Trova una casa su internet e cambia vita. Ora il suo borgo attira artisti da tutta Italia | MaremmaOggi Skip to content

Trova una casa su internet e cambia vita. Ora il suo borgo attira artisti da tutta Italia

Giorgio Barrera cercava una casa lontano dalla città e ha scoperto Roccatederighi. Da quell’incontro è nata AU, un’associazione che porta giovani artisti, fotografi e scrittori a vivere e lavorare insieme agli abitanti. Dalle case disabitate trasformate in spazi espositivi ai progetti sulla memoria mineraria, fino al riconoscimento del Ministero della Cultura: così un piccolo paese della Maremma sta diventando un laboratorio d’arte contemporanea
L’installazione “Il territorio del vento” di Francesca Maggioni e Giorgio Barrera

ROCCATEDERIGHI. «Vieni alla Rocca». Di Rocca, per i rocchigiani, quelli che a Roccatederighi ci sono nati, ci vivono o hanno deciso di fermarsi, ce n’è una sola. E poco importa che in Maremma ci siano Roccastrada, Roccalbegna e altre località che portano nel nome il ricordo di una fortificazione. Quando un abitante di Roccatederighi dice «vieni alla Rocca», non ha bisogno di aggiungere altro. Il posto è quello, appoggiato su uno sperone di pietra vulcanica, con le case che sembrano nascere direttamente dai massi e lo sguardo che, nelle giornate limpide, arriva fino al mare.

Giorgio Barrera questa cosa l’ha imparata dopo essere arrivato in paese quasi per caso. E forse proprio quel caso, che qualche anno fa gli ha fatto trovare su internet l’annuncio di una casa in vendita, è all’origine di una delle esperienze culturali più interessanti nate negli ultimi anni nei piccoli borghi della Maremma.

Barrera è un artista, un fotografo e un docente. Insegna all’Accademia di Belle Arti di Bergamo e alla scuola di fotografia Bauer di Milano. È originario di Firenze, ha lavorato a lungo nel mondo dell’arte e della formazione e conosce bene i luoghi nei quali si incontrano artisti, critici, curatori e galleristi.

Eppure, quando ha deciso di cambiare vita, non ha scelto una grande città d’arte. Ha scelto Roccatederighi. Un paese nel quale non era mai stato.

«Era il periodo del Covid – racconta –. Lavoravo nell’ambiente delle accademie di belle arti e avevo voglia di trasferirmi in un borgo più a misura d’uomo. Ho visto una casa in vendita su internet, non ero mai stato a Roccatederighi e ho deciso di venire qui».

Quello che inizialmente doveva essere un cambiamento personale è diventato, poco alla volta, qualcosa che riguarda un’intera comunità. Perché Barrera non si è limitato ad abitare alla Rocca ma ha cominciato a chiedersi che cosa avrebbe potuto portare in quel paese, e soprattutto che cosa quel paese avrebbe potuto insegnare alle persone con le quali aveva lavorato fino ad allora.

Una casa trovata su internet e un’idea nata sulle Dolomiti

L’intuizione non è arrivata dal nulla. Per otto anni Barrera aveva seguito e organizzato seminari sulle Dolomiti, esperienze nelle quali il lavoro culturale coinvolgeva anche i paesi e le comunità locali.

Era un modo di intendere l’arte molto diverso da quello che spesso si immagina: non solo un’attività riservata agli addetti ai lavori, da consumare all’interno di musei e gallerie, ma soprattutto un’occasione per incontrare persone, ascoltare storie e confrontarsi con luoghi che hanno un’identità precisa.

Quando si è trasferito a Roccatederighi, Barrera ha pensato di ripartire da lì.

«Quando sono arrivato mi sono presentato in Comune e alla Pro Loco, perché volevo coinvolgere le persone del paese – racconta – Non mi interessava organizzare qualcosa che rimanesse separato dalla vita degli abitanti».

Da quei primi incontri è nata una collaborazione che avrebbe portato, nel marzo 2024, alla costituzione di AU, associazione di promozione sociale dedicata ai progetti culturali per il territorio.

Anche il nome racconta qualcosa del luogo nel quale è nata: AU è un’espressione tipica del territorio, una parola breve che porta con sé un’appartenenza.

Accanto a Barrera si sono raccolte figure del mondo dell’arte, della fotografia, della letteratura e della ricerca, con esperienze maturate in Italia e all’estero. Ma il progetto non è stato pensato per trasferire semplicemente un pezzo del mondo culturale milanese o fiorentino in Maremma.

L’obiettivo era fare esattamente il contrario: mettere quel mondo in relazione con la Rocca e con le persone che la abitano.

Gli artisti arrivano da tutta Italia e il paese diventa il loro laboratorio

Il cuore dell’esperienza si chiama RAR, acronimo di Residenze d’artista a Roccatederighi.

La prima edizione si è svolta tra il 22 luglio e il 4 agosto 2024, con sei giovani artisti provenienti da differenti percorsi di studio. La seconda, nell’estate del 2025, è cresciuta fino a coinvolgere una ventina di partecipanti arrivati da accademie e scuole d’arte di Firenze, Venezia, Milano, Palermo e altre città.

Ragazzi abituati a vivere e studiare in contesti urbani, improvvisamente immersi nella quotidianità di un piccolo borgo maremmano.

E il punto, per Barrera, è proprio questo. «Entrare in relazione con le persone è fondamentale – spiega – Quando arrivi in qualsiasi posto trovi una storia differente. Anche per i giovani artisti è importante confrontarsi con una realtà diversa da quella nella quale vivono e studiano. Altrimenti gli artisti rischiano di restare alieni, senza relazioni».

Non è soltanto una considerazione teorica. «Anche le case d’artista rischiano di diventare luoghi di isolamento – dice – dove gli artisti se la cantano e se la suonano. A Roccatederighi abbiamo cercato di costruire una dinamica diversa».

Così le residenze non sono diventate semplicemente un soggiorno durante il quale produrre opere da esporre alla fine dell’estate. Sono state organizzate intorno all’incontro con il territorio: le sue persone, le tradizioni, il paesaggio, la memoria delle miniere, gli oggetti custoditi nelle case, perfino i suoni che attraversano i vicoli.

I ragazzi hanno lavorato insieme a critici, fotografi, scrittori e curatori. Sono arrivati professionisti che non conoscevano Roccatederighi e che, come era successo a Barrera, hanno finito per scoprire un luogo capace di sorprenderli.

Ma soprattutto, gli abitanti non sono rimasti spettatori.

La casa vuota che è diventata uno spazio d’arte

Uno dei passaggi più significativi della storia di AU riguarda una casa disabitata, messa gratuitamente a disposizione del progetto.

Un luogo che avrebbe potuto continuare a rimanere chiuso e che invece è stato trasformato in un laboratorio e in uno spazio espositivo temporaneo.

Si chiama Spazio Temporaneo CarloMario, dal nome della persona che lo ha messo a disposizione.

Lo Spazio Temporaneo CarloMario

Durante le residenze, i giovani artisti hanno vissuto nella parte medievale del borgo e utilizzato quella casa per lavorare, incontrare visitatori e mostrare le opere mentre prendevano forma.

Non soltanto quadri appesi alle pareti a lavoro concluso, dunque, ma la possibilità di entrare, osservare, fare domande e seguire la nascita di un progetto.

Nell’estate 2025 sono state organizzate tre inaugurazioni, con lavori che si aggiungevano progressivamente agli altri, fino a trasformare le stanze in un percorso espositivo.

Il tema scelto era «Sulle rocce».

Una scelta quasi inevitabile, in un paese che sembra costruito dalla pietra prima ancora che dagli uomini. Ma quelle rocce sono diventate molto più di un elemento del paesaggio: hanno suggerito riflessioni sulla memoria, sul lavoro, sulla materia, sull’acqua e sulle trasformazioni del territorio.

Perché a Roccatederighi la roccia non è soltanto uno sfondo da fotografare. È parte della storia collettiva, delle case, delle strade e del rapporto che il paese ha costruito nei secoli con la terra e con ciò che si trova sotto di essa.

Le donne del paese, il ricamo e le storie che diventano opere

Tra i progetti nati durante le residenze ce ne sono alcuni che spiegano meglio di qualsiasi manifesto culturale che cosa significhi lavorare insieme a una comunità.

Giulia Fortuna Bulletti, per esempio, ha incontrato le donne del paese e si è interessata alla tradizione del ricamo. Da quel confronto è nato un lavoro collettivo che ha recuperato tessuti, memorie e gesti tramandati nel tempo.

Nel 2025 il progetto ha preso la forma di un arazzo ispirato ai tetti di Roccatederighi, realizzato utilizzando stoffe donate dalle abitanti.

Oggetti domestici, frammenti di vita quotidiana, pezzi di tessuto che, attraverso l’arte, sono diventati una rappresentazione condivisa del paese.

Sofia Bergamaschi ha invece lavorato con la fotografia e con il principio della camera oscura, entrando nelle case degli abitanti e trasformando alcuni ambienti in luoghi nei quali osservare il paesaggio attraverso la luce.

L’opera di Sofia Gasperoni

Giulia Gasparini ha rivolto la sua attenzione ai giovani che hanno scelto di svolgere attività imprenditoriali sul territorio, realizzando video e ritratti.

Altri hanno osservato i simboli delle rievocazioni storiche, i materiali trovati nei vicoli, le sorgenti, le fontane e i lavatoi.

Aurora Dragoni ha coinvolto anche i bambini, facendo diventare i gatti del borgo protagonisti di una storia illustrata, arricchita dai racconti e dai disegni realizzati durante i laboratori.

Sono esperienze differenti, unite però da un elemento: nessuna sarebbe nata nello stesso modo se quegli artisti fossero rimasti chiusi in uno studio, lontano dalle persone.

La memoria delle miniere e i 43 morti di Ribolla

C’è poi un filo che collega il lavoro artistico alla storia più dolorosa di questa parte della Maremma: quello delle miniere.

Il giovane artista Max Levite ha dedicato una ricerca alla tragedia di Ribolla, dove il 4 maggio 1954 morirono 43 minatori.

Un lavoro cominciato durante la prima esperienza a Roccatederighi e proseguito anche successivamente, cercando tracce delle vittime nei cimiteri maremmani.

Nel materiale presentato durante la residenza del 2025, l’artista racconta di aver individuato le sepolture di 26 dei 43 minatori, con l’intenzione di continuare la ricerca.

Un gesto che porta l’arte a confrontarsi con qualcosa che in Maremma non appartiene soltanto ai libri di storia: la memoria delle famiglie, il lavoro nelle miniere, il dolore delle comunità e le vicende di un territorio che ha costruito una parte importante della propria identità intorno all’attività estrattiva.

Anche Martina Nicole Garbin ha lavorato sulla memoria mineraria, utilizzando fotografie d’archivio appartenenti a una famiglia di Roccatederighi e inserendole in sculture capaci di mettere in dialogo le immagini del passato con la materia del paesaggio.

L’installazione di Martina Nicole Garbin

In questi lavori c’è un aspetto particolarmente interessante: sono giovani che non hanno vissuto quella stagione della storia maremmana, ma che hanno deciso di conoscerla attraverso le testimonianze e i documenti lasciati da chi c’era.

La memoria, così, smette di essere soltanto conservazione e diventa una forma di incontro tra generazioni.

Le cene culturali e gli incontri che continuano oltre le mostre

Per costruire questi rapporti AU ha scelto anche una strada molto semplice, e forse proprio per questo efficace: mettere le persone intorno a un tavolo.

Durante le residenze sono nate le cene culturali, occasioni conviviali nelle quali gli artisti incontrano studiosi, fotografi, scrittori, curatori e figure del territorio.

Non conferenze formali, ma conversazioni nelle quali si raccontano lavori, esperienze, idee e difficoltà.

Nel corso delle attività sono arrivati, tra gli altri, Moira Ricci, Andrea Botto, Sara Benaglia, Mauro Zanchi, oltre a figure legate alla storia e alla cultura delle Colline Metallifere, come Alessandra Casini, già direttrice del Parco.

La cena culturale con Alessandra Casini

Sono stati organizzati laboratori di scrittura, incontri con giovani autori e spettacoli.

Tra questi anche «Dal buco» di Masiar Pasquali, un lavoro che attraverso racconti, musica e immagini affronta la storia dell’eroina e le sue conseguenze, recuperando testimonianze di chi ha attraversato direttamente quella stagione.

AU ha collaborato inoltre alla realizzazione dello spettacolo teatrale «Le case del malcontento», tratto dal romanzo dello scrittore maremmano Sacha Naspini e portato nel borgo medievale nel 2024.

In questo modo il paese è diventato, a seconda delle occasioni, palcoscenico, laboratorio, luogo di discussione e spazio espositivo.

 

Dalle accademie alla Rocca, e dalla Rocca alle accademie

Il rapporto costruito da Barrera con Roccatederighi ha cominciato a funzionare anche nella direzione opposta.

Non soltanto artisti invitati a partecipare alle residenze, ma studenti portati direttamente in Maremma per conoscere il territorio.

«Ho accompagnato anche una classe dell’accademia, una ventina di ragazzi. Hanno visitato la Maremma e hanno cominciato a creare legami con le persone del paese».

È un passaggio importante, perché dimostra come l’esperienza non si esaurisca nelle settimane dedicate agli eventi.

I ragazzi tornano nei luoghi dove studiano, ma portano con sé le relazioni costruite alla Rocca. Alcuni continuano a lavorare su progetti nati durante il soggiorno.

È quello che sta succedendo, per esempio, con due giovani artiste che studiano nelle accademie di Venezia e Palermo, impegnate in un progetto dedicato a una scalinata del borgo.

Il rendering del progetto Mattonelle

La proposta è stata presentata al Comune di Roccastrada e alla Pro Loco e rientra in un percorso di valorizzazione condiviso.

Un intervento che guarda a uno spazio quotidiano, attraversato dagli abitanti, e prova a immaginare come l’arte possa contribuire a renderlo nuovamente protagonista della vita del paese.

Nel frattempo è stata inaugurata anche l’installazione «Il territorio del vento», opera di una giovane artista, un altro tassello del percorso avviato dall’associazione.

Il riconoscimento del Ministero e il progetto Visioni telluriche

La storia di AU, però, non si ferma ai confini di Roccatederighi.

Uno dei risultati più significativi è arrivato con «Visioni telluriche. Nuove esplorazioni nel Parco delle Colline Metallifere», il progetto per il quale l’associazione ha elaborato la proposta presentata dal Parco Tecnologico e Archeologico delle Colline Metallifere Grossetane al bando Strategia Fotografia 2025 del Ministero della Cultura.

Il Parco è risultato assegnatario del contributo, aprendo la strada a un progetto che mette insieme fotografia contemporanea, ricerca sul paesaggio e partecipazione delle comunità locali.

Tre artisti-fotografi sono stati coinvolti in esplorazioni dedicate agli aspetti geologici, minerari e naturalistici delle Colline Metallifere, accompagnate da laboratori aperti alla popolazione.

Il progetto prevede anche la realizzazione di 33 opere fotografiche destinate ad arricchire l’archivio del Parco, oltre a un volume editoriale e a un’esposizione.

Lo spettacolo “Le case del malcontento”

La mostra è ospitata al MAGMA di Follonica, mentre è prevista la pubblicazione di un libro per l’editore Viaindustriae.

Un lavoro che ha coinvolto diversi territori delle Colline Metallifere e che, nelle attività raccontate da Barrera, ha visto Moira Ricci impegnata a Roccatederighi e lo stesso Barrera a Monterotondo Marittimo.

Anche in questo caso il punto di partenza non è stato semplicemente fotografare luoghi suggestivi.

L’idea è usare la fotografia per interrogare il rapporto tra le persone e il territorio, far emergere storie, osservare le trasformazioni del paesaggio e costruire un patrimonio di immagini che possa rimanere a disposizione della comunità.

Il riconoscimento ministeriale rappresenta così un passaggio importante per una realtà nata appena nel 2024, in un piccolo borgo della provincia di Grosseto.

La sfida più difficile: portare l’arte alla Rocca anche d’inverno

Dopo le prime due edizioni delle residenze, Barrera guarda già oltre.

L’obiettivo non è soltanto continuare ad attirare giovani artisti da tutta Italia, ma estendere le attività ai mesi di bassa stagione, quando i borghi dell’entroterra cambiano volto e le occasioni di incontro diventano meno frequenti.

«Vorremmo riuscire a fare cose anche durante l’anno, coinvolgendo sempre di più le persone del paese».

L’inaugurazione del 16 agosto

È una prospettiva che tocca una questione più ampia, comune a molti centri della Maremma: come mantenere vivi i piccoli paesi senza trasformarli soltanto in luoghi da visitare per qualche settimana d’estate.

L’esperienza di AU non pretende di risolvere da sola un problema così complesso. Ma suggerisce una possibilità: costruire attività culturali che non si limitino a richiamare pubblico dall’esterno e che, al contrario, nascano dalle relazioni con chi in quei luoghi continua a vivere.

In questi primi anni sono arrivati giovani artisti, docenti, fotografi, curatori, scrittori e visitatori. Sono nate collaborazioni con la Pro Loco, con il Comune di Roccastrada, con il Parco delle Colline Metallifere e con altre realtà del territorio.

Soprattutto, si sono incontrate persone che altrimenti difficilmente avrebbero avuto occasione di conoscersi.

Un paese che non è soltanto lo sfondo di una fotografia

C’è un rischio, quando si parla di borghi come Roccatederighi: fermarsi alla loro bellezza. Alle case medievali, alle pietre, ai panorami, ai vicoli che sembrano fatti apposta per essere fotografati.

Barrera e i giovani artisti arrivati alla Rocca hanno provato a fare qualcosa di diverso. Hanno cercato quello che c’è dietro le facciate, dentro le case, nei ricordi delle persone e nei piccoli gesti quotidiani.

Hanno scoperto che un tessuto conservato in un cassetto può diventare un’opera collettiva, che una fotografia di famiglia può raccontare la storia delle miniere, che una casa vuota può tornare a essere frequentata e che persino una scalinata può suggerire un nuovo progetto.

E, nel frattempo, anche gli abitanti hanno avuto l’occasione di guardare il proprio paese attraverso occhi differenti. Forse è questo il risultato più interessante di un’esperienza cominciata con una casa trovata su internet durante il Covid.

Giorgio Barrera cercava un posto più a misura d’uomo nel quale vivere. Ha trovato una comunità e ha deciso di mettere a disposizione ciò che conosceva meglio: le relazioni costruite in anni di lavoro nel mondo dell’arte.

Il resto è nato dall’incontro con la Rocca. Quella che, per i rocchigiani, non ha bisogno di un altro nome.

Basta dire: «Vieni alla Rocca».

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