

Si ricorre allora alla fantapolitica: il pericolo deriverebbe dall’eventuale riforma del premierato.

Ora, al di là del fatto che una riforma del genere deve essere approvata con procedimento di revisione costituzionale, con tutto ciò che ne consegue, essa, in ogni caso, andrebbe ad incidere sulle prerogative del presidente della Repubblica rispetto alla nomina del premier e alla gestione delle crisi di governo, ma non c’entra nulla con il rapporto Presidente della Repubblica-Magistratura».

Il nodo pubblico ministero e il dibattito sul referendum

«I sostenitori del No hanno terrorizzato l’elettorato con il pericolo della sottoposizione del pubblico ministero al potere esecutivo.

Quando si sono resi conto che ciò non era scritto nella riforma, hanno fatto ancora ricorso alla fantapolitica, affermando che ciò accadrà in futuro, come se esistesse una propedeuticità tra separazione delle carriere e futuribile soggezione del pm al governo.

Quando poi si sente obiettare che la politica vorrebbe ingerirsi nel controllo della magistratura, con tutto il rispetto, viene veramente da sorridere: ma sino ad oggi? Con il sistema attuale che cosa è accaduto?

Vogliamo davvero essere così ingenui? Ci siamo già dimenticati di un noto scandalo di qualche anno fa a proposito delle modalità di scelta dei candidati per la nomina all’ufficio direttivo di certe procure?».

Il richiamo a Matteotti e alla riforma del 1941

«I principali partiti che si sono schierati contro la riforma perseguono una finalità eminentemente politica, nella speranza che una sconfitta referendaria possa indebolire l’attuale governo – dice il presidente della Camera penale di Grosseto – In realtà, la riforma, di per sé, non ha colore politico, ma se l’idea della separazione delle carriere una matrice culturale di fondo ce l’ha, essa, storicamente, non si identifica con la destra.

Basterebbe ricordare un saggio di Giacomo Matteotti, fine giurista oltre che grande uomo politico, uscito nel 1919: «Il pubblico ministero è parte».

Certo non lo aveva letto chi dette vita alla riforma di ordinamento giudiziario del 1941 che ancora oggi, purtroppo, sopravvive».

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