PORTO ERCOLE. Il viaggio di Michelangelo Merisi finì qui, sulle coste dell’Argentario, nell’estate del 1610. Più di quattro secoli dopo Caravaggio torna a Porto Ercole, e lo fa attraverso uno dei dipinti più magnetici e sorprendenti della sua produzione giovanile: quel “Ragazzo morso da un ramarro” nel quale un istante quasi banale, il dolore improvviso provocato dal morso dell’animale, diventa una scena capace di attraversare i secoli.
Ma il quadro che arriverà all’Argentario ha una storia particolare.
Non è la celebre tela conservata alla National Gallery di Londra e non è neppure quella della Fondazione Roberto Longhi di Firenze. Proviene da una collezione privata romana, è raramente accessibile al pubblico e intorno alla sua attribuzione si è sviluppata nel tempo una vicenda storico-artistica affascinante.
Dal 27 settembre al 25 ottobre 2026 sarà esposto gratuitamente nella chiesa di Sant’Erasmo, nel cuore del Borgo Antico di Porto Ercole.
E difficilmente avrebbe potuto esserci un luogo più carico di significato.
Il ritorno di Caravaggio nel luogo della sua morte
Porto Ercole è infatti legata per sempre all’ultimo capitolo della tormentata esistenza di Michelangelo Merisi.
Caravaggio morì qui nel luglio del 1610, a soli 38 anni, dopo gli ultimi anni trascorsi fra fughe, condanne, tentativi di ottenere la grazia e continui spostamenti attraverso il Mediterraneo.
Ed è proprio questo legame a trasformare la mostra in qualcosa di diverso dalla semplice esposizione di un’opera d’arte.
A più di quattrocento anni di distanza, un dipinto attribuito a Caravaggio entra nel borgo nel quale si concluse la vita del pittore, trovando posto dentro una delle chiese più antiche e suggestive di Porto Ercole.
La mostra sarà visitabile tutti i giorni e gratuitamente dal 27 settembre al 25 ottobre. L’iniziativa è organizzata dall’Associazione MetaMorfosi insieme alla Fondazione Guglielmo Giordano, con il patrocinio del Comune di Monte Argentario e la collaborazione della Diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello e della parrocchia di Sant’Erasmo e San Paolo della Croce. La cura scientifica è affidata allo storico dell’arte Pierluigi Carofano.
Un quadro custodito lontano dal pubblico
Ma è soprattutto la storia della tela scelta per Porto Ercole ad aggiungere fascino all’esposizione.
Il dipinto è un olio su tela di circa 65,5 per 50 centimetri, viene datato intorno al 1595, dunque agli anni giovanili del soggiorno romano di Caravaggio, ed è oggi custodito in una collezione privata di Roma.
Proprio per questo, a differenza delle versioni conservate nelle grandi istituzioni museali, non è normalmente accessibile al pubblico.
Il “Ragazzo morso da un ramarro” è una composizione della quale sono note più redazioni e sulla quale gli studiosi hanno discusso a lungo.
Due sono quelle entrate stabilmente nella grande storia caravaggesca: una è conservata alla Fondazione Roberto Longhi di Firenze, un olio su tela di 65,8 per 52,3 centimetri; l’altra si trova alla National Gallery di Londra. Entrambe sono state al centro di approfondimenti e confronti attributivi nel corso del tempo.
Quella che arriva a Porto Ercole apre invece un capitolo meno conosciuto.
Roberto Longhi la vide nel 1958
Secondo la documentazione diffusa in occasione dell’esposizione, la tela della collezione romana fu esaminata direttamente nel 1958 da Roberto Longhi, uno dei più importanti storici dell’arte italiani del Novecento e lo studioso al quale si deve una parte fondamentale della riscoperta moderna di Caravaggio.
Longhi avrebbe riconosciuto nel quadro la mano del maestro e manifestato anche l’interesse ad acquistarlo.
Ci sono poi gli elementi tecnici.
Nella tela sono state individuate caratteristiche considerate compatibili con la pittura del giovane Merisi: la preparazione bruna, l’utilizzo dello strato preparatorio “a risparmio” e alcuni pentimenti, cioè quelle modifiche che un pittore apporta direttamente durante la realizzazione dell’opera e che possono diventare particolarmente importanti nello studio dell’autografia.
Uno di questi sarebbe visibile nelle dita della mano sinistra del ragazzo.
Ma ci sono soprattutto alcuni particolari che distinguono questa versione dalle altre.
Quelle lacrime negli occhi del ragazzo
Bisogna guardare il volto. Nel dipinto destinato a Porto Ercole sarebbero infatti visibili piccole lacrime sulla palpebra inferiore dell’occhio destro del giovane.
Il ragazzo ha appena infilato la mano tra frutti e foglie e un ramarro gli ha morso un dito. Il corpo scatta all’indietro, la spalla si solleva, la bocca si apre e il volto si contrae per la sorpresa e per il dolore.
E in questa versione quel dolore arriverebbe fino agli occhi. Non è l’unica differenza. Il ramarro presenta una colorazione marrone e anche la rosa mostra particolari sfumature cromatiche differenti.
Proprio l’insieme di questi elementi ha portato studiosi come Sergio Rossi ed Emilio Negro ad avanzare un’ipotesi particolarmente suggestiva: che la tela della collezione romana possa rappresentare il prototipo autografo della composizione, dunque una versione originaria dalla quale sarebbero derivate le altre.
È un’ipotesi attributiva, non un dato definitivamente acquisito dalla comunità scientifica, ed è proprio questo a rendere la mostra ancora più interessante: a Porto Ercole non arriva soltanto un dipinto da ammirare, ma un’opera sulla quale la ricerca e il confronto fra gli studiosi restano aperti.
Il giovane che scopre che il piacere può fare male
Poi c’è il quadro, ed è sufficiente dimenticare per un momento attribuzioni, confronti e analisi tecniche per capire perché questa immagine sia diventata una delle invenzioni più famose del giovane Caravaggio.
Un ragazzo allunga una mano. Un animale nascosto lo morde. Lui la ritrae di scatto. Caravaggio ferma esattamente quell’istante.
Non il momento prima e neppure quello dopo, ma la frazione di secondo nella quale la sorpresa diventa dolore.
Intorno, però, tutto parla di bellezza e seduzione: ci sono la rosa tra i capelli ricciuti del giovane, la frutta, le ciliegie, una caraffa di vetro, resa con quella straordinaria attenzione alla luce e ai riflessi che già rivela la rivoluzione pittorica destinata a esplodere negli anni successivi.
Poi ci sono le spine e nascosto tra quella bellezza c’è il ramarro.
Il piacere e il dolore nello stesso istante
È proprio questo contrasto ad avere alimentato per secoli le interpretazioni dell’opera. Il “Ragazzo morso da un ramarro” è stato letto come un’allegoria della giovinezza e della sua fragilità, della seduzione, della caducità della bellezza e soprattutto del rapporto inseparabile tra piacere e dolore.
La rosa seduce, ma ha le spine. La frutta invita a essere toccata, ma nasconde l’animale, la giovinezza sembra invulnerabile, finché qualcosa non la ferisce.
E il piacere, in un solo istante, può trasformarsi in sofferenza.
Anche sull’identità del modello rimane aperta una suggestione: nel volto del giovane alcuni hanno ipotizzato persino un autoritratto del Caravaggio ragazzo, anche se non esistono elementi che consentano di considerarlo un dato certo.
Il cerchio che si chiude a Porto Ercole
Ed è forse proprio questo continuo intreccio di certezze, ipotesi e misteri a rendere quasi naturale l’arrivo del dipinto a Porto Ercole.
Perché anche gli ultimi giorni di Caravaggio all’Argentario sono rimasti per secoli avvolti da interrogativi, tra ricostruzioni documentarie, tradizioni e nuove interpretazioni della sua morte.
Ora un’opera della sua giovinezza arriva nel luogo della sua fine.
Il Caravaggio ventenne del “Ragazzo morso da un ramarro” incontra idealmente il Caravaggio che nel 1610 concluse la propria vita a Porto Ercole.
Nel mezzo ci sono meno di vent’anni, ma c’è una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre la storia della pittura.
Dal 27 settembre, nella penombra della chiesa di Sant’Erasmo, quel ragazzo sorpreso dal dolore tornerà davanti agli occhi del pubblico.
E lo farà proprio nel luogo dove, quattro secoli fa, si spense la vita del pittore che gli aveva dato luce.




