PIOMBINO. «Aiuto! Aiuto! Presto… vi prego aiutatemi!» sono le urla disperate di una donna, lungo la strada di accesso al presidio ospedaliero del Villamarina di Piombino, nella mattinata di mercoledì 9 settembre .
A pochi passi dal Pronto Soccorso, un uomo di 85 anni si è accasciato improvvisamente a terra, dando vita a una sequenza di eventi che ha dell’incredibile e che riaccende il dibattito sulla rigidità dei protocolli sanitari d’emergenza.
La caduta e il panico
Sono circa le 10:30 quando l’anziano, percorrendo la discesa che conduce dall’ingresso principale al Pronto Soccorso per raggiungere la propria autovettura, inciampa e cade rovinosamente battendo la testa sull’asfalto. Una passante si accorge immediatamente dell’accaduto e si precipita ad aiutarlo, riuscendo inizialmente a metterlo seduto.
Pochi istanti dopo però la situazione precipita: l’uomo perde conoscenza e si accascia tra le braccia della donna che a fatica riesce a sostenerlo. In preda al panico e temendo il peggio, un infarto, un ictus o un’emorragia cerebrale, la donna inizia a gridare a gran voce per attirare l’attenzione del personale medico e infermieristico.
Siamo a pochi metri dall’ingresso del pronto soccorso e questo è bene ribadirlo.
Il muro del “protocollo”
La donna continua ad invocare i soccorsi disperata ma non interviene nessuno. Solo la guardia giurata va a vedere che cosa sta accedendo. Provano a chiamarlo, ma l’uomo non risponde.
«Serve una barella, una sedia a rotelle, va portato al pronto soccorso!» intima la donna esasperata. La guardia giurata va a cercare qualcosa per trasportarlo e anche un aiuto. Intanto i minuti passano e non arriva nessuno.
La passante che si sta prendendo cura di lui è sempre più in preda al panico: non è formata per le urgenze, al massimo può invocare l’aiuto dei soccorritori. La guardia giurata torna, ma lo fa da sola.
«Ma non può venire qualcuno?» chiede la donna, facendo riferimento ai soccorritori che operano al pronto soccorso e al personale sanitario presente sulle ambulanze parcheggiate poco più in là.
«No. Loro non possono intervenire» è la risposta fredda che le viene data.
«E allora lo lasciamo morire per strada?» è la domanda disperata di una donna che non sa più cosa fare. «Qualcuno ci aiuti» grida ancora più forte, come se tutte le urla precedenti non fossero bastate.

Quando un’infermiera del 118 si avvicina per constatare le condizioni del paziente, concorda sulla gravità della situazione ma pone una domanda paradossale: «Avete chiamato l’ambulanza?».
La donna scioccata risponde: «Sono dieci minuti che vi chiamo!»
«Noi così non possiamo intervenire, siamo qui per un trasporto di un paziente, dovete chiamare l’ambulanza e fare il 118. È il protocollo».
L’epilogo e gli interrogativi
Trovandosi la passante impossibilitata a usare il telefono perché impegnata a sorreggere l’anziano e a evitargli ulteriori traumi, è la stessa infermiera a chiamare la centrale operativa per richiedere l’attivazione dei soccorsi per il paziente a terra di fronte a lei.
Solo dopo circa 15 minuti di attesa complessiva, da quando l’uomo ha perso conoscenza a quando la Misericordia già presente sul posto viene autorizzata a prendere in carico l’uomo, il paziente è stato trasportato in codice rosso all’interno del Pronto Soccorso, situato ad appena poco più di dieci metri di distanza.
L’anziano ha successivamente ripreso conoscenza e non risulterebbe in pericolo di vita. L’episodio lascia tuttavia sul campo interrogativi inquietanti sull’applicazione delle regole di ingaggio della catena dei soccorsi.
L’infermiera è lì, ma non può far niente per colpa del protocollo.
Il signore in questione poco più tardi ha fortunatamente ripreso conoscenza e al pronto soccorso è entrato in codice rosso, ma vivo. Ma se invece il suo problema fosse stato un infarto, se il trauma cranico riportato durante la caduta avesse poi provocato un’emorragia interna invisibile dall’esterno?
Le patologie tempo dipendenti e l’importanza del soccorso immediato
Si parla tanto dell’importanza dei soccorsi tempestivi, degli ospedali a portata di tutti, soprattutto per le patologie tempo dipendenti, di tenere aperti i presidi sanitari di prossimità e poi? Poi una persona si sente male a dieci metri dall’ingresso del pronto soccorso e i sanitari non possono intervenire per colpa di un protocollo.
«Il problema in questione non riguarda solo Piombino, ma è dovuto ad un protocollo nazionale. Una battaglia per cui anche noi operatori sanitari combattiamo da tempo contro mulini a vento – racconta un operatore del 118 -. Basti pensare che a noi ci chiamano dal numero unico di emergenza anche per coloro che si sentono male all’interno dell’ospedale stesso. Magari noi siamo al pronto soccorso e veniamo allertati tramite ambulanza per andare a soccorrere una persona che magari accusa un malore al piano di sopra per portarla al pronto soccorso, perdendo così minuti preziosi».
Nelle patologie tempo-dipendenti, dove anche pochi secondi possono fare la differenza tra la vita e la morte, ci si chiede come sia possibile che la burocrazia metta un freno all’assistenza immediata a due passi da un presidio medico.