GROSSETO. Un artista a 360 gradi, un uomo generoso, vivace e umano: così era Flavio Renzetti, che è venuto a mancare ieri, mercoledì 13 agosto. L’uomo era originario di Vetulonia e fin da bambino era affascinato dagli etruschi. Infatti, i materiali antichi sono una parte fondamentale delle sue sculture.
Renzetti lascia in sua figlia Flavia, sua nipote Elisa e nella sua amica Alessandra Barberini un vuoto che non potrà mai più essere colmato.
Flavio Renzetti è venuto a mancare a 79 anni.
Negli anni ’80 ha avuto un grande successo, tanto che alcune delle sue opere sono esposte nel Vaticano e si trovano in collezioni private molto importanti. E questo è grazie alla sua capacità di leggere il mondo e il viaggio ad esso annesso.
L’appartenenza al territorio
Il legame con la storia di Vetulonia e il profondo legame con la natura, che inspiravano il suo lavoro, si intrecciano indissolubilmente con l’amore e l’eterna riconoscenza verso quella terra e quella città che gli ha dato la possibilità di crescere artisticamente e raggiungere obiettivi insperati: Albisola.
Ripresa con più vigore l’attività espositiva a fine anni ’90, Renzetti presenta l’idea del movimento a una sua personale nel 2007, a cura del critico d’arte senese Gilberto Madioni. Il movimento dello scultore si basava sul forte legame con la natura e le radici più profonde con le civiltà più antiche, un movimento perpetuo che mirava a superare i propri limiti.
«Fin da bambino ha amato l’arta ed è rimasto affascinato dagli etruschi. Aveva un talento naturale nella scultura e lo si può notare in ogni sua opera – dice Alessandra – Usava molto la palombino, una pietra dura fondamentale nella costruzione delle tombe a tumolo. L’arte era la sua vita e finche ha potuto ha creato, con amore, passione e dedizione».
Renzetti utilizzava molti materiali storici, ma gli regalava il suo linguaggio, con un elemento incisivo di contemporaneità. Caratteristiche fondamentali in un artista e che hanno conquistato gli occhi di molti appassionati e spettatori.








