Caccia nei terreni privati: scontro sui danni e 200 ettari | MaremmaOggi Skip to content

Vieti la caccia sul tuo terreno? La proposta: paghi anche i danni fino a un chilometro

In Toscana esplode lo scontro sulla caccia nei terreni privati. Oltre 40mila firme, secondo gli ambientalisti, contro il limite dei 200 ettari. Le associazioni venatorie propongono di attribuire ai proprietari anche i danni della fauna fino a un chilometro di distanza, compresi gli incidenti stradali. E oggi scade il termine per chiedere l’esclusione dei terreni
Un cacciatore in Maremma
Un cacciatore in Maremma

GROSSETO. Hai un oliveto, un bosco, un terreno agricolo o magari qualche ettaro di campagna e non vuoi che i cacciatori entrino nella tua proprietà per esercitare la loro attività? In Toscana puoi chiedere che quel terreno venga escluso dalla caccia programmata, ma ottenere il divieto è tutt’altro che semplice. E adesso, secondo una proposta avanzata dalle associazioni venatorie, chi riuscisse a farlo potrebbe essere chiamato a rispondere economicamente anche dei danni provocati dagli animali selvatici nei terreni circostanti, fino a un chilometro di distanza.

Non soltanto danni alle coltivazioni, dunque, ma persino quelli riconducibili agli incidenti stradali causati dalla fauna selvatica, come prevede il testo della proposta inviato ai consiglieri regionali.

È bene chiarire subito che non si tratta di una legge in vigore, ma di una modifica normativa chiesta dalla cabina di regia delle associazioni venatorie toscane. Una richiesta che ha provocato la durissima reazione del mondo ambientalista, mentre una petizione contro gli attuali limiti all’esclusione dei terreni dalla caccia ha superato, secondo gli organizzatori, le 40mila adesioni.

Una vicenda che nasce in Toscana ma tocca un tema nazionale: fino a che punto un proprietario può decidere che cosa accade sulla propria terra, quando si parla di attività venatoria?

Il limite dei 200 ettari: perché molti proprietari non possono ottenere il divieto

Al centro della controversia c’è una cifra: 200 ettari, equivalenti a due chilometri quadrati, una superficie enorme se confrontata con quella di un piccolo oliveto, di un vigneto o di un appezzamento agricolo.

La legge nazionale sulla caccia, la 157 del 1992, prevede la possibilità per i proprietari e i conduttori di chiedere l’esclusione dei propri fondi dalla caccia programmata. Non si tratta però di un diritto esercitabile senza condizioni, perché la domanda viene valutata secondo la normativa applicabile e gli strumenti di pianificazione faunistica.

In Toscana, il regolamento regionale e il nuovo Piano faunistico venatorio prevedono, per la fattispecie ordinaria, che l’esclusione riguardi superfici di almeno 200 ettari accorpati, dotate di caratteristiche ambientali adeguate alla tutela della fauna selvatica.

Non è necessario che appartengano a un solo proprietario: più proprietari confinanti possono unire i loro terreni per raggiungere la superficie minima, presentando domande individuali collegate. Esiste inoltre una diversa fattispecie per terreni interessati da particolari programmi sperimentali finanziati con risorse pubbliche. Ma resta un problema evidente. Chi possiede pochi ettari e non riesce a coinvolgere un numero sufficiente di confinanti difficilmente può raggiungere la soglia richiesta.

È proprio contro questo limite che si è sviluppata la mobilitazione delle associazioni ambientaliste.

Oltre 40mila firme per cambiare le regole sulla caccia

La petizione promossa per eliminare la soglia dei 200 ettari ha raccolto, secondo le associazioni promotrici, oltre 40mila firme. Il comunicato diffuso il 29 ottobre è sottoscritto da Wwf Toscana, Animal Liberation, Lav, Italia Nostra Toscana, Lipu Toscana, Il Giardino dei Fenicotteri e Onda.

La richiesta è quella di modificare la disciplina regionale affinché anche i proprietari di superfici più piccole possano chiedere l’esclusione dei terreni dalla caccia, senza dover necessariamente raggiungere l’estensione attualmente prevista.

Per le associazioni, il limite costituisce un ostacolo sproporzionato che finisce per penalizzare soprattutto i piccoli proprietari, impedendo loro di esercitare concretamente una scelta legata alla tutela della fauna, alla sicurezza e alle proprie convinzioni personali.

La mobilitazione, peraltro, non si limita alla raccolta delle firme. Già il 30 settembre diverse associazioni nazionali, tra cui Lav, Wwf, Enpa e Lipu, avevano chiesto formalmente al presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, una modifica delle disposizioni in materia. 

La proposta dei cacciatori: chi vieta la caccia paghi i danni

A rendere ancora più acceso il confronto è stata l’iniziativa della cabina di regia delle associazioni venatorie toscane, composta da Arci Caccia, Associazione nazionale libera caccia e Italcaccia.

Il 25 ottobre le associazioni hanno inviato ai consiglieri regionali una proposta di modifica dell’articolo 44 del regolamento regionale 36/R del 2022.

L’impostazione è precisa: secondo i promotori, chi decide di sottrarre un terreno alla gestione programmata della caccia deve assumersi anche le eventuali conseguenze economiche di quella decisione. Le associazioni venatorie sostengono infatti che, impedendo la gestione venatoria di determinate superfici, si possano creare condizioni capaci di favorire danni da fauna selvatica anche nelle proprietà vicine. Da qui la richiesta di non far ricadere tali costi sulla collettività o sugli agricoltori che continuano a consentire la caccia.

Ma il testo della proposta va oltre il semplice risarcimento dei danni alle colture.

Prevede infatti che i proprietari e i conduttori che abbiano richiesto e ottenuto l’esclusione possano essere chiamati a rispondere economicamente dei danni alle produzioni agricole, alle opere sui terreni coltivati e a pascolo, nonché degli incidenti stradali provocati dalla fauna selvatica, tanto nei fondi esclusi quanto nei terreni situati entro mille metri dal loro perimetro.

La proposta richiama il rispetto della normativa vigente e demanda alla Regione la definizione delle procedure di accertamento e ripartizione dei costi. Nel caso di più proprietari coinvolti, ipotizza una suddivisione degli oneri proporzionale alle superfici, salvo diversi accordi.

Anche per questo restano aperte questioni rilevanti: come dimostrare che il danno sia effettivamente conseguenza dell’esclusione del fondo? Come distinguere la responsabilità di un singolo proprietario da quella derivante dalla presenza diffusa degli animali selvatici sul territorio? E quali sarebbero i limiti giuridici di una simile disposizione?

Per ora, comunque, nessun nuovo obbligo economico è stato introdotto attraverso questa proposta.

Gli ambientalisti: «Un ricatto contro chi non vuole la caccia»

La reazione delle associazioni ambientaliste è durissima. «Ci troviamo di fronte a un vero e proprio tentativo di ricatto nei confronti dei cittadini che scelgono legittimamente di non volere i cacciatori sulle proprie terre», dichiarano i promotori della mobilitazione.

Secondo le associazioni, attribuire a un proprietario anche i danni causati dalla fauna selvatica in un raggio di un chilometro sarebbe un modo per scoraggiare le richieste di esclusione dalla caccia, soprattutto da parte di chi non potrebbe sostenere eventuali oneri economici.

Gli ambientalisti contestano anche il presupposto della proposta, ricordando che la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato e che la gestione degli animali non può essere semplicemente equiparata alla responsabilità di un proprietario privato.

Nella loro posizione richiamano inoltre i rischi legati all’utilizzo delle armi durante la caccia, l’impatto delle munizioni contenenti piombo e l’esigenza di tutelare chi frequenta boschi e campagne per attività diverse da quella venatoria.

Le associazioni chiedono dunque un incontro urgente con i vertici della Regione Toscana per discutere sia della soglia dei 200 ettari sia della proposta avanzata dal mondo venatorio.

Vietare la caccia non significa impedire il controllo dei cinghiali

C’è poi una distinzione fondamentale, che riguarda da vicino la Maremma, la Val di Cornia e tutte le aree agricole dove la presenza degli ungulati rappresenta un problema concreto. Escludere un terreno dalla caccia programmata non significa necessariamente sottrarlo agli interventi pubblici di controllo della fauna selvatica.

Sono due attività diverse, disciplinate da regole differenti.

La caccia ordinaria è un’attività venatoria esercitata secondo il calendario, le autorizzazioni e le disposizioni territoriali. Gli interventi di controllo faunistico, invece, rispondono a specifiche finalità di gestione e contenimento delle popolazioni animali, sulla base delle competenze pubbliche e delle condizioni previste dalla normativa.

Gli ambientalisti sottolineano proprio questo aspetto: la richiesta di escludere un fondo dalla caccia ricreativa non elimina automaticamente la possibilità che la Regione disponga interventi di prevenzione e controllo, laddove necessari.

Una differenza tutt’altro che secondaria in territori nei quali il problema dei cinghiali riguarda gli agricoltori, la sicurezza stradale e la tutela delle coltivazioni.

Maremma e Val di Cornia, una questione che riguarda migliaia di proprietari

In Maremma e in Val di Cornia il tema assume un significato particolare, perché il territorio è caratterizzato da estese superfici agricole e boschive, ma anche da una frammentazione delle proprietà che comprende piccoli poderi, oliveti, vigneti e appezzamenti utilizzati dalle famiglie.

Il problema riguarda quindi tanto le grandi aziende agricole quanto chi possiede pochi ettari di campagna e vorrebbe decidere se consentire o meno la caccia sui propri terreni.

Allo stesso tempo, in queste zone il confronto non può prescindere dai danni provocati dalla fauna selvatica alle colture e dagli incidenti con gli ungulati sulle strade.

È proprio qui che emergono interessi differenti, tutti meritevoli di essere considerati: da una parte il diritto dei proprietari a chiedere l’esclusione dei fondi, dall’altra le esigenze degli agricoltori che subiscono danni e quelle della gestione faunistica del territorio. La questione, dunque, non si esaurisce in una contrapposizione tra cacciatori e ambientalisti. Riguarda il rapporto tra proprietà privata, attività venatoria, tutela dell’ambiente e responsabilità economiche.

Il 30 ottobre scade il termine per chiedere l’esclusione

La controversia arriva proprio nel giorno della scadenza fissata dalla Regione Toscana per le richieste di esclusione dei fondi rustici dalla caccia programmata. Venerdì 30 ottobre 2026 è stato l’ultimo giorno utile per presentare le domande legate al nuovo Piano faunistico venatorio regionale, approvato dal Consiglio regionale il 30 luglio e pubblicato il 30 settembre.

La domanda doveva essere presentata esclusivamente online, attraverso il portale regionale, utilizzando Spid, Carta d’identità elettronica oppure Carta nazionale dei servizi.

Occorre selezionare il formulario denominato Richiesta di divieto di caccia nel proprio fondo rustico, compilare le informazioni richieste e allegare la documentazione necessaria. È prevista una marca da bollo da 16 euro per ciascuna istanza.

La Regione ha 60 giorni dal ricevimento della domanda per comunicare l’accoglimento o il rifiuto. La procedura, con requisiti e istruzioni, è consultabile sul sito ufficiale della Regione Toscana.

Una battaglia che potrebbe andare oltre la Toscana

Il confronto si è aperto mentre il nuovo Piano faunistico venatorio regionale è appena entrato nella fase applicativa, ma la questione tocca principi e problemi che non si fermano ai confini toscani. La possibilità di chiedere l’esclusione dei fondi dalla caccia trova infatti il proprio riferimento nella legislazione nazionale, mentre sono le disposizioni regionali a disciplinarne concretamente l’applicazione.

Il tema riguarda quindi anche altre realtà italiane nelle quali convivono attività venatoria, proprietà agricole, frequentazione dei boschi e problemi legati alla fauna selvatica, pur con regole che possono cambiare da una regione all’altra.

Per il momento la Toscana si trova davanti a due richieste di segno opposto: gli ambientalisti vogliono eliminare il limite dei 200 ettari, mentre le associazioni venatorie che hanno presentato l’emendamento chiedono di collegare all’esclusione dei terreni una responsabilità economica per gli eventuali danni alla fauna.

La decisione spetterà alle istituzioni regionali, chiamate a valutare la compatibilità giuridica e le conseguenze concrete delle modifiche richieste. Intanto resta aperta una domanda che interessa ogni proprietario di un terreno: quanto può essere complicato, e quanto potrebbe costare in futuro, scegliere di non consentire la caccia sulla propria terra?

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