ORBETELLO. Un semplice urto in banchina, una richiesta di risarcimento assicurativo e poi, improvvisamente, l’accusa di frode. È così che per Luca Buratti, comandante orbetellano di 27 anni è iniziato un incubo giudiziario durato oltre due anni che si è concluso solo lo scorso 12 dicembre con una piena assoluzione pronunciata dal tribunale di Milano.
L’urto nel porto antico di Genova
Tutto comincia il 16 aprile 2021, nel porto antico di Genova. Un’imbarcazione, condotta da un ex professore universitario, entra in porto senza parabordi e senza l’assistenza degli ormeggiatori.
Durante la manovra urta lo yacht “Viking 65”, lungo circa venti metri, sul quale Buratti prestava servizio stabile. L’imbarcazione è di proprietà di un famoso imprenditore del settore della telefonia. L’urto provoca un graffio evidente sul mascone sinistro della barca.
Il perito e la scelta dell’assicurazione
Poco dopo si presenta in banchina un uomo con una cartellina che inizialmente si qualifica come assicuratore, ma che in realtà è il perito incaricato dalla compagnia. Visiona il danno, solleva perplessità e inizia a porre riserve sulla compatibilità dell’urto.
Buratti avverte il socio dell’armatore, che gli risponde di fare il possibile per risolvere la questione. Si valuta l’ipotesi del cantiere, ma alla fine si decide di procedere con la normale pratica assicurativa. Anche secondo le prime valutazioni il danno è modesto, compatibile con una riparazione rapida effettuabile con un gommone, per una spesa intorno ai diecimila euro.
La mancata liquidazione e l’accusa
La compagnia, però, non liquida il sinistro. Passano i mesi e poi gli anni. Buratti nel frattempo lascia l’imbarcazione, si sposa e cerca nuove opportunità di lavoro tra l’Argentario e la Sardegna.
È in quel momento che arriva la notifica: è imputato per frode assicurativa. Secondo il decreto di citazione a giudizio, avrebbe simulato un sinistro mai avvenuto, denunciando alla compagnia un urto che per l’accusa non sarebbe mai accaduto, con l’obiettivo di ottenere indebitamente l’indennizzo assicurativo.
Il processo a Milano
Una tesi che lo dipinge come l’artefice di un raggiro, nonostante fosse comandante regolarmente incaricato e non proprietario dell’imbarcazione.
In aula, al tribunale di Milano, prende forma un processo lungo e complesso, nel quale emergono anche le difficoltà di interpretazione del codice della navigazione da parte dell’accusa.
Secondo la ricostruzione difensiva, infatti, Buratti non si è mai sostituito all’armatore, ma ha semplicemente esercitato le prerogative che la legge riconosce al comandante nella gestione delle emergenze e dei danni occorsi all’imbarcazione.
La difesa dell’avvocata Bacosi
A difenderlo è l’avvocata Anna Maria Bacosi, che ricostruisce nel dettaglio la dinamica dell’urto, la documentazione fotografica e le modalità di apertura della pratica assicurativa.
Dal verbale d’udienza emerge come la difesa abbia dimostrato che il danno era reale, che le fotografie non erano artefatte e che non vi era alcun artificio o raggiro, ma una normale gestione di un sinistro nautico, assimilabile a una procedura stragiudiziale
L’assoluzione: «Ho vissuto un incubo»
Dopo la discussione finale, il giudice accoglie integralmente la tesi difensiva e pronuncia la sentenza di assoluzione, riconoscendo l’assenza di dolo e di qualsiasi condotta fraudolenta.
Per Buratti si chiude così una delle pagine più difficili della sua vita professionale e personale.
Per due anni il comandante ha vissuto con il peso di un procedimento penale sulle spalle, con la paura di vedere compromessa la propria reputazione e con la difficoltà di trovare nuovi imbarchi.
Oggi, con l’assoluzione, può finalmente tornare a guardare avanti.




