PORTO ERCOLE. Il sole del 30 dicembre illumina il cimitero come in una cartolina d’inverno. Una luce calda, quasi fuori stagione. Ma sopra le tombe, e soprattutto sopra una, quel sole non scalda. Non basta. Perché quando la verità manca, anche la luce più forte diventa opaca.
È passato oltre un mese dalla morte di Matteo Legler, il giovane calciatore crollato su un campo di calcio durante una serata che doveva essere come tante altre. La procura della Repubblica ha deciso di aprire formalmente un’indagine: c’è al momento un indagato e si procederà con ulteriori accertamenti, compresa l’autopsia.
Un atto dovuto. Necessario. Ma che riapre una ferita ancora sanguinante.
Il campo che doveva essere casa
Matteo era lì per il calcio. Per giocare, per allenarsi, forse solo per stare in panchina. Le versioni si intrecciano, si sovrappongono. Quello che resta è un dato incontrovertibile: Matteo si è trovato in un posto dove non avrebbe mai dovuto trovare la morte.
Le cause del decesso, a oggi, non sono state chiarite del tutto. Perché è crollato? Perché nessuno ha potuto salvarlo? C’erano segnali? C’erano controlli adeguati? Domande che per settimane sono rimaste sospese come un peso insopportabile.
Ora la magistratura vuole capire. E deve farlo fino in fondo.
Il dolore che non fa rumore
Al cimitero di Porto Ercole il silenzio è quasi assordante. Qui il tempo sembra essersi fermato. L’unica cosa certa è che una vita se n’è andata e un’altra, quella in grembo alla moglie di Matteo, deve ancora nascere.
Il presente è fatto solo di attese e di perché. Ogni giorno, da quel maledetto giorno, sembra uguale al precedente: non c’è un prima e un dopo, c’è solo un vuoto che non trova spiegazioni.
L’autopsia sarà un nuovo colpo al cuore, ma anche l’unica strada per avvicinarsi alla verità. Perché senza verità il dolore resta sospeso, irrisolto, eterno.
Mentre si procede all’esumazione della salma, sullo sfondo si intravede la mamma di Matteo. Possiamo solo immaginare il dolore e lo strazio di questa donna, di una madre che ama il proprio figlio più di ogni altra cosa al mondo, lì davanti alla cappella mortuaria, a sorreggere con tutto il proprio amore il peso di un’altra mattinata straziante.
Non solo una morte: il sistema sotto accusa
Quella di Matteo potrebbe non essere solo una tragedia individuale. Dietro questa morte si intravede un sistema, quello del calcio in generale, che troppo spesso corre, semplifica, sorvola.
Un sistema che a volte non approfondisce lo stato di salute, che minimizza, che considera l’emergenza come un’eccezione e non come una possibilità reale. In questi casi la responsabilità sembra dissolversi: la colpa è di tutti e di nessuno.
Ma è proprio lì che si annida il pericolo più grande.
Lasciare riposare Matteo. E imparare
L’inchiesta farà il suo corso. I nomi verranno valutati, le responsabilità accertate. È giusto che sia così. Ma c’è un’altra urgenza che non può essere ignorata: fare in modo che Matteo possa riposare davvero in pace e che la sua morte non resti solo un titolo, una notizia destinata a sbiadire.
Perché se da questa tragedia non nasce una maggiore attenzione, una maggiore cura, una maggiore responsabilità di tutti, allora il silenzio di quel campo continuerà a gridare invano.
Silenzio è la parola d’ordine
Familiari e amici scelgono il silenzio. Nessuno vuole parlare. Non per mancanza di rispetto verso la ricerca della verità, ma perché l’esumazione della salma è un passaggio estremamente doloroso.
È un atto previsto dalla legge, necessario per le indagini, ma che riporta il lutto a un punto zero che la famiglia, e nessuno a Porto Ercole, ha veramente superato dal punto di vista umano.
La sepoltura segna simbolicamente la fine di un percorso, il momento in cui il dolore prova a trovare una forma di silenzio e di rispetto. Tornare su quel gesto significa riaprire la ferita, chiedere ai familiari di rivivere ciò che non si è mai chiuso.
Intercettiamo un amico di famiglia, presente al cimitero di Porto Ercole: «L’esumazione della salma è un momento di profonda sofferenza. Non faccia il mio nome, non voglio apparire: questo non è il momento di apparire».
Poi guarda verso la cappella e aggiunge: «Pensi al paradosso di questo momento: per cercare la verità occorre disturbare la pace dei morti, nella speranza di restituire almeno in parte quella dei vivi».



