GROSSETO. C’è un paradosso che sta facendo discutere il mondo della scuola in Maremma. Un istituto che chiede più controlli, che collabora con prefettura e questura, che attiva unità cinofile, progetti di legalità, incontri con la polizia postale e interventi di prevenzione. E che per questo perde iscritti.
Succede all’istituto Leopoldo di Lorena, l’Agrario di Grosseto, che comprende agrario, biotecnologico e alberghiero. Dopo l’ultimo episodio – il 15enne denunciato durante i controlli con il cane antidroga – il preside Claudio Simoni rompe il silenzio e racconta una situazione che definisce «paradossale».
«La polizia la chiamo io»
«Non si è capito che è il contrario», spiega il dirigente. «Gli interventi sono stati fatti di comune accordo. Io ho scritto al questore, ho scritto alla prefetta, ho preso accordi con la municipale (il progetto Scuole Sicure, ndr), ho fatto interventi con i cani. Li chiamo io. Questo vuol dire garantire la sicurezza».
Non è un’istituzione “attenzionata” perché fuori controllo. Ma è una scuola che sceglie la prevenzione.
«Siamo attenti, ci preoccupiamo. Se dovessi mettere il metal detector, ma non è detto che lo metta sia chiaro, non vuol dire che questa scuola ha i ragazzi con i coltelli. Vuol dire che la scuola fa in modo che i coltelli in classe non ci arrivino. Il discorso va ribaltato».
Il prezzo della trasparenza
Il problema è che il messaggio che arriva alle famiglie è diverso.
«Abbiamo avuto gente che è venuta all’orientamento e dice: “Mio figlio si vorrebbe iscrivere, la scuola gli piace moltissimo, però ho sentito che avete sempre la polizia, avete sempre la finanza, avete sempre la municipale…”». La percezione diventa stigma.
«Il paradosso è che perdiamo iscritti. Si sono iscritti molti meno rispetto all’anno scorso perché hanno paura che sia una scuola violenta. Invece è una scuola controllata».
I numeri sono pesanti: «Ho solo 13 iscrizioni a oggi, non ci faccio neppure una classe». Eppure l’istituto conta quasi 1200 studenti.
Nascondere la polvere o fare prevenzione?
La domanda è scomoda: è peggio una scuola dove i controlli si vedono o una dove i problemi si tengono sotto il tappeto, dove si cerca di minimizzare, di nascondere, di disegnare un quadro idilliaco per non perdere le iscrizioni? Eppure il problema è diffuso e trasversale, alle superiori, ma anche alle medie.
Simoni è netto: «Quando mi accorgo che c’è un problema, lo affronto, senza nascondere nulla».
Racconta l’episodio recente: «L’altro giorno quando hanno arrestato il 15enne, è stato trovato anche un coltello sotto a una macchina nel parcheggio. C’era la polizia e l’hanno gettato via. Non è meglio che averlo portato in classe?».
Il tema non è l’episodio in sé. È il modello. «Se qualche ragazzo ha intenzione di fare qualcosa di particolare, se sa che i controlli ci sono, magari ci sta un pochino più attento. Poi questi sono ragazzi di 15, 16 anni. Magari vengono anche sfruttati».
Tre scuole nella stessa scuola
Il Leopoldo di Lorena ha anime diverse.
«Qui (alla Cittadella, ndr) ci sono l’agrario e il biotecnologico, e le famiglie sono più vicine. Il biotecnologico è considerato una specie di liceo, c’è un carico di lavoro notevole, le famiglie scrivono, seguono».
«Di là (in via Meda, ndr) c’è l’alberghiero e sono un po’ più abbandonati a sé. In qualche caso ci sono famiglie con problemi, quindi sono poco presenti. Ed è chiaro che il nostro lavoro di prevenzione costante deve trovare sponda quando i ragazzi sono a casa, sennò resta fine a se stesso».
Una fotografia sociologica che racconta molto più di un singolo controllo antidroga. La scuola diventa il luogo dove si concentrano fragilità, differenze sociali, percorsi migratori, disagio economico.
«Se notiamo che uno ha cambiato modo di vestire, arriva con le scarpe firmate e non le aveva mai avute, qualche lampadina si accende. Si fanno verifiche. Del resto il ragazzo arrestato l’altro giorno aveva in tasca un sacco di contanti. Davvero troppi per un quindicenne».
Inclusione e regole
L’istituto aderisce al progetto Fami (Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione, progetto europeo gestito dal ministero dell’Interno per favorire formazione e integrazione dei migranti, ndr) per l’integrazione degli studenti stranieri, aiuta nelle pratiche per i permessi di soggiorno, mantiene rapporti con enti e servizi sociali.
«Siamo una scuola molto inclusiva. Accettiamo tutti, finché hanno il desiderio di studiare e nel rispetto delle regole. Nel momento in cui uno viene per fare come gli pare, o cambia o se ne va».
E quando qualcuno finisce in comunità?
«Abbiamo avuto un paio di alunni arrestati, sono andati in comunità a Firenze, poi sono tornati. Li abbiamo riaccolti. Crediamo nel recupero».
Non espulsione automatica, ma percorso.
La scuola come presidio sociale
Il Leopoldo di Lorena ha scelto di essere un presidio. Progetti su legalità, cyberbullismo, uso consapevole di internet, educazione civica, intelligenza artificiale. Interventi della polizia postale. Collaborazioni con le istituzioni.
«I ragazzi stanno molte ore qui dentro. Devo garantire loro sicurezza. E dove non arriva la scuola, chiedo aiuto alle istituzioni. Prima che le cose degenerino».
Ma la prevenzione ha un costo. «Il messaggio che passa qual è? Quella è una scuola di delinquenti che è stata attenzionata dalle forze dell’ordine. No, è esattamente il contrario».
E poi l’amarezza: «Se io devo perdere iscrizioni per questo, allora fa bene chi se ne sta fermo?».
Una questione che riguarda tutte le scuole
Il fenomeno non è isolato. Droga, coltelli, disagio giovanile non sono un problema di una singola scuola, ma un riflesso sociale diffuso. E la differenza è nella scelta: intervenire o far finta di niente.
Il Leopoldo di Lorena ha scelto la prima strada. Ora paga un prezzo in termini di percezione e iscrizioni.
La domanda resta aperta: una scuola “controllata” è davvero più pericolosa di una dove i controlli non si vedono? O stiamo punendo chi prova a fare prevenzione?



