GROSSETO. La popolazione diminuisce, gli stipendi restano bassi e il lavoro precario continua a pesare sul territorio. A Grosseto le donne guadagnano mediamente il 23% in meno degli uomini e, quando arriva il momento della pensione, il divario diventa ancora più evidente: 1.055 euro al mese per le donne contro i 2.110 euro degli uomini. È la fotografia della provincia che emerge dal rendiconto sociale Inps 2025, i cui principali dati sono stati diffusi dal presidente del Comitato provinciale Inps, Ivano Viola, insieme a Cgil, Cisl e Uil.
Un quadro che racconta le difficoltà economiche della Maremma, tra salari inferiori alle medie regionali e nazionali, contratti part-time, occupazione in calo e un ricorso ancora importante agli ammortizzatori sociali.
Il rendiconto Inps non sarà presentato: i dati diffusi dai sindacati
Quest’anno la presentazione del Rendiconto sociale provinciale ha subito un cambiamento. Una circolare della direzione generale Inps, datata 14 settembre, ha stabilito che i rendiconti provinciali confluiscano in un unico documento regionale, senza le consuete presentazioni sul territorio.
«Il Rendiconto sociale provinciale è da sempre uno degli strumenti più importanti per comprendere cosa accade nel nostro territorio: quanta gente lavora, quanta è disoccupata o inattiva, quali prestazioni pensionistiche e sociali vengono erogate, quali squilibri persistono tra genere, età e forme di lavoro», spiega Ivano Viola, presidente del Comitato provinciale Inps.
A complicare ulteriormente la situazione c’è un ricorso al Tar sulla rappresentanza, ancora irrisolto, che ha portato alla sospensione delle funzioni del Comitato regionale. Secondo Viola, quindi, la presentazione rischia di saltare anche a livello regionale.
«Ritenendo che l’interesse pubblico di questi dati fosse tale da non poterli lasciare nell’ombra, ho coinvolto le parti sociali e il Comitato locale nell’iniziativa di renderli noti comunque, nella forma di una sintesi dei principali indicatori – dice Viola – Non è la presentazione completa cui siamo abituati, ma è comunque un atto di trasparenza e di responsabilità verso la comunità di Grosseto».
Le donne guadagnano meno e ricevono pensioni più basse
Uno dei dati più significativi riguarda il divario retributivo tra uomini e donne. Nel settore privato, una lavoratrice della provincia di Grosseto percepisce mediamente 68,7 euro al giorno, contro gli 89,4 euro di un uomo. Una differenza superiore al 23%.
Ma il divario non si ferma agli stipendi. Le pensioni medie mensili riportate nel Rendiconto sono di 1.055 euro per le donne e 2.110 euro per gli uomini.
«Nonostante l’apporto dei flussi migratori, la provincia continua a perdere popolazione e le assunzioni part-time rappresentano quasi il 40% del totale – spiega Monica Pagni, segretaria generale della Cgil Grosseto – Sono le donne a scontare in misura molto maggiore il sistemico ricorso al part-time, spesso involontario».
Secondo Pagni, il problema riguarda anche il lavoro di cura, che continua a gravare prevalentemente sulle donne, e le interruzioni delle carriere lavorative, con conseguenze dirette sui contributi versati e sulle pensioni future.
«Non si tratta di numeri astratti, ma di minori diritti che si riflettono in un rischio di maggiore ricattabilità lavorativa e maggiore rischio di povertà nelle età più avanzate della vita».
Per la Cgil servono interventi sul lavoro femminile, servizi per l’infanzia e misure concrete contro la precarietà e le differenze salariali.
A Grosseto stipendi fino a 6.800 euro più bassi rispetto alla media nazionale
Non è soltanto una questione di genere. In provincia di Grosseto si guadagna meno anche rispetto al resto della Toscana e dell’Italia.
Nel settore privato, le donne percepiscono mediamente il 12,6% in meno rispetto alla media regionale e il 16,8% in meno rispetto a quella nazionale. Per gli uomini la differenza arriva al 14,2% rispetto alla Toscana e al 19,5% rispetto all’Italia.
«Tradotto in una proiezione annua teorica, significa guadagnare a Grosseto fino a 4.300 euro in meno per una donna e quasi 6.800 euro in meno per un uomo rispetto alla media nazionale», spiega Simone Gobbi, segretario generale della Cisl Grosseto.
Anche i dati sull’occupazione mostrano alcune criticità. Il tasso di disoccupazione scende dal 5,2% al 4,9%, ma diminuisce anche quello di occupazione, dal 70,9% al 70,4%.
«Questo dimostra che non basta contare quanti lavorano: dobbiamo chiederci quanto lavorano e con quale continuità», osserva Gobbi.
Le differenze salariali, infatti, sono calcolate attraverso proiezioni teoriche basate sulle retribuzioni giornaliere. In una provincia dove pesano il lavoro stagionale e il part-time, il reddito effettivamente percepito può essere ancora più basso.
Per la Cisl è necessario puntare su investimenti, occupazione stabile e qualificata e contrattazione territoriale per aumentare salari e produttività.
Oltre 21mila beneficiari degli ammortizzatori sociali
A completare il quadro ci sono i dati sugli ammortizzatori sociali e sulle prestazioni assistenziali.
Nel 2025, in provincia di Grosseto, sono stati registrati 21.674 beneficiari complessivi tra Naspi, disoccupazione agricola e speciale.
Le ore autorizzate di cassa integrazione sono state 341.216 per la Cigs, la cassa integrazione straordinaria, e 167.671 per la Cigo, quella ordinaria.
A queste si aggiungono 12.745 prestazioni assistenziali, suddivise tra 9.909 indennità di accompagnamento e 2.836 pensioni di invalidità civile.
«I dati freddi del Rendiconto sociale fotografano una provincia in costante bilico, dove la tenuta economica e quella sociale si reggono molto sugli ammortizzatori e l’assistenza», spiega Federico Capponi, segretario generale della Uil Grosseto.
Per Capponi, questi strumenti sono indispensabili, ma non possono rappresentare l’unica risposta alle difficoltà economiche del territorio.
«Per uscire da questa spirale servono investimenti mirati e politiche coraggiose orientate al lavoro sicuro e stabile, di qualità, capace di garantire salari dignitosi e di dare un futuro al nostro territorio prima che l’inverno demografico e la povertà lavorativa compromettano definitivamente la nostra coesione sociale».



