CASTAGNETO CARDUCCI. Settantatré unità catastali tra abitazioni, terreni e fondi commerciali, sparse lungo buona parte della costa livornese. Quasi 6 milioni di euro di disponibilità finanziarie, oltre 5,3 dei quali depositati su conti in Liechtenstein. Un patrimonio complessivo stimato in circa 13 milioni di euro.
Ma per capire davvero la portata della maxi confisca eseguita dalla Guardia di Finanza bisogna tornare indietro di oltre mezzo secolo. Al 1974, quando Michelangelo Fedele, oggi 81enne, originario di Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria, arriva in Toscana. E arriva proprio a Castagneto Carducci.
Non si tratta, almeno inizialmente, di una scelta personale. Secondo quanto ricostruito negli anni nei procedimenti che lo hanno riguardato, Fedele viene mandato a Castagneto in seguito a un provvedimento di soggiorno obbligato disposto dal Tribunale di Reggio Calabria.
Da allora il suo nome si lega profondamente a questo pezzo di Toscana. Castagneto, Donoratico, Cecina e la Val di Cornia diventano il centro di una storia lunghissima, nella quale si intrecciano attività immobiliari, prestiti, processi, condanne, sequestri e patrimoni milionari.
Una storia nella quale il denaro, secondo le ricostruzioni investigative che si sono succedute negli anni, avrebbe viaggiato anche oltreconfine: San Marino, Svizzera e Liechtenstein.
Cinquantadue anni dopo quell’arrivo a Castagneto, la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Firenze ha disposto la confisca di un patrimonio da circa 13 milioni di euro ritenuto riconducibile a Fedele. Il provvedimento non è definitivo. La persona destinataria della misura potrà far valere le proprie ragioni nell’ambito della procedura prevista dal Codice antimafia.
La maxi confisca da 13 milioni
Ad eseguire il provvedimento sono stati i finanzieri del Gruppo investigazione criminalità organizzata (Gico) del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Firenze, insieme ai reparti del comando provinciale della Guardia di Finanza di Livorno, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Livorno.
Il provvedimento è stato emesso dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Firenze, su proposta della stessa Procura.
Il patrimonio confiscato è enorme. Si tratta di 73 unità catastali, tra abitazioni, terreni e fondi commerciali, per un valore stimato intorno ai 7 milioni di euro. Gli immobili si trovano nei territori comunali di Cecina, Bibbona, Castagneto Carducci, Piombino, Suvereto, Rosignano Marittimo, San Vincenzo e Campiglia Marittima.
Una geografia che attraversa quindi la Costa degli Etruschi e arriva direttamente in Val di Cornia. A questi beni si aggiungono disponibilità finanziarie per circa 6 milioni di euro, delle quali oltre 5,3 milioni depositate su conti correnti in Liechtenstein.
Per arrivare a quelle somme è stata necessaria anche una procedura di cooperazione internazionale, condotta con il supporto di Eurojust.
La Finanza: «Tenore di vita sproporzionato rispetto ai redditi»
Il provvedimento non nasce da una nuova condanna penale. Si tratta di una misura di prevenzione patrimoniale e la Guardia di Finanza indica tre elementi sui quali si fonda il provvedimento: il profilo soggettivo della persona interessata, la collocazione temporale dell’acquisizione dei beni e la sproporzione fra patrimonio accumulato e redditi dichiarati.
Secondo quanto riportato dalle Fiamme Gialle, il Tribunale ha preso in considerazione un arco temporale lunghissimo, dal 1974 al 2017.
Fedele, spiegano gli investigatori, è stato interessato nel corso degli anni da procedimenti penali e condanne in Italia, tra Calabria e Toscana, e a San Marino per reati che comprendono, a vario titolo, usura, estorsione, truffa, riciclaggio, autoriciclaggio, ricettazione, falsificazione di monete, lesioni personali, sequestro di persona e violenza privata, detenzione e porto abusivo di armi.
L’altro elemento è economico. Le indagini patrimoniali avrebbero fatto emergere, secondo la Finanza, l’accumulazione di risorse tali da sostenere un tenore di vita ritenuto sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati dall’uomo e dal suo nucleo familiare.
Gli approfondimenti economico-finanziari avrebbero inoltre consentito di ricostruire la reale situazione reddituale, i flussi economici e le disponibilità finanziarie, parte delle quali, sottolineano le Fiamme Gialle, sarebbero risultate derivanti anche da evasione fiscale e violazioni della normativa antiriciclaggio.
Tutto comincia a Castagneto nel 1974
La data indicata nel provvedimento come inizio del periodo di pericolosità sociale preso in esame, 1974, coincide significativamente con l’arrivo di Fedele in Toscana. Originario di Rizziconi, nella Piana di Gioia Tauro, Fedele viene trasferito a Castagneto Carducci in seguito a un provvedimento di soggiorno obbligato.
Qui, negli anni successivi, costruisce la propria attività nel settore immobiliare. Ed è proprio l’immobiliare a diventare uno dei fili conduttori della sua storia giudiziaria.
Case, appartamenti, terreni, garage, fondi commerciali e fabbricati compaiono ripetutamente nelle indagini che lo riguarderanno negli anni successivi. Castagneto e Donoratico non sono quindi luoghi marginali nella vicenda. Sono uno dei suoi epicentri.
L’accusa di mafia e l’assoluzione definitiva
Su un punto è necessario fare chiarezza. Negli anni il nome di Fedele è stato più volte accostato, nelle ricostruzioni investigative e giornalistiche, alla famiglia Piromalli della Piana di Gioia Tauro.
Nel 1992 Fedele venne anche arrestato nell’ambito di un procedimento nel quale gli era contestata l’associazione per delinquere di stampo mafioso.
Da quell’accusa, però, fu definitivamente assolto. È una distinzione fondamentale: le ricostruzioni investigative che nel tempo hanno parlato di presunte vicinanze alla criminalità organizzata non equivalgono a una condanna per associazione mafiosa.
Ancora nel 2023 il suo difensore, l’avvocato Marco Talini, contestò pubblicamente l’accostamento alla ‘ndrangheta, sottolineando che l’affiliazione non era stata giudizialmente accertata.
Il grande blitz del 2005
Uno dei capitoli più importanti della storia giudiziaria si apre nel novembre 2005. Un’imponente operazione dei carabinieri porta all’esecuzione di 58 ordinanze di custodia cautelare, nell’ambito di un’inchiesta che coinvolge complessivamente decine di persone. All’operazione partecipano oltre 300 militari.
L’ordinanza cautelare supera le 700 pagine e le contestazioni formulate dagli investigatori riguardano numerosi reati. Al centro dell’inchiesta c’è anche un presunto sistema di prestiti a persone e imprenditori in difficoltà economica.
Secondo l’impostazione accusatoria dell’epoca, la rete avrebbe avuto ramificazioni proprio nella Val di Cecina e nella Val di Cornia. Gli investigatori ipotizzavano prestiti con tassi elevatissimi, che in alcuni casi, secondo le contestazioni formulate allora, sarebbero arrivati tra il 10 e il 40% mensile.
L’impianto accusatorio iniziale, tuttavia, verrà in seguito significativamente ridimensionato sul piano giudiziario. Nel 2015, infatti, il processo si conclude in primo grado con la condanna di Fedele a quattro anni per un episodio di usura, mentre cade l’accusa di associazione per delinquere: il Tribunale ritiene insufficienti o contraddittorie le prove sull’esistenza del sodalizio contestato.
Case e prestiti, il meccanismo finito sotto la lente degli investigatori
Nelle diverse inchieste emerge progressivamente un altro elemento. Il denaro e gli immobili, secondo le ricostruzioni accusatorie, sarebbero stati in alcuni casi due facce dello stesso sistema.
Persone in difficoltà economica si rivolgevano a Fedele per ottenere liquidità. L’immobile di proprietà del debitore poteva diventare una sorta di garanzia dell’operazione, anche attraverso preliminari di compravendita.
In caso di mancata restituzione del denaro alle condizioni pattuite, secondo le contestazioni formulate nei procedimenti, il debitore rischiava di perdere la proprietà.
Una delle vicende finite davanti ai giudici riguardava proprio la Val di Cornia. Una coppia proprietaria di un appartamento a Campiglia Marittima si era trovata in difficoltà nel pagamento del mutuo.
Secondo la ricostruzione accolta nella sentenza di primo grado del processo “Real Estate-Mike”, a fronte di un intervento economico di circa 80mila euro, la nuda proprietà dell’immobile, il cui valore veniva indicato intorno ai 270mila euro, passò alla moglie e a un figlio di Fedele.
Proprio nella forte sproporzione tra le somme entrate in gioco e il valore dell’immobile i giudici individuarono uno degli elementi del vantaggio usurario.
L’operazione “Real Estate-Mike”
È il 2014 quando Finanza e Carabinieri mettono a segno una delle operazioni più importanti sul patrimonio riconducibile all’immobiliarista. Il nome scelto per l’inchiesta dice già molto: “Real Estate-Mike”. Vengono sequestrati 35 immobili per un valore di circa 4 milioni di euro, ai quali si aggiungono circa 400mila euro depositati sui conti correnti.
Nel patrimonio finiscono 16 appartamenti, appezzamenti agricoli, autorimesse, magazzini, un fabbricato industriale e altri beni.
E ancora una volta la mappa porta soprattutto sulla costa livornese. Diciannove immobili sono a Castagneto Carducci, sei a Cecina, sei a Campiglia Marittima, tre a San Vincenzo e uno a Livorno.
Le indagini patrimoniali interessano anche la moglie Giuseppina Zambardino e i figli, perché parte dei beni e delle disponibilità risulta formalmente intestata o cointestata ai familiari.
Gli investigatori concentrano l’attenzione anche sulle modalità di acquisizione di diversi immobili. Una parte dei beni sarebbe stata acquistata fra il 2005 e il 2012, attraverso compravendite o aste e senza fare ricorso a mutui o finanziamenti bancari.
La condanna per usura
Il processo “Real Estate-Mike” porta nel 2018 a una pesante sentenza di primo grado. Il Tribunale di Livorno condanna Fedele a 12 anni di reclusione per usura, in relazione a due episodi. In appello la pena viene successivamente ridotta a otto anni.
È uno dei passaggi che contribuiscono a delineare il quadro sul quale negli anni successivi lavoreranno anche gli specialisti delle indagini patrimoniali.
Perché, parallelamente ai processi penali, lo Stato comincia a colpire il patrimonio.
La prima grande confisca: 29 immobili
Nel 2019 diventa definitiva un’altra misura patrimoniale. La Cassazione rende definitiva la confisca di 29 immobili, per un valore complessivo stimato in circa 4 milioni di euro. E la distribuzione geografica dei beni dice ancora una volta quanto Castagneto e la Val di Cornia siano centrali.
Ben 14 proprietà si trovano nel Comune di Castagneto Carducci, soprattutto fra Donoratico e Marina di Castagneto. Altre quattro sono a San Vincenzo, quattro a Campiglia Marittima, tra il borgo e Venturina Terme, mentre altre si trovano a Cecina. Nel patrimonio ci sono appartamenti, terreni e proprietà commerciali. Fra i beni c’è anche un capannone industriale in via IV Novembre a Donoratico.
Ed è proprio quel capannone che, anni dopo, diventerà il simbolo di ciò che può accadere a un bene sottratto definitivamente a un patrimonio illecito.
Il vecchio capannone confiscato diventa un luogo per aiutare chi ha bisogno
Il 9 aprile 2026, infatti, l’ex panificio industriale di via IV Novembre a Donoratico, circa 500 metri quadrati, viene restituito alla comunità. Lo spazio viene dedicato a Enzo Chioini, storico referente locale di Libera, scomparso nel 2024.
Dove un tempo c’era un immobile finito nel patrimonio confiscato oggi trovano posto un centro d’ascolto, una sartoria sociale, una ciclofficina, una radio e attività rivolte alle persone fragili. Un progetto nel quale operano realtà del terzo settore, Caritas e Misericordia.
Non è l’unico bene ad avere cambiato destinazione. Un’altra abitazione confiscata è stata destinata all’accoglienza di donne con bambini provenienti da situazioni familiari difficili, per accompagnarle verso un percorso di autonomia.
È forse l’immagine che più di ogni altra racconta concretamente cosa significhi una confisca: un bene sottratto a un patrimonio ritenuto illecito che, una volta concluso definitivamente il percorso giudiziario previsto dalla legge, può tornare nelle mani della collettività.
I soldi a San Marino
Ma accanto al mattone c’è un secondo filo che attraversa questa storia: il denaro all’estero. E il Liechtenstein, al centro dell’operazione di oggi, non è il primo Paese straniero che compare nelle vicende finanziarie riconducibili a Fedele. Già negli anni Novanta emerge infatti San Marino.
Nel 2014 Fedele risulta a processo sul Titano in relazione all’origine di circa 457.900 euro depositati alla Banca di San Marino.
Le indagini avevano ricostruito rapporti finanziari nei quali, a partire dal 1999, sarebbero stati effettuati versamenti in contanti per complessivi 1,1 milioni di euro. È un passaggio importante perché mostra come la componente finanziaria internazionale della vicenda abbia radici molto precedenti rispetto all’inchiesta che ha portato alla confisca odierna.
Dalla Svizzera al Liechtenstein, il tesoro da oltre 5 milioni
Il filone destinato a diventare centrale nell’operazione di oggi emerge con particolare forza nel 2021. Le indagini del Gico consentono di ricostruire l’esistenza di oltre 5,3 milioni di euro all’estero. Secondo quanto emerso dalle indagini dell’epoca, il denaro sarebbe stato custodito dagli anni Novanta su un conto cifrato in Svizzera.
Poi, dal 2007, le disponibilità sarebbero state trasferite in Liechtenstein, su un conto intestato a una fondazione. Per seguire il percorso del denaro è necessaria la cooperazione giudiziaria internazionale.
Entra così in scena anche Eurojust.
L’ipotesi investigativa formulata in quella fase riguardava il riciclaggio transnazionale di proventi illeciti e il ricorso fraudolento alla voluntary disclosure, la procedura che consentiva di far emergere e regolarizzare capitali detenuti all’estero.
Secondo le ricostruzioni pubblicate all’epoca, nell’ambito delle procedure relative ai capitali detenuti precedentemente a Lugano sarebbe stata indicata come origine di quelle disponibilità anche l’evasione fiscale. Ed è un particolare che assume un peso ancora maggiore alla luce del comunicato della Guardia di Finanza sulla confisca di oggi.
Le nuove investigazioni economico-finanziarie, spiegano infatti le Fiamme Gialle, avrebbero messo in evidenza disponibilità derivanti anche da evasione fiscale e violazioni della normativa antiriciclaggio.
Il maxi sequestro del 2023
Il passaggio direttamente collegato al provvedimento di oggi arriva nel maggio 2023. Il Gico della Guardia di Finanza esegue una misura di prevenzione patrimoniale da oltre 11 milioni di euro. Vengono sequestrate 66 unità immobiliari tra abitazioni, terreni e fondi commerciali. Il loro valore viene stimato in circa 6,13 milioni di euro.
Gli immobili sono distribuiti fra Cecina, Bibbona, Castagneto Carducci, Piombino, Suvereto, Rosignano Marittimo e San Vincenzo.
Ma il colpo più consistente riguarda ancora una volta i capitali all’estero. Vengono infatti sottoposti a sequestro 5.353.840 euro depositati in Liechtenstein, somme che secondo le indagini erano precedentemente transitate dalla Svizzera.
Pochi mesi più tardi il perimetro patrimoniale si allarga ancora. Nel settembre 2023 vengono individuati e sequestrati altri cinque immobili fra Castagneto Carducci e Campiglia Marittima, per un valore complessivo di circa 500mila euro. Il patrimonio complessivamente aggredito dalle misure sale così a circa 11,9 milioni di euro.
Nel 2026 emergono altri 700mila euro
Ma le indagini patrimoniali non si fermano. Il 18 febbraio 2026 la Guardia di Finanza esegue un ulteriore sequestro, questa volta per circa 700mila euro.
Gli investigatori individuano conti correnti, dossier titoli e altri strumenti finanziari collegati a capitali precedentemente detenuti all’estero.
Una parte delle disponibilità, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe riconducibile addirittura ad acquisizioni effettuate negli anni 1976, 1997 e 1999. Una profondità temporale impressionante. Perché significa tornare quasi fino agli anni immediatamente successivi all’arrivo di Fedele a Castagneto.
Dai primi immobili ai 13 milioni confiscati oggi
È mettendo in fila tutti questi pezzi che la portata dell’operazione diventa comprensibile. La storia parte nel 1974, con l’arrivo a Castagneto Carducci. Passa attraverso decenni di attività e procedimenti giudiziari. Attraversa il grande blitz del 2005, le inchieste sull’usura, i rapporti fra prestiti e immobili, l’operazione “Real Estate-Mike”, le condanne, la prima grande confisca, i capitali individuati all’estero. Arriva alla Svizzera e al Liechtenstein. E torna infine in Toscana.
Oggi il conto indicato dalla Guardia di Finanza è di 73 unità catastali per circa 7 milioni di euro e disponibilità finanziarie per altri 6 milioni.
Circa 13 milioni di euro complessivi.
Una fetta rilevante del patrimonio immobiliare si trova proprio fra la Costa degli Etruschi e la Val di Cornia: Castagneto Carducci, Cecina, Bibbona, San Vincenzo, Campiglia Marittima, Piombino, Suvereto e Rosignano Marittimo.
Una storia lunga più di mezzo secolo
L’operazione eseguita oggi dal Gico non è dunque un episodio isolato. È l’ultimo capitolo di una storia patrimoniale che gli investigatori hanno ricostruito attraversando oltre cinquant’anni, decine di immobili, conti correnti, trasferimenti di denaro e diversi Paesi. Ed è una storia che ha il proprio baricentro proprio su questo territorio.
Da Castagneto Carducci, dove Michelangelo Fedele arrivò nel 1974, fino ai milioni depositati in Liechtenstein.
Da Donoratico, dove alcuni immobili sono entrati nel suo patrimonio, fino allo stesso paese dove almeno uno di quei beni, una volta definitivamente confiscato dallo Stato, è stato trasformato in uno spazio dedicato alle persone fragili.
Ora la nuova confisca apre un altro capitolo. Ma il provvedimento disposto dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Firenze non è definitivo. Come sottolinea la stessa Guardia di Finanza, Fedele potrà far valere le proprie ragioni e le proprie difese attraverso gli strumenti previsti dal Codice antimafia.
Soltanto all’esito di quel percorso si saprà se anche questa enorme massa patrimoniale, 73 immobili e quasi 6 milioni di euro di disponibilità finanziarie, sarà definitivamente sottratta alla disponibilità del suo attuale titolare.