GROSSETO. Negli ultimi mesi in Maremma si è tornati a parlare di albanella minore, un rapace fino a poco tempo fa conosciuto quasi esclusivamente dagli addetti ai lavori e oggi al centro dell’attenzione pubblica.
A riaccendere i riflettori sulla specie sono stati gli studi finanziati dalla fondazione Gioia & Carlo e coordinati dal biologo Giampiero Sammuri, di Roccastrada, tra i massimi esperti italiani di aree protette e rapaci.
«Secondo me la risposta è abbastanza facile – spiega Sammuri –. Da un po’ di tempo la fondazione Gioia & Carlo sta finanziando studi per la ricerca e la conservazione della specie, come quello che coordino da due anni. Oltre al team di professionisti abbiamo coinvolto appassionati volontari che collaborano con noi e che diffondono la conoscenza della specie».
Albanella minore: qual è lo stato di conservazione?
L’albanella minore ha un areale vastissimo che va dall’Asia centrale al Marocco. A livello globale la Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura) la classifica come “a rischio relativo”, ma in declino.
«Per l’area mediterranea e per l’Italia – precisa Sammuri – la Iucn la considera “vulnerabile”, quindi in una situazione decisamente più critica».
Le cause? «La trasformazione dell’habitat e l’inquinamento da pesticidi. Personalmente mi trovo soprattutto d’accordo con la prima».
Il problema degli habitat: meno praterie, più boschi
A differenza di altri rapaci europei, l’albanella minore nidifica a terra, tra vegetazione erbacea e arbustiva.
«Habitat naturali di questo tipo si stanno riducendo sempre di più. Negli ultimi 90 anni in Italia la superficie boschiva è più che raddoppiata, proprio a danno delle zone aperte».
La specie si è adattata a nidificare anche nei campi coltivati, ma questo comporta nuovi rischi.
«Con le raccolte manuali per migliaia di anni è andata bene. Con la meccanizzazione i coltivi sono diventati trappole mortali. E con i cambiamenti climatici i raccolti sono sempre più anticipati, rendendo improbabile l’involo dei giovani prima del passaggio delle macchine».
Salvare i nidi nei campi basta?
«Tutt’altro che sbagliato – chiarisce Sammuri –. Quando una specie è in difficoltà certi interventi sono utili. Anche per il falco pescatore abbiamo costruito nidi artificiali. Ma per l’albanella il futuro si garantisce salvaguardando gli habitat naturali prativi e arbustivi, fondamentali anche per altre specie».
Disturbo ai nidi: professionisti contro improvvisazione
Uno dei temi più discussi riguarda il possibile disturbo arrecato da fotografi, studiosi o ricercatori nei pressi dei nidi.
Sammuri è diretto: «C’è differenza tra un professionista e un appassionato. Dietro gli animali c’è una scienza che si basa su dati oggettivi».
E porta un esempio concreto: «Da quando il falco pescatore ha ripreso a nidificare in Italia nel 2011 siamo andati 56 volte sui nidi per inanellare e applicare trasmettitori satellitari. Si sono involati 106 giovani e l’anno successivo le coppie hanno nidificato di nuovo nello stesso sito».
Nel caso dell’albanella minore, in due anni il team è intervenuto su 12 nidi senza registrare predazioni successive.
«Nella nostra area di studio la predazione naturale da parte di mammiferi incide per circa il 37%, ma sono tutte predazioni avvenute senza che nessuno fosse andato al nido».
Gps e droni: strumenti scientifici, non minacce
Anche l’uso dei Gps suscita perplessità.
«Nel mondo ogni anno vengono applicati a migliaia di uccelli. Esistono protocolli precisi sul peso massimo per specie. Individui marcati nel 2024 hanno migrato fino al Sahel attraversando il Sahara e sono tornati in Italia l’anno successivo».
Una femmina al primo anno di età ha addirittura nidificato.
Quanto ai droni: «Un articolo pubblicato su Wildlife Biology dopo 160 monitoraggi su 86 nidi di falco pescatore attesta che l’uso del drone è più efficiente e meno disturbante rispetto ai metodi convenzionali».
«Lasciamo fare ai professionisti»
La conclusione è chiara.
«Manipolare giovani di una specie protetta o sorvolare aree protette è giustamente vietato. Può farlo solo chi ha autorizzazioni specifiche della Regione, previo parere Ispra e del gestore dell’area protetta. Noi ovviamente le abbiamo e sappiamo come fare».
Chi è Giampiero Sammuri
Biologo di Roccastrada, specialista in amministrazione pubblica e aree protette, Sammuri è autore di oltre 30 pubblicazioni scientifiche.
È stato dirigente ambiente delle Province di Grosseto e Siena, presidente del Parco della Maremma dal 2000 al 2012, presidente di Federparchi dal 2009 al 2023 e presidente del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano.
Ideatore del progetto di reintroduzione del falco pescatore in Italia, ha ricevuto il Panda d’Oro del Wwf nel 2006 e il Pegaso d’Oro della Regione Toscana nel 2017 e nel 2021.





