GROSSETO. La comunità di Grosseto piange la scomparsa di Andrea Canessa, 40 anni, morto dopo aver lottato strenuamente contro le conseguenze di una polmonite che gli è stata fatale. Una vita segnata dal dolore e dall’isolamento, tra le difficoltà di una tetraplegia permanente e l’agonia di una quotidianità che non ha più avuto forza di sostenere.
Andrea non ce l’ha fatta. Il suo corpo esausto ha ceduto, vittima di una malattia che si è aggiunta a un destino già profondamente segnato.
Ogni tanto lo sentivamo, lunghe telefonate di chi, in fondo, cercava solo qualche minuto di compagnia, ma da tempo ci diceva di essere esausto e sfiduciato.
Un incidente nel 2017 che ha cambiato tutto
Dopo aver lavorato per anni come cameriere, in particolare al Numero 9 di via Aldobrandeschi, nel 2017, un banale spostamento in auto da Marina a Grosseto si trasformò in tragedia: Andrea rimase gravemente ferito e divenne tetraplegico, costretto su un letto, incapace di muovere autonomamente braccia e gambe. Da quel momento ogni gesto, ogni bisogno, ogni respiro sono diventati una sfida continua.
La sua esistenza, da allora, è stata una lotta quotidiana contro il proprio corpo, contro l’impossibilità di essere indipendente, contro una solitudine che ha fatto sempre più male delle ferite stesse.
Una madre malata, nessuno che lo potesse assistere
A rendere ancora più drammatica la sua situazione c’era la madre, unico punto di riferimento, anche lei malata e sempre più incapace di fornire le cure necessarie.
Il bisogno di assistenza costante non trovò risposte adeguate: le strutture sanitarie, comprese le Rsa, non sono riuscite a lungo ad accoglierlo o a garantirgli il supporto medico e umano essenziale. Poi dopo una serie di articoli di stampa, compresi i nostri, fu preso in una struttura ad Orbetello, dove era lontano da casa e non riusciva ad avere contatti frequenti con i genitori, i suoi unici appigli. Poi è stato trasferito a Grosseto, quindi ha scelto di tornare a casa, fra mille difficoltà . Fino alla malattia che se l’è portato via.
Questa dolorosa carenza di supporto non è solo il racconto di una famiglia, ma la testimonianza di quanto possa essere fragile il nostro sistema di cura quando si trova di fronte a vite che chiedono attenzione, tempo e risorse continue.
Il peso della solitudine e della sofferenza
La solitudine, più di ogni altro sintomo, ha accompagnato Andrea negli ultimi anni. La sua storia è stata raccontata in questi articoli:
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“In carrozzina multato dopo l’incidente a Grosseto” – quando la sua condizione e le difficoltà non ricevettero la dovuta considerazione.
https://www.maremmaoggi.net/carrozzina-andrea-multato-dopo-incidente-grosseto/ -
“Tetraplegico, Grosseto: madre con tumore, Rsa non lo accoglie” – la denuncia di una famiglia che chiedeva aiuto senza risposta.
https://www.maremmaoggi.net/tetraplegico-grosseto-madre-tumore-rsa-non-lo-accoglie/
Questi racconti descrivono non solo le barriere fisiche affrontate da Andrea, ma anche quelle invisibili della burocrazia, delle liste d’attesa, delle porte chiuse di servizi che avrebbero potuto offrirgli sollievo.
Una lotta finita troppo presto
Andrea è stato un uomo che ha conosciuto il dolore in profondità , uno sguardo che ha visto troppo presto i limiti della speranza. La polmonite che lo ha colpito non è stata solo una malattia: è stata l’ultimo, gravissimo fardello su una vita già segnata da enormi difficoltà .
Chi lo ha conosciuto lo ricorderà come una persona coraggiosa, che non ha mai chiesto compassione ma soltanto il diritto di essere aiutato.
Il messaggio che ci lascia
La morte di Andrea è una ferita aperta per chi lo amava, ma anche un monito per la comunità e per chi si occupa di assistenza sanitaria e sociale: dietro ogni singolo caso c’è una storia di umanità che merita ascolto, cura e rispetto.
Andrea non è stato solo un numero, né un caso da cronaca: è stato un figlio, un uomo, una vita a cui sono state tolte troppe possibilità di sperare.



