Acciaierie, l’allarme degli operai: «Ve l’avevamo detto, ora Jsw se ne vada e torni lo Stato» | MaremmaOggi Skip to content

Acciaierie, l’allarme degli operai: «Ve l’avevamo detto, ora Jsw se ne vada e torni lo Stato»

Il Camping CIG torna all’attacco dopo i dubbi sul futuro dello stabilimento di Piombino: nel mirino le inadempienze di Jsw e i ritardi di Metinvest. «Prima del tavolo al Mimit assemblea dei lavoratori. Basta prorogare la cassa integrazione, serve un piano nazionale della siderurgia»
Lo striscione di Campig Cig contro le armi

PIOMBINO. «Ve l’avevamo detto, ma siamo stati lasciati soli». È un grido d’allarme che suona anche come un’amara rivendicazione quello lanciato dal Coordinamento Art.1-Camping CIG. Di fronte ai recenti dubbi e alle perplessità sollevati da più parti politiche e istituzionali sul futuro delle acciaierie di Piombino, il collettivo di lavoratori ed ex lavoratori torna ad attaccare frontalmente sia la gestione privata degli impianti sia la regia pubblica tenuta finora dal Governo.

Il nodo Jsw e le incertezze di Metinvest

Al centro c’è la gestione Jsw, definita senza mezzi termini «totalmente inadempiente». Secondo quanto riportato dal Camping CIG, circolerebbero voci sconcertanti secondo cui la multinazionale indiana non avrebbe nemmeno predisposto un cronoprogramma per gli investimenti.

Ma le critiche dell’associazione operaia non risparmiano neppure Metinvest, il colosso multinazionale per lungo tempo accreditato come il «salvatore della patria».

Metinvest, fa notare il Camping Cig, starebbe accumulando ritardi considerevoli e ammette tra le righe che le risorse a disposizione non sono sufficienti, mettendosi così alla ricerca di ulteriori finanziatori e mettendo a rischio le intese dell’Accordo di Programma del 2025.

«Mentre oggi ci si accorge del disastro, ricordiamo che per anni la solita narrazione felice ha coperto le falle di questo sistema», dichiara Gianardi, rimarcando come la piccola associazione di base avesse già evidenziato tali criticità nell’analisi dei documenti ufficiali, in gran parte inascoltata da sindacati maggioritari e istituzioni.

Le richieste per il tavolo al Mimit e il ruolo dello Stato

In vista del prossimo incontro programmato a settembre presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il Camping CIG traccia una linea d’azione rigorosa. In primo luogo, ritiene fondamentale che i sindacati convochino l’assemblea dei lavoratori prima del tavolo ministeriale, in modo da definire collettivamente gli obiettivi ed evitare di accontentarsi dell’ennesima proroga della cassa integrazione fino al 2027. La proposta centrale rimane l’allontanamento immediato di Jsw e la riassunzione della proprietà e della gestione dello stabilimento da parte dello Stato. L’impianto piombinese, insieme a quello di Taranto, dovrebbe così rientrare in un Piano nazionale della siderurgia volto a produrre acciaio e rotaie, attivando nuovi treni di laminazione anche oltre il settore ferroviario.

Tutela dei lavoratori 

Per quanto riguarda i lavoratori inattivi e la gestione dei prevedibili esuberi, il collettivo chiede di mettere in campo strumenti come prepensionamenti e uscite volontarie incentivate. In nessun caso i dipendenti attualmente fermi dovrebbero essere riconsegnati a Jsw, dinamica che a detta del gruppo porterebbe a licenziamenti certi nell’omertà generale; al contrario, le tute blu dovrebbero essere riassorbite direttamente nel nuovo progetto pubblico.

L’appello si chiude con una richiesta di coerenza rivolta a chi solo oggi esprime perplessità: serve una svolta fondata sulla centralità dello Stato, sul blocco delle deleghe in bianco alle multinazionali e su una mobilitazione continuativa della città, con il principio guida di produrre acciaio per fini civili e infrastrutturali e non per la guerra.

Il precedente: il monito inascoltato del 2023

Questa linea si riallaccia direttamente alle battaglie degli anni passati. Già durante il consiglio comunale aperto del 19 dicembre 2023, Paolo Francini aveva pronunciato un duro intervento a nome del Camping CIG, ricordando le conseguenze di anni di promesse non mantenute, con 1.500 lavoratori dell’indotto persi, tagli salariali del 30% e centinaia di addetti bloccati nella cassa integrazione a vita.

In quell’occasione, la delegazione operaia aveva richiesto invano di sottoporre ogni piano industriale all’esame di tecnici indipendenti, di fissare penali rigorose per i gruppi privati e di affidare allo Stato la maggioranza dello stabilimento, un monito che allora rimase privo di risposte e che oggi torna d’attualità di fronte all’aggravarsi della crisi siderurgica.

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