PIOMBINO-SAN VINCENZO. Per le burocrazie e i moduli ministeriali sono solo cifre, un numero “110” affiancato alla dicitura “richiedenti protezione internazionale”. Ma dietro la decisione della Prefettura di Livorno di avviare l’iter per il trasferimento dei profughi ucraini dal Centro di Accoglienza Straordinario (Cas) dell’ex hotel Phalesia di Piombino all’ex hotel Santa Caterina di San Vincenzo, ci sono volti, sguardi smarriti e storie spazzate via da una firma.
Una decisione maturata a seguito della vendita dell’immobile piombinese e che si concretizzerà progressivamente entro la fine dell’anno. Ma mentre la politica e le istituzioni locali si scontrano, con il sindaco di San Vincenzo, Paolo Riccucci, che tuona ricordando che «accogliere non significa semplicemente spostare persone» e le forze politiche che contestano una decisione calata dall’alto, sul campo resta un senso profondo di amarezza.
A pagarne il prezzo più alto, ancora una volta, sono i bambini.
Tre anni per imparare l’italiano e sentirsi finalmente a casa
Arrivati tre anni fa in fuga da un contesto di guerra atroce, questi bambini erano approdati a Piombino diffidenti, chiusi in un silenzio intriso di trauma e spaesamento. Con passi lentissimi, grazie all’amore infinito delle insegnanti, della dirigente scolastica e della comunità locale, avevano iniziato a costruire una piccola base sicura.
Avevano imparato le prime parole in italiano, confidato le proprie paure e trovato nei compagni di classe quell’abbraccio caldo di cui avevano disperatamente bisogno.
Ora, proprio mentre stavano affrontando con delicatezza il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria, conoscendo nuove maestre e nuovi compagni, quel filo d’oro intrecciato con pazienza viene spezzato.
Presto dovranno cambiare di nuovo città, classe, volti e punti di riferimento.
«I bambini non sono valigie»: le parole della maestra Francesca Federighi
A dare voce a questo strazio è Francesca Federighi, la maestra d’asilo che per tre lunghi anni li ha presi per mano e visti rinascere. Con la voce rotta dall’emozione, l’insegnante racconta il lungo e faticoso percorso compiuto nella sezione dei “Limoni“:
«Quando sono arrivati erano piccolissimi, diffidenti, non pronunciavano una sola parola in italiano. L’obiettivo principale è stato farli sentire al sicuro, aiutarli a comunicare le loro necessità primarie. In questi tre anni hanno fatto progressi straordinari: hanno conquistato una serenità e un linguaggio sempre più preciso. Ma la dimensione della provvisorietà non li ha mai lasciati».
La maestra Federighi sottolinea la straordinaria catena di solidarietà che si era creata attorno a loro, grazie alle mamme e alle famiglie del territorio che si sono spese in ogni modo, tra feste di compleanno, passaggi in macchina e inviti al parco, per far sentire queste persone accolte e amate; mamme italiane che si sono spese per sostenere le famiglie ucraine e russe, e mani tese per imparare una nuova lingua.
«I bambini non sono valigie, non sono pacchi che si spostano da un punto all’altro. In classe si aiutavano a vicenda, uno si faceva portavoce dell’altro. A quest’età, spostare un bambino da una sezione all’altra è già un trauma, figuriamoci sradicarli di nuovo da una città. Mi auguro con tutto il cuore che a San Vincenzo possano trovare la stessa accoglienza, ma la verità è che non dovrebbero proprio andarsene».
Il viaggio interiore dei “pesciolini coraggiosi” e l’integrazione alla Scuola Rodari
Dal loro arrivo in Italia segnato da timidezza, diffidenza e barriere linguistiche, sono riusciti, dunque, grazie all’amore incondizionato delle insegnanti e dei compagni, a costruire relazioni stabili.
Un legame profondo, fatto di quotidianità e crescita, che si riflette nitidamente nel percorso educativo vissuto alla Scuola Rodari. Da ottobre del 2025 fino alla fine dell’anno scolastico, infatti, la classe che ha accolto questi bambini aveva lavorato giorno dopo giorno sui temi dell’amicizia, del coraggio, dell’unione, della gestione del litigio e dell’inclusione.
I cartelloni e i lavori artistici realizzati dai piccoli alunni vennero esposti in piazza Dante e rappresentavano la sintesi visiva di questo viaggio interiore e relazionale.
Due di quei bambini, i piccoli della sezione Limone 2025/26, sono esattamente i protagonisti di questo cammino: un percorso in cui l’accoglienza non è stata solo una parola scritta sulla carta, ma un abbraccio concreto.
L’appello delle mamme: «Hanno appena iniziato la prima elementare»
A dare voce allo sconcerto e al dolore delle famiglie è Carlotta Ceccanti, mamma di un amichetto di classe di questi bambini. Con un messaggio carico di commozione e preoccupazione, Carlotta racconta la dura realtà di questo spostamento:
«Questi bimbi avevano appena iniziato la prima elementare. Fortunatamente in classe con loro c’erano altri compagni della materna “Limone”, e questo ha rappresentato un appiglio fondamentale in un salto così grande come l’inizio della scuola elementare. Le maestre hanno fatto un lavoro eccezionale per insegnare loro l’italiano, e le famiglie si sono fatte in quattro per trovare un lavoro e una stabilità. Ma ora, dall’oggi al domani, viene comunicato loro che devono trasferirsi a San Vincenzo. Si ritrovano a dover ripartire completamente da zero, con persone che non conoscono, in una nuova scuola e con genitori che spesso non hanno nemmeno la macchina per muoversi. Come mamme della sezione “Limone” stiamo cercando di far sentire la nostra voce sui social per chiedere attenzione e protezione verso chi rischia di subire un disagio inaccettabile».
La preside: «Senza questi bambini avremmo avuto meno classi»
Sullo spostamento dei bambini e sul valore del percorso scolastico interviene in modo approfondito la dirigente scolastica Letizia Braschi. La preside ricostruisce l’impegno dell’istituto a partire da marzo 2022, mese in cui la scuola ha iniziato ad accogliere oltre 40 bambini profughi dall’Ucraina di tutte le età, dai 3 ai 14 anni. L’inserimento non ha mai incontrato ostacoli: i minori hanno cercato con la massima disponibilità di inserirsi nel contesto scolastico, instaurando un rapporto di costante e proficua collaborazione con le istituzioni scolastiche.
La dirigente evidenzia come le famiglie abbiano vissuto l’esperienza italiana in modo duplice: alcune considerandola una parentesi provvisoria in attesa della fine del conflitto e sperando di rientrare presto in patria, altre avendo invece fatto i conti con la cronicizzazione della guerra e avendo perciò investito fortemente sul territorio italiano, maturando la certezza che loro e i loro figli sarebbero rimasti qui per altri anni.
Il punto critico sollevato dalla preside riguarda anche le modalità con cui la scuola ha appreso la notizia: nessuno preavviso formale o preparazione istituzionale, ma solo voci di strada che hanno spinto la direzione a contattare autonomamente il centro per capirne la fondatezza e i tempi, stimati tra novembre e dicembre, a meno di soluzioni autonome o istituzionali che permettano a quelle famiglie di rimanere sul territorio piombinese.
Inoltre, la dirigente pone l’accento su un paradosso demografico ed economico cruciale per tutta la cittadinanza di Piombino: «Negli ultimi anni la presenza dei bambini del centro di accoglienza ha permesso l’attivazione di classi che altrimenti non sarebbero state aperte, garantendo servizi migliori per l’intera comunità».
A titolo di esempio, la preside ricorda che lo scorso anno la scuola è riuscita ad attivare due classi a tempo pieno alla primaria Alighieri (una di 15 e una di 16 alunni) proprio perché i numeri complessivi avevano superato la soglia di 30 unità per due alunni, esattamente quei bambini che adesso rischiano il trasferimento.
Se quei bambini fossero arrivati dopo il blocco delle iscrizioni di novembre, si sarebbe avuta una sola classe sovraffollata a tempo pieno. Per la dirigente, il depauperamento numerico causato da questi trasferimenti non colpisce solo i migranti, ma ricade pesantemente su tutto il territorio: se diminuiscono gli iscritti, si riducono i pediatri, che senza un numero sufficiente di piccoli pazienti rischiano di lavorare part-time, i servizi sanitari pediatrici, le risorse e l’offerta scolastica complessiva per tutti.
Inoltre, la dirigente sottolinea: «La collaborazione tra la scuola e il centro d’accoglienza dell’ex hotel Phalesia, impreziosita anche dalla presenza di una pedagogista interna alla struttura, è stata un’esperienza di umanità straordinaria che ora rischia di andare dispersa». Un depauperamento che colpisce non solo i migranti, ma l’intero tessuto sociale, sanitario e scolastico di Piombino».
Tra affetti lontani e bilinguismo: il ponte invisibile con l’Ucraina
Un aspetto delicato e profondo emerso nel racconto della dirigente Letizia Braschi riguarda proprio il legame intimo delle famiglie con la loro terra d’origine e la complessa gestione del percorso educativo e linguistico dei ragazzi. Molte famiglie ospitate a Piombino hanno continuato a mantenere un filo diretto con i parenti rimasti in patria, vivendo costantemente nell’attesa e nella speranza che la situazione potesse sbloccarsi.
Tuttavia, con il prolungarsi drammatico del conflitto, i genitori hanno dovuto fare i conti con una realtà diversa, accettando la cronicizzazione della guerra e scegliendo di scommettere sul percorso di integrazione dei figli a scuola. All’interno delle aule piombinesi, questo vissuto si è tradotto in un arricchimento straordinario basato sul bilinguismo e sulla condivisione culturale: «I bambini non solo hanno imparato l’italiano con risultati eccellenti grazie al supporto delle docenti, ma hanno mantenuto viva la propria identità, creando un ponte relazionale solido tra la comunità scolastica locale e le loro radici ferite ma mai recise».
Il trasferimento a San Vincenzo e il rischio di perdere tutto
Attorno a questi bambini e alle loro famiglie si stringono oggi i genitori dei compagni di scuola, le maestre e l’intero corpo docente. Molte di queste famiglie che avevano iniziato a trovare piccoli lavori a Piombino, ora, prive di mezzi di trasporto propri, rischiano di perdere anche quella minima autonomia economica conquistata con sudore.
Mentre si preannuncia un Consiglio comunale aperto a San Vincenzo per discutere della tenuta dei servizi e dell’accoglienza, resta l’amaro in bocca per una gestione burocratica che sembra aver dimenticato l’umanità.
Perché se per la Prefettura si tratta solo di trasferire 110 persone, per questi bambini significa dover imparare di nuovo a fidarsi del mondo e per i loro genitori dover ricominciare da capo, rimboccandosi le maniche e provando a tirare avanti ancora una volta.