PIOMBINO. Per capire davvero cosa è successo nell’agosto appena trascorso, quando tra San Vincenzo, Piombino e la costa della Val di Cornia la pressione dell’acqua è diminuita, sono arrivate centinaia di segnalazioni e per alcune ore si è dovuto ricorrere perfino a razionamenti, bisogna fare un viaggio.
Un viaggio che comincia dal gesto più semplice che facciamo ogni giorno: aprire un rubinetto. L’acqua esce. Limpida, potabile, apparentemente inesauribile. Anche se in moltissime case, a Piombino e San Vincenzo, sono stati molti i giorni in cui sono uscite solo poche gocce. Ma prima di arrivare nelle case di Piombino, Campiglia, Venturina, San Vincenzo e degli altri centri della Val di Cornia, gran parte di quell’acqua ha percorso una strada invisibile. È stata estratta da decine di pozzi che affondano nella pianura, sollevata dalla falda, trattata negli impianti di potabilizzazione, spinta dentro le condotte e distribuita nelle case.
Una parte compie un viaggio ancora più lungo: arriva fino a Piombino e poi attraversa il mare per contribuire all’approvvigionamento dell’Isola d’Elba. È un sistema costruito nel corso dei decenni e capace di garantire acqua potabile a residenti, imprese e alle migliaia di persone che ogni estate si riversano sulla costa e sull’isola. Ma quel sistema oggi mostra un problema che non può più essere considerato soltanto episodico.
Lo scrivono gli stessi enti che lo controllano e lo gestiscono.
Arpat descrive la falda della pianura del Cornia come sovrasfruttata dal punto di vista quantitativo. Asa parla di una prospettiva di «stress idrico strutturale» per il sistema Val di Cornia-Elba.
E sotto i nostri piedi sta accadendo qualcosa che non si vede guardando un rubinetto. Il cuneo salino avanza.
Agosto, lo stress test del sistema
I disagi dell’estate 2026 non sono un’impressione. Asa ha ricostruito quanto accaduto nei giorni più difficili.
Il 6 e il 7 agosto, soltanto nel Comune di San Vincenzo sono arrivate circa 320 segnalazioni. Tra l’11 e il 13 agosto è stato necessario ricorrere a un limitato razionamento nelle ore pomeridiane e notturne e le segnalazioni sono state circa 30 al giorno. Poi, dal pomeriggio del 14 agosto, secondo l’azienda il servizio è tornato alla normalità.
Le cause immediate indicate dal gestore sono numerose: caldo, siccità, pressione turistica e un aumento eccezionale della richiesta d’acqua.
Nelle località della costa, i consumi sono risultati del 10% superiori a quelli del 2025, che già rappresentavano livelli particolarmente elevati. A questo si è aggiunto un fenomeno meno evidente: il peggioramento quantitativo o qualitativo di alcuni pozzi privati ha portato campeggi e strutture ricettive a fare maggiore ricorso all’acquedotto pubblico proprio nel momento dell’anno nel quale la richiesta era più alta.
Ma qualcosa di altrettanto drammatico è successo a Piombino, con quartieri a lungo senz’acqua e abitazioni ai piani alti in crisi da mesi.
Ma considerare ciò che è successo ad agosto soltanto come l’effetto di un’estate difficile sarebbe riduttivo. La crisi è stata piuttosto uno stress test. Ha mostrato cosa può accadere quando una domanda eccezionalmente alta incontra una risorsa che da anni presenta criticità strutturali.
Il grande serbatoio nascosto sotto la pianura
La Val di Cornia non dispone di un grande lago dal quale pescare l’acqua necessaria alle città. Il suo vero serbatoio è sotto terra. L’acqua piovana, quella proveniente dai rilievi e quella che attraversa il sistema fluviale contribuiscono nel tempo ad alimentare gli acquiferi della pianura. Da lì viene estratta attraverso i pozzi.
Il cuore dell’approvvigionamento pubblico è il cosiddetto impianto Anello, costituito da 35 opere di captazione nella pianura tra Campiglia Marittima e Suvereto.
Nel solo 2024, da questi pozzi ASA ha estratto circa: 10,13 milioni di metri cubi d’acqua. Più di 10 miliardi di litri.
E non è l’unico campo pozzi. A Venturina, in località Coltie, esistono altre 9 captazioni, dalle quali nel 2024 sono stati estratti circa 2,27 milioni di metri cubi. Sommando soltanto Anello e Coltie si arriva dunque a circa 12,4 milioni di metri cubi in un anno.
Sono i principali prelievi effettuati da Asa nella zona, non l’intero volume sottratto alla falda della Val di Cornia. Al conto complessivo concorrono infatti anche altri utilizzi, a cominciare dall’agricoltura e dai pozzi privati.
Ed è proprio questo uno dei numeri che manca nel dibattito pubblico. Quanta acqua viene estratta complessivamente ogni anno dalla falda della Val di Cornia, sommando tutti gli usi? E soprattutto: quanta acqua riesce, nello stesso periodo, a rientrarci?
Una parte dell’acqua prende la strada del mare
Dei 10,13 milioni di metri cubi estratti nel 2024 dall’impianto Anello, circa 3,4 milioni sono stati destinati all’Isola d’Elba. Asa, guardando all’equilibrio complessivo del sistema, indica in circa 4 milioni di metri cubi l’anno l’ordine di grandezza dell’acqua trasferita dalla Val di Cornia verso l’isola. Quattro milioni di metri cubi significano quattro miliardi di litri d’acqua.
Il fabbisogno complessivo dell’Elba è di poco inferiore agli 8 milioni di metri cubi l’anno. Secondo l’Autorità idrica toscana il 47% proviene da risorse dell’isola mentre il 53% arriva dal continente, cioè dalla Val di Cornia. La connessione avviene tramite la grande condotta sottomarina Piombino-Elba, costruita tra il 1984 e il 1986. È lunga 24 chilometri, ha un diametro di 40 centimetri e e può trasferire fino a 148 litri al secondo.
Ancora nel 2026, in un procedimento regionale, l’Autorità Idrica Toscana ha ricordato che le isole dell’Arcipelago non dispongono, soprattutto d’estate, di risorse locali sufficienti e che l’Elba viene approvvigionata «in buona parte» dalle captazioni della Val di Cornia, dopo il trattamento necessario per abbattere boro e arsenico.
E c’è anche un altro aspetto importante: Ait considera questa infrastruttura ormai oltre la propria vita utile teorica. Viene controllata e mantenuta, ma presenta criticità legate anche agli appoggi sul fondale.
La Val di Cornia, quindi, non deve sostenere soltanto i propri abitanti, le attività produttive, l’agricoltura e la pressione turistica estiva. Contribuisce anche alla sicurezza idrica dell’Elba. La dipendenza fra i due territori, dunque, esiste ancora.
Quando si pompa troppa acqua, il mare comincia a entrare
Ed è qui che il viaggio cambia direzione. Perché mentre dai pozzi l’acqua dolce viene portata verso la superficie, vicino alla costa un’altra acqua compie lentamente il percorso opposto. Quella del mare. Il fenomeno si chiama intrusione, o ingressione, del cuneo salino.
Per capirlo non servono formule. L’acqua dolce presente nel sottosuolo contrasta naturalmente quella salata proveniente dal mare, ma quando dalla falda viene estratta molta acqua e il suo livello diminuisce, questo equilibrio può modificarsi.
Nelle falde costiere l’acqua marina può così avanzare verso l’interno, aumentando la concentrazione dei sali e peggiorando la qualità della risorsa. Non è soltanto un fenomeno conosciuto da tempo.
Secondo Arpat, in Val di Cornia il cuneo salino sta avanzando.
Ancora nel 2026 il direttore generale dell’Agenzia, Pietro Rubellini, ha indicato la Val di Cornia tra le aree toscane nelle quali si registra questo fenomeno, collegandolo anche alla ridotta infiltrazione dell’acqua piovana. L’acqua pompata diventa più salmastra e questo può determinare nel tempo anche la salinizzazione dei terreni agricoli.
Arpat indica tra le risposte necessarie proprio la riduzione degli sprechi, il riuso delle acque reflue e la raccolta dell’acqua per ricaricare le falde e ridurre il rischio di sovrapompaggio e salinizzazione.
Una falda definita sovrasfruttata
Nell’aprile 2026 Arpat ha dedicato un approfondimento specifico allo stato delle acque della Val di Cornia. Parlando della falda delle Pianure del Fiume Cornia, l’Agenzia individua criticità strutturali e descrive uno scarso stato chimico, tipico di una falda sovrasfruttata anche dal punto di vista quantitativo, con deterioramento delle caratteristiche di potabilità legato all’ingressione salina prodotta dall’eccessivo emungimento.
In parole semplici: dalla falda viene estratta da tempo una quantità d’acqua tale da contribuire ad alterare l’equilibrio tra acqua dolce e acqua marina.
Ed è questo il punto centrale dell’intero problema. Non si tratta semplicemente di sapere quanta acqua rimane sotto terra. Bisogna sapere in quali condizioni rimane.
Boro e arsenico, un problema diverso dal sale
A rendere ancora più complesso il sistema ci sono boro e arsenico. È però importante non confondere fenomeni diversi. La presenza di boro e arsenico nelle acque sotterranee della Val di Cornia ha anche una forte componente naturale e geologica. Arpar parla infatti di anomalie geochimiche legate al fondo naturale, ma il quadro diventa più complicato quando a queste caratteristiche si aggiunge l’intrusione marina.
In un procedimento regionale relativo al depuratore di Campo alla Croce, la documentazione presentata da Asa spiega che il boro nella falda deriva sia dal rilascio naturale dei terreni del bacino del Cornia sia dall’ingresso dell’acqua marina e riferisce, per alcuni pozzi, picchi fino a 8 milligrammi per litro.
Per rendere potabile l’acqua estratta, servono quindi trattamenti. Ed è qui che emerge un altro aspetto della crisi idrica della Val di Cornia: non basta trovare acqua. Bisogna riuscire a renderla utilizzabile.

Più sale significa anche trattamenti più complessi
Una valutazione regionale evidenzia che negli ultimi anni l’aumento di cloruri e boro ha interessato le acque sotterranee costiere destinate all’uso potabile e che il peggioramento risulta particolarmente marcato proprio in Val di Cornia. La conseguenza non riguarda soltanto i pozzi. Quell’acqua entra nel sistema idrico, viene utilizzata nelle case e nelle attività e una parte finisce successivamente nella rete fognaria.
I normali depuratori non sono progettati per abbattere efficacemente sali come cloruri e boro. Il problema nato sotto terra può quindi riapparire alla fine del ciclo dell’acqua ed è una delle ragioni per cui la desalinizzazione mediante osmosi inversa entra sempre più spesso nei programmi futuri del sistema.
Con un’altra conseguenza: l’osmosi inversa richiede molta energia. La stessa documentazione regionale evidenzia quindi la necessità di affiancare questi sistemi a fonti rinnovabili per contenere l’aumento dei consumi elettrici.
Il paradosso: il sale rende più difficile recuperare l’acqua
È probabilmente uno degli aspetti più emblematici di tutta la vicenda. La Val di Cornia dispone da anni di infrastrutture costruite per riutilizzare l’acqua depurata ed evitare di prelevare altra acqua dalla falda. I progetti Fenice e Cornia Industriale erano nati proprio per questo. Il primo poteva recuperare circa 1,5 milioni di metri cubi all’anno per l’industria siderurgica. Cornia Industriale era stato progettato per fornire all’industria altri 1,6 milioni di metri cubi l’anno.
Secondo Asa, i due acquedotti della Val di Cornia hanno complessivamente una potenzialità media di produzione per il riuso superiore a 4,5 milioni di metri cubi all’anno.
Nel 2024, però, ne sono stati utilizzati soltanto: 324.000 metri cubi. Poco più del 7% della capacità potenziale dichiarata.
La crisi della siderurgia spiega una parte enorme di questa differenza, ma c’è dell’altro. Asa scrive che nel 2024, anche a causa di problemi autorizzativi in un contesto caratterizzato dall’aumento dell’ingressione salina e del boro, non è stato possibile attivare il riuso irriguo in Val di Cornia se non per quantitativi minimi.
Ed ecco il paradosso. La salinità della falda aumenta. L’acqua entra nel sistema, passa dalle nostre case e dalle attività, arriva ai depuratori e la presenza di sali e boro rende più complicato utilizzare proprio quell’acqua depurata che potrebbe servire a diminuire i prelievi dalla falda.
È un circolo che rischia di alimentare se stesso.
L’acqua depurata può diventare una delle soluzioni
Proprio per questo Asa sta lavorando alla riconversione dei vecchi sistemi industriali. L’impianto di Campo alla Croce, a Venturina, dovrebbe consentire di differenziare il riuso dell’acqua non più soltanto verso l’industria, ma anche verso l’agricoltura. Un altro progetto riguarda il depuratore di Guardamare e il comparto agricolo di Fossa Calda, circa 400 ettari di terreni prevalentemente ortofrutticoli.
L’obiettivo è semplice: utilizzare acqua che abbiamo già prelevato, consumato e depurato al posto di nuova acqua sotterranea. E il Programma degli interventi dell’Autorità Idrica Toscana contiene anche il completamento e la riconversione dell’acquedotto Cornia Industriale per fini irrigui e industriali. Perché ogni metro cubo recuperato e realmente sostitutivo di un prelievo può diventare, almeno in linea di principio, un metro cubo lasciato nella falda.
Nel 2026 la Regione valuta le concessioni dei pozzi
C’è poi un elemento che rende questa discussione particolarmente attuale. Proprio nel 2026 la Regione Toscana ha aperto una procedura di Via postuma relativa alle concessioni di derivazione delle acque sotterranee a uso idropotabile del sistema acquedottistico della Val di Cornia.
Il procedimento riguarda captazioni situate nei comuni di Campiglia Marittima, Piombino, San Vincenzo e Suvereto ed è promosso da Asa.
La seconda riunione della Conferenza dei servizi istruttoria è stata convocata per il 23 aprile 2026. La procedura comprende anche la richiesta di deroga ai limiti di scarico del depuratore di Campo alla Croce per il parametro boro. È necessario essere precisi: una Via postuma non significa automaticamente che i pozzi siano irregolari o che le concessioni siano state contestate.
Non c’è, nei documenti esaminati finora, alcun elemento che permetta di affermarlo, ma il dato politico e ambientale rimane: nello stesso anno in cui la crisi idrica torna a manifestarsi, il sistema delle concessioni attraverso le quali il servizio pubblico preleva acqua dalla falda è sottoposto a valutazione ambientale.
Ed è importante conoscere l’esito di quella procedura, le eventuali prescrizioni e soprattutto i volumi massimi di prelievo considerati sostenibili.
Asa: non si può semplicemente pompare più acqua
La questione diventa ancora più chiara leggendo le stesse pagine con le quali Asa illustra le proprie politiche di riuso. L’azienda osserva che le riserve disponibili d’acqua sotterranea si stanno impoverendo e in parte deteriorando e indica la Val di Cornia come un territorio caratterizzato da un equilibrio idrico particolarmente critico.
La diminuzione media delle precipitazioni e il cambiamento del loro regime aggravano la capacità di ricarica delle falde. La risposta, quindi, non può consistere semplicemente nel pompare più acqua.
Bisogna trovare nuove fonti, utilizzare meglio quelle esistenti e, soprattutto, restituire alla falda almeno una parte del margine che ha perduto. Ed è esattamente quello che raccontano i progetti messi in fila dall’Autorità Idrica Toscana.
Il piano per il futuro racconta quanto sia grande il problema
Basta leggere il Programma degli interventi 2024-2031 di Asa nell’ambito dell’Autorità Idrica Toscana. Per la Val di Cornia vengono contemporaneamente indicate diverse strade.
Dissalare acqua di mare. Ricaricare artificialmente la falda. Realizzare nuovi pozzi collegati al sistema di ricarica. Cercare nuove risorse sotterranee. Installare sonde per monitorare i livelli della falda. Recuperare maggiormente le acque reflue. Trattare una risorsa sotterranea sempre più complessa.
Non è la fotografia di una singola emergenza estiva. È il tentativo di costruire un nuovo equilibrio idrico per il territorio.
Un dissalatore da 150 litri al secondo per la Val di Cornia
Fra gli interventi programmati compare un’opera enorme. Un impianto di dissalazione a osmosi inversa da 150 litri al secondo per la Val di Cornia, completo di presa e scarico a mare, opere elettriche e idrauliche, sollevamento verso Piombino e compensazioni ambientali nel Golfo di Follonica.
La quota Asa indicata nel programma ammonta a circa: 42,97 milioni di euro. A questa deve aggiungersi la condotta necessaria per collegare il nuovo dissalatore all’Anello attraverso il sistema Vignarca-Franciana-Coltie, per altri 10,67 milioni di euro. Complessivamente oltre 53,6 milioni di euro. I due interventi, però, risultano nel programma senza pianificazione annuale perché candidati a nuovi finanziamenti. Quindi esistono sulla carta e nella programmazione, ma non possiamo considerarli opere già finanziate e pronte a partire.
Anche la capacità prevista aiuta a capire la scala dell’intervento. Centocinquanta litri al secondo, se un impianto funzionasse teoricamente ininterrottamente per un anno, equivalgono a circa 4,7 milioni di metri cubi. Non significa che questa sarebbe la produzione effettiva: dipenderebbe dalle modalità di esercizio, ma dà la misura dell’opera che si ritiene necessaria.
Rimettere l’acqua sotto terra
C’è poi una soluzione apparentemente opposta. Anziché tirare acqua fuori dalla falda, rimettercela. La Val di Cornia ha già sperimentato con il progetto europeo Life Rewat sistemi di ricarica controllata dell’acquifero. Quando esiste disponibilità d’acqua, questa può essere fatta infiltrare in aree opportunamente individuate, alimentando artificialmente la riserva sotterranea.
L’impianto realizzato a Suvereto utilizza proprio l’acqua del fiume Cornia: la derivazione entra in funzione quando la portata del fiume supera il minimo deflusso ecologico e l’acqua viene convogliata verso il bacino di ricarica, dove può infiltrarsi nel sottosuolo.
E l’ordine di grandezza non è trascurabile. Nel progetto veniva stimata, a seconda dell’andamento climatico, la possibilità di derivare dal Cornia e immagazzinare nella falda tra 300mila e 1,3 milioni di metri cubi d’acqua all’anno. Un volume destinato proprio a contribuire alla riduzione del deficit idrico della pianura.

Non significa che ogni anno quella quantità venga effettivamente immessa nella falda: quella indicata dal progetto è una stima, fortemente dipendente dalla disponibilità d’acqua nel Cornia. Ma dimostra quale possa essere la scala di una soluzione che utilizza i periodi più ricchi d’acqua per creare una riserva da lasciare sotto terra.
Nel nuovo programma Ait (Autorità idrica toscana) compare un ulteriore ampliamento del sistema di invaso per la ricarica della falda. E subito dopo compare un progetto da quasi 4 milioni di euro per realizzare nuovi pozzi idropotabili a valle del sistema di ricarica, collegandoli alle centrali di Macchialta e Coltie. Anche questi interventi risultano candidati a nuovi finanziamenti.
È un passaggio delicato, perché in una falda definita sovrasfruttata può sembrare contraddittorio progettare nuovi pozzi.
La logica è invece quella di associare la nuova captazione alla ricarica controllata dell’acquifero. Ma proprio per questo diventa essenziale conoscere il bilancio: quanta acqua potrà essere immessa artificialmente nella falda e quanta si prevede successivamente di estrarne?
Si cercano anche nuove risorse
Il piano prevede inoltre sondaggi esplorativi per cercare nuove risorse e l’installazione di sonde piezometriche per monitorare i livelli della falda, con un intervento da 127mila euro. È un altro tassello importante.
Per gestire una risorsa sotterranea bisogna prima di tutto sapere con precisione quanto sale e quanto scende, quanto recupera durante l’inverno, quanto perde durante l’estate, come reagisce agli anni siccitosi e soprattutto quale relazione esiste fra i volumi pompati e l’avanzamento del cuneo salino.
Il dissalatore dell’Elba può far respirare la pianura
Nel frattempo una delle risposte più immediate dovrebbe arrivare dall’altra parte del canale. È il dissalatore dell’Isola d’Elba, in fase di completamento. Una volta pienamente operativo dovrebbe ridurre la dipendenza dell’isola dalla Val di Cornia.
Ed è soprattutto nei mesi di minore consumo che il beneficio potrebbe diventare importante: anziché continuare a prelevare acqua dalla pianura e spingerla verso l’Elba, una quota maggiore del fabbisogno potrà essere coperta localmente.
Ma manca ancora il numero decisivo: quanti metri cubi d’acqua saranno effettivamente lasciati ogni anno nella falda della Val di Cornia grazie al dissalatore dell’Elba? Non basta conoscere la capacità nominale dell’impianto. Serve conoscere il nuovo bilancio complessivo.
Poi ci sono le perdite
E inevitabilmente c’è il problema dell’acqua che viene immessa nelle reti ma non arriva al contatore. Asa indica per l’intero territorio servito perdite totali di distribuzione del 32,5%, ma quel numero comprende sia le perdite fisiche delle condotte sia altri volumi non contabilizzati. Il valore indicato dall’azienda per le sole perdite reali di distribuzione sull’intero ambito è del 21,3%.
Quello che manca, e che sarebbe fondamentale conoscere, è il dato specifico della Val di Cornia. Quanto viene immesso nella rete di questo territorio? Quanto arriva effettivamente agli utenti? Quanto viene perso fisicamente durante il tragitto?
Perché in una zona nella quale ogni metro cubo diventa prezioso, anche questo numero assume un peso completamente diverso.
Non è una storia cominciata quest’estate
Sarebbe sbagliato leggere tutto ciò soltanto attraverso le giornate di agosto. La crisi dell’estate 2026 è stata un campanello d’allarme, ma il problema affonda le proprie radici molto più indietro. Per decenni da questa stessa pianura abbiamo chiesto acqua per far crescere l’industria, irrigare l’agricoltura, rifornire le città, sostenere il turismo e alimentare l’Elba.
Oggi a tutto questo si aggiungono precipitazioni più irregolari e periodi siccitosi capaci di ridurre la ricarica naturale. Il sistema ha funzionato, ma ha accumulato una pressione crescente sulla risorsa sotterranea.
E oggi i documenti pubblici raccontano una situazione nella quale, contemporaneamente, si progettano un grande dissalatore, la ricarica artificiale della falda, nuovi pozzi, il recupero delle acque depurate, la ricerca di nuove risorse e nuovi sistemi di monitoraggio.
La domanda quindi non è se domani mattina, aprendo il rubinetto, uscirà acqua. La domanda è molto più grande: come garantiremo quell’acqua tra dieci, venti o trent’anni senza continuare a impoverire la riserva sulla quale l’intero sistema si è retto fino a oggi?
Le domande alle quali ora servono risposte
Oggi, mercoledì 9 settembre, nell’assemblea pubblica con Asa a Piombino, si parlerà inevitabilmente dei problemi dell’estate, ma i documenti disponibili suggeriscono che il confronto dovrebbe andare molto oltre le pressioni insufficienti nei condomini o le centinaia di segnalazioni arrivate ad agosto.
Perché ormai alcune domande riguardano l’intero futuro idrico della Val di Cornia.
Quanti metri cubi vengono estratti ogni anno complessivamente dalla falda, sommando acquedotto pubblico, agricoltura, industria e pozzi privati?
Qual è oggi il livello della falda nei principali campi pozzi e come è cambiato negli ultimi dieci o vent’anni?
Dove si trova oggi il fronte del cuneo salino e quanto è avanzato negli ultimi anni?
Quali sono i volumi massimi di prelievo previsti dalle concessioni sottoposte nel 2026 alla VIA postuma e quali prescrizioni sono emerse dalla procedura?
Quanti metri cubi in meno saranno prelevati dalla Val di Cornia quando il dissalatore dell’Elba sarà pienamente operativo?
Qual è il dato aggiornato delle perdite fisiche della sola rete della Val di Cornia?
Perché una capacità potenziale di riuso superiore a 4,5 milioni di metri cubi è stata utilizzata nel 2024 soltanto per 324mila metri cubi e quanta parte potrebbe essere recuperata per l’agricoltura?
Quanto potrà essere ricaricato artificialmente l’acquifero e quale sarà il saldo con l’acqua che verrà estratta attraverso i nuovi pozzi previsti dal piano?
Quando e con quali finanziamenti potrà essere realizzato il dissalatore da 150 litri al secondo previsto per la Val di Cornia?
E soprattutto: qual è la quantità d’acqua che la falda della Val di Cornia può sostenibilmente fornire ogni anno senza continuare a impoverirsi e senza favorire l’avanzamento del mare?
Perché forse il punto dal quale ripartire è proprio questo. L’acqua che esce dai nostri rubinetti sembra arrivare da un luogo lontano e invisibile. In realtà viene, in gran parte, da sotto i nostri piedi.
E mentre per decenni abbiamo guardato soltanto a quanta riuscivamo a tirarne fuori, adesso è arrivato il momento di capire quanta possiamo ancora permetterci di prendere e quanta dobbiamo cominciare a restituire.