Piombino sul New York Times per raccontare l'ascesa di Giorgia Meloni | MaremmaOggi Skip to content

Per capire Giorgia Meloni il New York Times è venuto a Piombino

La città dell’acciaio diventa sul quotidiano americano il simbolo del passaggio del voto operaio dalla sinistra alla destra. Nel reportage Ferrari, gli ex operai, la crisi delle acciaierie e i 3,7 miliardi del nuovo polo siderurgico
La presidente del consiglio Giorgia Meloni e il progetto Metinvest

PIOMBINO. Per provare a capire Giorgia Meloni, il New York Times è andato a Piombino. Non a Roma, non a Palazzo Chigi, non in  uno dei luoghi nei quali Fratelli d’Italia ha costruito la sua storia. Piombino.

La città delle acciaierie, delle tute blu e delle lotte sindacali, una delle roccaforti storiche della sinistra toscana, il posto dove per decenni il rapporto tra fabbrica e politica sembrava quasi impossibile da spezzare e dove invece, nel 2019, Francesco Ferrari è diventato il primo sindaco di destra dal dopoguerra, per poi essere rieletto cinque anni dopo.

È questa la Piombino che il New York Times porta sulla prima pagina dell’edizione cartacea del 23 agosto, all’interno del lunghissimo ritratto che Roger Cohen, capo dell’ufficio di Parigi del quotidiano americano, dedica alla presidente del Consiglio.

E Piombino, in quel racconto, non è una comparsa ma è una delle chiavi scelte dal giornalista americano per spiegare perché Meloni è arrivata fin qui.

Per capire Meloni il New York Times viene a Piombino

Cohen lo dice chiaramente quando il suo lungo viaggio dentro la storia politica e personale della premier arriva sulla costa toscana.

Per comprendere l’ascesa di Giorgia Meloni, scrive, è andato a Piombino, descritta come una città siderurgica un tempo prospera e oggi profondamente segnata dal declino industriale.

La fotografia è brutale: oltre 8mila lavoratori dell’acciaio nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, non più di 500 oggi, secondo i numeri riportati dal quotidiano americano.

La copertina dell’articolo sul New York Times

Ma è la frase successiva a spiegare perché Piombino interessi tanto al New York Times: città della Resistenza antifascista, per decenni bastione della sinistra e dei sindacati più combattivi, oggi è governata dalla destra. Un cambiamento che da locale diventa, secondo Cohen, che ha lavorato a questo reportage con la collega Gaia Pianigiani, un modo per leggere il cambiamento internazionale.

Perché Cohen vede in Piombino la rappresentazione quasi perfetta di uno dei fenomeni politici che hanno attraversato l’Italia e una parte dell’Europa negli ultimi vent’anni: lo spostamento verso destra di una parte del voto operaio e popolare che per generazioni aveva guardato a sinistra.

Ferrari, primo sindaco di destra dal 1945

Nel reportage entra così Francesco Ferrari. Avvocato, eletto nel 2019, primo sindaco di destra della città dal 1945 e rieletto nel 2024.

La lettura proposta dal quotidiano è precisa: secondo Cohen, la sinistra avrebbe consumato la fiducia di una parte dei lavoratori attraverso promesse rimaste vuote e una cattiva gestione, favorendo un passaggio politico che il giornalista inserisce in un movimento molto più ampio, quello delle classi lavoratrici europee arrabbiate per gli effetti della globalizzazione, la perdita dei posti di lavoro e altri grandi cambiamenti sociali.

Francesco Ferrari e Giorgia Meloni durante la visita a Rimateria

Piombino diventa così, agli occhi di uno dei quotidiani più influenti del mondo, un laboratorio politico. E non è difficile capire perché. Qui la crisi industriale non è mai stata soltanto industriale.

Ha significato posti di lavoro persi, famiglie finite per anni negli ammortizzatori sociali, aziende dell’indotto scomparse, pezzi di fabbrica fermati e promesse di rilancio che si sono succedute governo dopo governo.

Ed è dentro questa frattura che è cambiata anche la politica.

«Ci hanno fregato»

Cohen incontra anche chi quella fabbrica l’ha vissuta. Tra le persone intervistate c’è Michele Nardini, che ha lavorato per 25 anni all’altoforno prima di perdere il posto nel 2024.

Davanti all’uscita della fabbrica il giornalista nota un cartello con una stretta di mano e una parola: «Grazie».

La reazione dell’ex operaio sintetizza probabilmente meglio di qualsiasi analisi politica il sentimento che il New York Times è venuto a cercare a Piombino. «Grazie per cosa? Ci hanno fregato».

Nardini racconta di sentirsi tradito da un’intera classe politica e trasforma quel sentimento in una dichiarazione di voto: dopo settant’anni di sinistra, dice sostanzialmente al quotidiano americano, adesso è disposto a concederne altrettanti alla destra.

È una frase provocatoria, naturalmente, ma dentro c’è molto della storia politica recente di Piombino.

L’altra voce è quella di Mirko Lami

Il New York Times non racconta però una città completamente convertita alla nuova stagione politica.

Cohen incontra anche Mirko Lami, storico esponente della Cgil, che offre una lettura opposta e sostiene che il governo Meloni non abbia mantenuto le promesse.

Lami mette sul tavolo due questioni che vanno molto oltre Piombino: salari bassi e sanità pubblica in difficoltà. Ed è proprio questo contraddittorio a rendere interessante il reportage.

Mirko Lami

Perché Piombino non viene descritta semplicemente come la città che ha abbandonato la sinistra per scegliere la destra, ma come un luogo nel quale la crisi industriale ha spezzato appartenenze che sembravano eterne, lasciando però ancora aperta la domanda fondamentale: chi è arrivato dopo riuscirà davvero a fare quello che gli altri non hanno fatto?

E poi c’è l’acciaio. Ancora una volta

Non poteva naturalmente mancare il cuore della questione: le acciaierie. Il New York Times racconta l’accordo raggiunto a luglio per un investimento complessivo che indica in 3,7 miliardi di dollari, destinato alla costruzione di un polo siderurgico tecnologicamente avanzato.

A luglio è stato firmato il nuovo Accordo di programma con Jsw, mentre parallelamente procede, con ritardi e interrogativi ancora aperti, il progetto Metinvest-Danieli. Il piano industriale che ruota attorno alla nuova siderurgia vale miliardi e potrebbe ridisegnare completamente il futuro produttivo della città.

Ma proprio nelle settimane precedenti alla firma, Piombino aveva vissuto una nuova stagione di fortissime tensioni.

I sindacati avevano chiesto garanzie occupazionali e cronoprogrammi certi, arrivando alla mobilitazione e denunciando ancora una volta il rischio che gli annunci non si trasformassero in posti di lavoro e impianti realmente funzionanti.

Ed è qui che il New York Times coglie forse uno degli aspetti più profondamente piombinesi dell’intera vicenda: dopo tutto quello che è successo negli ultimi anni, la città non riesce più a credere agli annunci sulla parola.

Quei 3,7 miliardi e una città che non vuole più aspettare

Cohen lo scrive senza troppi giri di parole: Piombino ha attraversato troppe promesse perché oggi possa esserci un grande ottimismo.

È una considerazione che, letta da qui, suona quasi ovvia. La siderurgia piombinese è passata attraverso Lucchini, Severstal, Cevital, Jsw, anni di cassa integrazione e infiniti tavoli ministeriali. Adesso sul tavolo ci sono contemporaneamente il futuro di Jsw, il progetto Metinvest-Danieli e il nuovo corso di Magona, con Trasteel.

Soltanto poche settimane fa il confronto al ministero aveva ancora al centro i ritardi della riconversione, la revisione delle tutele occupazionali e la necessità di dare finalmente tempi certi agli investimenti.

Il progetto Metinvest prevede inoltre un impatto occupazionale molto importante: 911 lavoratori diretti e circa mille nell’indotto, secondo i numeri illustrati nel percorso di costruzione della nuova acciaieria.

Numeri che, se diventassero realtà, cambierebbero di nuovo la storia economica della città.

Il punto è proprio quel “se”.

Ferrari racconta Meloni al New York Times

Nel lungo reportage c’è anche un episodio che Ferrari racconta direttamente a Cohen e che riguarda la visita di Giorgia Meloni a Piombino nel 2020. Il tema era la discarica.

Il sindaco ricorda che, prima di arrivare in città, Meloni gli chiese tutta la documentazione disponibile: il progetto di ampliamento, la tipologia dei rifiuti, gli atti e le posizioni assunte dall’amministrazione.

Quando si incontrarono, racconta Ferrari al New York Times, Meloni conosceva il dossier addirittura meglio di lui. Il progetto, nella forma contestata allora dall’amministrazione, venne successivamente abbandonato.

«Questa è Giorgia Meloni», è la conclusione del sindaco riportata dal quotidiano.

Anche questo passaggio non è secondario, perché la questione delle discariche e del rapporto tra industria, bonifiche e rifiuti continua ancora oggi ad attraversare il dibattito politico piombinese. Nel 2026, ad esempio, il futuro dell’area ex Rimateria è tornato al centro dello scontro politico proprio in relazione alle bonifiche del Sin e al nuovo ciclo siderurgico.

Ma il New York Times vede una Piombino diversa

C’è infine un passaggio che rischia di rimanere nascosto dietro la politica e che invece racconta forse la trasformazione più importante.

Ferrari spiega al quotidiano americano che il tentativo è quello di far rinascere l’acciaio senza consegnare nuovamente tutta la città all’acciaio.

Il New York Times parla infatti della volontà dell’amministrazione di diversificare l’economia attraverso turismo, acquacoltura e altre attività legate alla posizione sul mare, davanti all’Elba.

Ed è esattamente la contraddizione con la quale Piombino sta facendo i conti: la fabbrica resta fondamentale, ma la città del 2026 non è più la città-fabbrica del Novecento.

Lo stesso Ferrari lo aveva spiegato parlando del progetto Metinvest: Piombino è cambiata culturalmente e oggi una parte della città considera possibile una nuova convivenza tra industria e turismo, purché la fabbrica sia moderna, sostenibile e compatibile con il territorio.

Da Piombino il New York Times racconta l’Italia

Alla fine è questo il motivo per cui la presenza di Piombino nel reportage di Roger Cohen è molto più di una curiosità.

Il New York Times è venuto qui perché considera quello che è successo a Piombino utile per spiegare quello che è successo all’Italia.

Una città operaia che votava a sinistra e oggi elegge per due volte un sindaco di destra. Una fabbrica che dava lavoro a migliaia di persone e che per anni è diventata il simbolo delle promesse non mantenute. Operai che hanno cambiato voto. Una comunità che continua a chiedere industria ma contemporaneamente pretende di non dipendere più soltanto dall’industria.

E, sopra tutto questo, Giorgia Meloni.

Nel grande ritratto dedicato alla premier, Cohen utilizza Piombino come prova sul campo della trasformazione che sta cercando di raccontare: il passaggio della destra post-missina dalla marginalità politica al governo e la sua capacità di conquistare pezzi di società che un tempo le erano quasi naturalmente ostili. Il giornale colloca esplicitamente Piombino dentro questa traiettoria, ricordandone insieme la storia antifascista e il lungo dominio politico della sinistra.

Ma proprio Piombino introduce nel racconto anche il dubbio più importante: perché conquistare il voto di una città delusa è una cosa, restituirle il lavoro che ha perduto è molto più difficile.

E adesso, con miliardi di investimenti annunciati e due grandi progetti siderurgici chiamati finalmente a passare dagli accordi ai cantieri, è probabilmente qui che si giocherà la seconda parte della storia.

Quella che, tra qualche anno, potrebbe costringere il New York Times a tornare a Piombino.

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