SAN VINCENZO. Per Antonio Moni le porte del carcere restano chiuse. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa del pastore di Castelnuovo Val di Cecina, accusato dalla procura di Livorno di aver avuto un ruolo chiave nell’assalto ai due portavalori della Battistolli avvenuto il 28 marzo dello scorso anno lungo la Variante Aurelia, a San Vincenzo.
Una decisione che conferma quanto stabilito in precedenza dal tribunale del Riesame di Firenze: non ci sono elementi nuovi tali da giustificare la sostituzione della custodia cautelare in carcere con una misura meno afflittiva, come gli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico.
Moni, 55 anni, resta quindi detenuto mentre prosegue il processo che lo vede imputato insieme ad altri undici uomini per uno dei colpi più spettacolari e violenti degli ultimi anni in Toscana.
La richiesta della difesa
L’avvocato Marco Talini aveva chiesto ai giudici di rivalutare la posizione del proprio assistito, sottolineando che Moni è detenuto da oltre undici mesi, che durante la permanenza in carcere ha mantenuto una condotta corretta e ha svolto attività lavorativa all’interno dell’istituto penitenziario.
Nel ricorso erano stati evidenziati anche la sostanziale assenza di precedenti penali – l’unico risale a sedici anni fa – il forte legame con il territorio e con la famiglia e il fatto che, secondo la difesa, il suo sarebbe stato un ruolo esclusivamente logistico, senza alcuna partecipazione diretta alla fase armata dell’assalto.
Argomenti che, però, non hanno convinto la Suprema Corte.
Per la Cassazione nulla è cambiato
Nelle motivazioni, i giudici spiegano che le ragioni portate dalla difesa erano sostanzialmente le stesse già esaminate e respinte nei precedenti provvedimenti.
La Cassazione ribadisce un principio consolidato: il tempo trascorso in carcere, da solo, non basta a far venir meno le esigenze cautelari. Per ottenere una misura meno restrittiva devono emergere fatti nuovi e concreti, capaci di dimostrare un cambiamento reale della situazione.
Nemmeno il lavoro svolto in carcere è stato ritenuto decisivo. Secondo la Corte, Moni svolgeva già un’attività lavorativa prima dell’arresto e questo elemento non modifica il giudizio sul rischio di reiterazione del reato.
Le accuse della procura
Per gli inquirenti Antonio Moni avrebbe ricoperto il ruolo di basista del gruppo criminale, fornendo supporto logistico al commando che mise a segno la rapina.
Nella decisione viene richiamato anche quanto sequestrato nella sua abitazione circa due mesi dopo il colpo: una carabina, munizioni, materiale esplosivo, un detonatore, passamontagna e abbigliamento mimetico.
Circostanze che, secondo la Cassazione, rafforzano il quadro cautelare e rendono inadeguata anche la misura degli arresti domiciliari.
Attesa per la sentenza
Il procedimento è ormai alle battute finali e la sentenza di primo grado è attesa dopo l’estate.
Per Antonio Moni la pm Ezia Mancusi ha chiesto 12 anni di reclusione.
Per gli altri imputati le richieste di condanna arrivano fino a 14 anni e otto mesi, mentre per Antonio Stochino è stata chiesta l’assoluzione.
Nel complesso, la procura ha sollecitato oltre 133 anni di carcere nei confronti degli imputati, accusati, a vario titolo, di rapina pluriaggravata, detenzione e porto di armi da guerra, esplosivi, furto aggravato e ricettazione.
Con la decisione della Cassazione, per Antonio Moni non cambia nulla: resterà in carcere fino alla conclusione del processo, in attesa che il tribunale pronunci la sentenza di primo grado.