Piombino, 12 anni di promesse: la crisi delle acciaierie | MaremmaOggi Skip to content

Piombino, il bambino è cresciuto. L’altoforno è rimasto spento

Dall’ultima colata del 24 aprile 2014 al passo indietro di Metinvest. Miliardi annunciati, forni mai costruiti e lavoratori in cassa integrazione. La storia di una città che ha cambiato politica, ma aspetta ancora il ritorno dell’acciaio
Immagini simbolo di 12 anni di promesse mai mantenute sulle acciaierie di Piombino: la demolizione dell'inceneritore, la manifestazione del 24 aprile 2014 e il primo maggio dello stesso anno in piazza Verdi
Immagini simbolo di 12 anni di promesse mai mantenute sulle acciaierie di Piombino: la demolizione dell’inceneritore, la manifestazione del 24 aprile 2014 e il primo maggio dello stesso anno in piazza Verdi

PIOMBINO. Il 24 aprile 2014 Michele Nardini aveva 41 anni, lavorava alla Lucchini da diciannove e un figlio di quattro anni che gli chiedeva dell’altoforno. Quel giorno, mentre nella fabbrica si consumavano le ultime operazioni prima della fermata, gli aveva raccontato che il gigante di ferro e fuoco stava dormendo. Forse per non spaventarlo, forse perché anche lui, come tanti altri operai, voleva ancora credere che un giorno si sarebbe risvegliato.

Erano le 10.56 del 24 aprile 2014, quando si concluse l’ultimo caricamento dell’altoforno Lucchini. Era il momento dell’ultima colata, l’inizio di una procedura che avrebbe portato, nelle settimane successive, allo spegnimento definitivo di un impianto che per decenni aveva scandito il tempo e la vita di Piombino. Impianto che fu poi demolito il 16 maggio del 2024, dieci anni dopo. Un botto e una nuvola nera a cancellare la storia di una città operaia.

Quel giorno la città scese in piazza, bloccò la strada di accesso a Piombino, urlò tutta la propria rabbia. Un lungo fiume più rosso che verde speranza, ma nessuno poteva immaginare che 12 anni dopo non sarebbe cambiato quasi nulla.

Le immagini della manifestazione del 24 aprile 2014

Non era la prima fermata, ma quella volta tutti sapevano che sarebbe stata diversa. Nardini era uno degli uomini che avevano vissuto quelle operazioni e il giorno dopo raccontò all’Unità il silenzio di quelle ore, l’atmosfera surreale, il dolore di chi aveva trascorso una vita davanti all’altoforno.

Disse una frase che oggi, dodici anni dopo, fa venire i brividi: «Non crediamo più alle parole, visto che siamo stati traditi da tutte le istituzioni».

Era il 2014. E quelle parole potrebbero essere state pronunciate ieri.

Nardini, nell’agosto scorso, è finito addirittura sulle pagine del New York Times, nel reportage che Roger Cohen ha dedicato a Giorgia Meloni e alla trasformazione politica di Piombino. Dopo 25 anni trascorsi all’altoforno e la perdita del lavoro nel 2024, ha raccontato di sentirsi tradito da un’intera classe politica. Davanti a un cartello con la scritta «Grazie», ha commentato amaramente: «Grazie per cosa? Ci hanno fregato».

Dodici anni fra due interviste. In mezzo una montagna di promesse, miliardi di investimenti annunciati, governi di ogni colore e una città che continua ad aspettare.

Quella piazza piena e le parole di Enrico Rossi

Chi c’era ricorda bene quei giorni (e io, che scrivo questo articolo, ero lì, trasferito da pochi giorni a dirigere la redazione del Tirreno, ndr). Le manifestazioni, gli operai per strada, le bandiere, la rabbia, ma anche una straordinaria voglia di non arrendersi. Piombino era ancora la città dell’acciaio, una delle capitali operaie d’Italia. La fabbrica era molto più di uno stabilimento industriale: era il lavoro, il reddito, l’identità, il futuro dei figli.

Il Primo maggio del 2014 piazza Verdi era pienissima. Migliaia di persone. Operai, famiglie, pensionati, rappresentanti sindacali, cittadini. Tutti ad ascoltare chi prometteva che quella battaglia non sarebbe stata persa.

C’era il sindaco Gianni Anselmi. C’erano i vertici sindacali. C’era soprattutto Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, che volle metterci la faccia e pronunciò una frase destinata a rimanere nella memoria: «Se la perdiamo, la mia presidenza è a disposizione».

La battaglia era quella per la riaccensione dell’area a caldo e per il ritorno della produzione di acciaio.

Pochi giorni prima, proprio il 24 aprile, era stato firmato a Palazzo Chigi un accordo di programma con 250 milioni di euro di impegni pubblici, 150 della Regione e 100 dello Stato, secondo le cifre comunicate allora. Risorse destinate alla riconversione, alle infrastrutture e al rilancio del territorio, non tutte direttamente alla costruzione dei nuovi forni.

Rossi parlava di un ritorno alla produzione di acciaio nell’arco di due o tre anni. Sembrava che il futuro fosse già stato scritto.

Rossi avrebbe poi completato quel mandato e ne avrebbe conquistato un altro. A Piombino, invece, la promessa di tornare a produrre acciaio è rimasta senza il risultato annunciato.

Non è una questione personale. È una questione di memoria. Perché certe frasi, quando vengono pronunciate davanti a una piazza di lavoratori che rischiano il futuro, dovrebbero pesare più di una campagna elettorale.

I miliardi fantasma del primo cavaliere bianco

In realtà, la sfilata dei salvatori era cominciata ancora prima che l’altoforno si spegnesse.

La Lucchini arrivava dal disastro della gestione Severstal, il gruppo russo di Alexei Mordashov. Già nel 2011, in un’interrogazione parlamentare, si parlava di 820 milioni di euro di debiti. Il 21 dicembre 2012 era arrivata l’amministrazione straordinaria, con la nomina del commissario Piero Nardi, uomo elegante e di grande competenza, che per anni ci ha messo l’anima. Quando l’altoforno si fermò, dunque, non era più la proprietà russa a gestire direttamente l’azienda.

Ed è qui che compare il primo personaggio di una storia che, a raccontarla oggi, sembra quasi una commedia. Se non fosse che sulla scena c’erano migliaia di posti di lavoro.

Si chiama Khaled Jamil Al Habahbeh, è un manager giordano residente negli Emirati Arabi e si presenta con Ali Ghammagui, rappresentante della SMC, Special Manufacturing and Construction, una società costituita in Tunisia.

Promettono un progetto da tre miliardi di euro. Tre miliardi. Nuova siderurgia, porto, attività economiche, sviluppo. Praticamente tutto quello che Piombino poteva desiderare.

Viene fatta anche una conferenza stampa al Calidario, per illustrare il progetto.

La conferenza stampa di Khaled al Calidario
La conferenza stampa di Khaled al Calidario

Il 31 gennaio 2014 il progetto viene illustrato ufficialmente a Enrico Rossi, alla presenza del sindaco Anselmi. Il presidente della Regione lo giudica convincente sulla carta, pur precisando che occorre verificarne le garanzie finanziarie.

Peccato che proprio sulle garanzie comincino i problemi.

Il commissario Nardi giudica incompleta la proposta ed esclude SMC dalla fase di verifica dei conti. La società, per tutta risposta, annuncia addirittura un aumento di capitale da due milioni a due miliardi di dollari. Poi arriva un esposto del commissario e la Procura di Livorno apre un fascicolo per verificare ipotesi di turbativa d’asta e falso in atto pubblico.

Non abbiamo elementi per attribuire responsabilità penali definitive ai protagonisti di quella vicenda. Ma il risultato industriale è indiscutibile: nessuna acquisizione, nessun investimento da tre miliardi, nessun salvataggio.

E pensare che, in quei mesi, una parte della politica locale e delle organizzazioni sindacali aveva guardato con favore proprio a quella proposta, perché sembrava l’unica capace di salvare integralmente occupazione e produzione.

Era soltanto l’inizio.

Rebrab, Jindal e la fabbrica dei sogni

Dopo il giordano arrivò l’algerino. Issad Rebrab, il magnate di Cevital, accolto come l’uomo capace di cambiare il destino della città.

Stavolta la vendita fu reale, il passaggio industriale concreto. Il piano presentato nel maggio 2015 prevedeva 700 milioni di euro in tre anni: 300 milioni per la siderurgia e 400 fra logistica, agroalimentare e fabbisogno finanziario. Nuovi forni, attività produttive, posti di lavoro.

La firma dell’accordo di Programma delle nuove acciaierie, chiamate Aferpi (Acciaierie e Ferriere di Piombino S.p.A.), avvenne il 30 giugno 2015 a Palazzo Chigi, alla presenza del presidente del consiglio Matteo Renzi.

La firma dell'accordo di programma del 30 giugno 2015, con Matteo Renzi, presidente del consiglio, il sindaco Massimo Giuliani, Issad Rebrab, Enrico Rossi e il commissario Piero Nardi
La firma dell’accordo di programma del 30 giugno 2015, con Matteo Renzi, presidente del consiglio, il sindaco Massimo Giuliani, Issad Rebrab, Enrico Rossi e il commissario Piero Nardi

Piombino avrebbe dovuto diventare una delle stelle del Mediterraneo.

La stella non si accese. Il piano rimase largamente incompiuto, mentre trascorrevano gli anni e continuava la ricerca di un futuro per gli operai.

Nel 2018 arrivò JSW, il gruppo indiano della famiglia Jindal. Ancora un progetto ambizioso, investimenti annunciati nell’ordine del miliardo, l’ipotesi di nuovi forni elettrici e il rilancio delle produzioni.

Anche quei forni non sono mai arrivati. Le attività previste dall’accordo di programma del 2018 non hanno trovato completa attuazione, come risulta anche dagli atti parlamentari del 2026.

Ma su JSW bisogna fare una distinzione, perché qualcosa si sta muovendo davvero.

Il 4 novembre è stato sottoscritto con Invitalia l’accordo per 32,96 milioni di agevolazioni a fondo perduto, nell’ambito di un investimento complessivo da 143,793 milioni per l’ammodernamento del treno rotaie. L’azienda aveva inoltre dichiarato di aver già ordinato e pagato macchinari per 51,45 milioni di euro, in buona parte arrivati a Piombino.

Gli interventi devono ancora partire, perché servono la variante urbanistica e i titoli edilizi. Ma stavolta ci sono un finanziamento formalizzato e acquisti industriali dichiarati e dettagliati. Non soltanto una fotografia con un nuovo investitore.

È un passo avanti che va riconosciuto, anche se gli otto anni trascorsi dall’arrivo degli indiani restano lì, a ricordarci quanto possa essere lunga la distanza fra un piano industriale e la sua realizzazione.

Metinvest, l’ultima promessa che perde il suo protagonista

Poi è arrivato il progetto Metinvest Adria, con il gruppo ucraino e l’italiana Danieli. Un’acciaieria elettrica da 3,2 miliardi di euro, destinata a restituire a Piombino la produzione di acciaio attraverso tecnologie moderne e a basse emissioni.

Un progetto importante, anche per il Paese. Non soltanto per Piombino.

Il 28 maggio scorso Invitalia ha ammesso alle agevolazioni il progetto, con un sostegno pubblico approvato di 285 milioni di euro, mentre per la nuova banchina nord del porto erano stati previsti altri 92 milioni.

Attenzione: sono risorse approvate o stanziate, non 377 milioni già consegnati a Metinvest e spesi. Le cifre vanno chiamate con il loro nome, perché proprio di annunci economici Piombino ne ha sentiti fin troppi.

Il ministro Adolfo Urso parlava di un passaggio decisivo. Le istituzioni locali accoglievano con favore il progetto. Tutto sembrava procedere, pur con qualche ritardo e con le difficoltà della guerra in Ucraina sullo sfondo.

Poi, il 5 novembre, è arrivata la notizia.

Metinvest non può più essere l’investitore principale. Il gruppo ucraino, che detiene il 75% della società, punta a ridurre la propria partecipazione fino a un massimo del 15%, senza escludere l’uscita completa. Ci sono due manifestazioni di interesse, una industriale e una finanziaria, ma nessuna offerta vincolante. Serviranno indicativamente altre otto settimane per valutare le alternative.

Danieli, che possiede il restante 25%, rimane nel progetto. Ed è un elemento positivo.

Le conseguenze della guerra sono drammatiche e nessuno può fingere di non vederle. Metinvest ha subito danni enormi nei propri impianti ucraini e il conflitto continua a pesare sulle capacità finanziarie del gruppo.

Ma una domanda viene spontanea: la guerra è cominciata nel febbraio 2022. Il progetto è stato presentato a Piombino nel novembre 2024. Possibile che, prima di raccontare alla città l’ennesima rinascita, non si fosse verificata fino in fondo la sostenibilità finanziaria dell’operazione?

Certo, le condizioni possono peggiorare, e sono peggiorate. Ma un investimento da oltre tre miliardi non può reggersi soltanto sulla speranza che tutto vada bene.

Altrimenti siamo ancora una volta al punto di partenza: un progetto industriale sulla carta, un investitore da trovare e lavoratori ai quali chiedere pazienza.

Il Camping CIG e quella richiesta di nazionalizzazione

In questa lunga storia c’è però un gruppo di lavoratori che merita di essere ricordato. Sono quelli del Coordinamento Articolo 1 – Camping CIG, gli irriducibili della vertenza siderurgica, che da anni continuano a chiedere una cosa precisa: che lo Stato si assuma direttamente la responsabilità delle acciaierie.

Lo dicevano già ai tempi di Cevital. Lo hanno ripetuto con JSW, scrivendo nel 2018 al ministro Luigi Di Maio. Nel 2021 chiedevano esplicitamente il controllo pubblico di almeno il 51% dello stabilimento. E lo sostengono ancora oggi, spesso in polemica non soltanto con le aziende e la politica, ma anche con le grandi organizzazioni sindacali.

Paolo Francini del Camping Cig in tuta Lucchini alla manifestazione del 24 aprile 2014
Paolo Francini del Camping Cig in tuta Lucchini alla manifestazione del 24 aprile 2014

Si può non condividere la loro proposta, e certamente la nazionalizzazione non è una bacchetta magica. Gestire un’acciaieria significa investire miliardi, affrontare il costo dell’energia, competere sui mercati internazionali, garantire la sicurezza degli impianti e la tutela ambientale.

Ma bisogna riconoscere a questi lavoratori una coerenza che attraversa dodici anni di crisi, senza farsi sedurre ogni volta dall’arrivo del nuovo salvatore.

E oggi la questione assume una dimensione nazionale.

Il 3 novembre sono cominciate le operazioni di spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto, dopo la decisione della Cassazione che ha confermato lo stop dell’area a caldo per le questioni ambientali e sanitarie sollevate dai cittadini.

L’Italia non rimarrà senza acciaio: nel 2025 ne ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate, in larghissima parte con forni elettrici. Ma con Taranto rischia di perdere la capacità di produrre acciaio primario attraverso il ciclo integrale da minerale di ferro, una componente strategica per alcune produzioni e per l’autonomia industriale del Paese.

In questo scenario, il progetto di Piombino acquista un valore che va ben oltre i confini della Val di Cornia. Non è la soluzione automatica ai problemi di Taranto, perché gli impianti e le produzioni sarebbero differenti, ma rappresenta una parte importante di un possibile rilancio della siderurgia italiana.

E allora la domanda che il Camping CIG pone da anni merita almeno una risposta: se l’acciaio è davvero strategico per l’Italia, fino a che punto lo Stato può continuare ad affidarne il futuro esclusivamente alle decisioni dei grandi gruppi privati?

La Regione Toscana, proprio dopo il vertice del 5 novembre, ha proposto di valutare un ingresso pubblico nella governance del progetto Metinvest. È una soluzione diversa dalla nazionalizzazione chiesta dal Camping CIG, ma dimostra quanto il tema sia tornato attuale.

Il sistema politico e sindacale che governava la città

C’è però un’altra storia che bisogna avere il coraggio di raccontare.

Per decenni a Piombino la fabbrica, la politica cittadina e i sindacati hanno costituito un sistema strettamente intrecciato. Il Pci prima, le amministrazioni di sinistra e centrosinistra poi, le organizzazioni sindacali e le grandi aziende siderurgiche hanno accompagnato insieme le trasformazioni industriali del territorio.

Non significa che i sindacati fossero i padroni della fabbrica o che i sindaci decidessero i piani produttivi. Significa che le grandi scelte industriali passavano attraverso una continua mediazione politica e sindacale, in una città dove il lavoro in acciaieria era il centro della vita economica e sociale.

Quel sistema ha avuto meriti enormi. Ha difeso i lavoratori, mantenuto la coesione sociale, evitato che tante crisi si trasformassero immediatamente in drammi familiari. La cassa integrazione, gli accordi di solidarietà, le trattative per salvaguardare l’occupazione sono stati strumenti indispensabili.

Ma è possibile, dopo dodici anni, fare anche una riflessione critica?

Perché il risultato è sotto gli occhi di tutti. Siamo riusciti, faticosamente, a conservare molti rapporti di lavoro, ma non a ricostruire il lavoro che avrebbe dovuto sostenerli.

I sindacati hanno combattuto, scioperato, manifestato. Hanno ottenuto tutele e proroghe senza le quali centinaia di famiglie sarebbero precipitate in una situazione ancora peggiore. Non è poco.

Eppure, fra un accordo e l’altro, fra un tavolo ministeriale e una proroga della cassa integrazione, una condizione che doveva essere temporanea è diventata quasi permanente.

Il rischio è che la gestione dell’emergenza abbia finito per occupare lo spazio che avrebbe dovuto appartenere alla ricostruzione industriale.

È una domanda che riguarda tutti: sindacati, imprese, governi e amministrazioni. Non per distribuire colpe a caso, ma perché difendere un posto di lavoro e garantire che quel lavoro torni a esistere sono due cose profondamente diverse.

La città operaia che ha cambiato bandiera

Nel 2019 è arrivata la rottura politica. Piombino, una delle città simbolo della sinistra operaia italiana, ha eletto sindaco Francesco Ferrari, candidato del centrodestra, con il 64,27% dei voti al ballottaggio.

Dopo settant’anni di amministrazioni di sinistra e centrosinistra, il sistema politico che aveva governato la città è stato sconfitto.

Non è accaduto soltanto per l’acciaieria. C’erano la questione ambientale, la discarica, il rapporto con i cittadini, i problemi irrisolti e il desiderio di cambiamento. Ma è difficile immaginare che la lunghissima crisi industriale non abbia avuto un peso nel progressivo logoramento della fiducia.

Nel 2024 Ferrari è stato confermato sindaco con il 57,48%, battendo proprio Gianni Anselmi, che aveva governato Piombino fino al 2014. Una conferma che dimostra come il cambiamento politico non sia stato soltanto un episodio.

Ed è proprio il racconto di Michele Nardini al New York Times a restituire il senso di questa trasformazione. Un operaio cresciuto nella città delle bandiere rosse che si sente tradito da chi per decenni l’aveva governata e che non nasconde la propria disponibilità a dare fiducia alla destra.

Ma cambiare amministrazione non equivale, da solo, a cambiare il destino di una fabbrica.

Oggi il centrodestra governa il Comune dal 2019 e il Paese dal 2022, mentre la Regione Toscana resta guidata dal centrosinistra. Gli strumenti e le competenze sono differenti, ma le responsabilità istituzionali si misurano tutte con lo stesso metro: gli impegni assunti e i risultati raggiunti.

Perché dopo dodici anni la città non ha bisogno di un’altra gara a chi ha sbagliato di più. Ha bisogno di sapere chi sarà capace di fare quello che finora non è stato fatto.

La cassa integrazione come destino e una città che si impoverisce

Intanto, fuori dai palazzi della politica e dalle sale riunioni dei ministeri, c’è la Piombino reale.

Un documento discusso al Senato nell’aprile 2026 racconta che gli occupati diretti della siderurgia sono passati dagli oltre 2.400 del passato a circa 1.300, dei quali più di 800 in cassa integrazione a zero ore. Non sono numeri di un comunicato sindacale. Sono dati riportati in un atto parlamentare.

Per molti lavoratori la cassa integrazione è diventata una parte enorme della propria vita professionale. Anni trascorsi aspettando di poter tornare a lavorare normalmente, con un reddito ridotto e l’incertezza sul domani.

E non ci sono soltanto i dipendenti diretti. C’è l’indotto, ci sono le imprese che lavoravano per lo stabilimento, ci sono i commercianti, gli artigiani, le attività che vivevano anche grazie agli stipendi degli operai.

Quando una fabbrica di quelle dimensioni perde capacità produttiva, non spariscono soltanto posti di lavoro. Si riduce la ricchezza che circola in tutta la città.

Nel frattempo Piombino cambia. Crescono il turismo, la ricettività, la ristorazione, i servizi. Nel 2025 il Comune ha superato il milione di presenze turistiche nelle strutture ricettive, un risultato importante, che dimostra come il territorio abbia altre risorse da valorizzare.

Ma non raccontiamoci che basti aprire qualche albergo o qualche ristorante per sostituire una grande industria. Il turismo è una risorsa preziosa, e Piombino fa bene a investire sulla propria costa, su Baratti, Populonia, sul mare e sulla qualità dell’accoglienza. Ma il lavoro stagionale non può automaticamente sostituire quello industriale, né in termini di continuità occupazionale né di capacità di sostenere l’indotto.

Non si tratta di scegliere fra fabbrica e turismo. Una città moderna ha bisogno di un’economia diversificata, capace di far convivere attività produttive, porto, servizi e turismo.

La trasformazione è cominciata, ma è lenta. E nel frattempo una parte della città si impoverisce.

Si perdono opportunità, soprattutto per i giovani. Si indeboliscono le prospettive delle famiglie. Cresce il senso di precarietà e, con esso, il disagio sociale, la sfiducia nelle istituzioni, la richiesta di maggiore attenzione alla sicurezza e alla qualità della vita.

Sarebbe sbagliato sostenere che la crisi industriale produca automaticamente più criminalità. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare le conseguenze sociali di un territorio che per anni ha vissuto nell’incertezza.

Perché una città non si impoverisce soltanto quando perde reddito. Si impoverisce anche quando smette di credere che i propri figli possano avere un futuro migliore.

Dodici anni dopo, il conto delle promesse

E allora torniamo a quel 24 aprile 2014.

Da allora a Piombino sono arrivati investitori russi, giordani, algerini, indiani, ucraini. Sono passati governi di centrosinistra, tecnici, di coalizione e di centrodestra. Sono cambiati presidenti del Consiglio, ministri, sindaci, assessori e dirigenti industriali.

Sono stati sottoscritti accordi di programma, annunciati investimenti miliardari, promessi forni elettrici, stabilimenti modernissimi, infrastrutture, bonifiche, nuovi posti di lavoro.

Non sarebbe corretto sommare tutti quei miliardi come se fossero stati effettivamente spesi e perduti. Molti erano investimenti soltanto previsti, altri progetti alternativi, altri ancora risorse pubbliche stanziate per opere che hanno seguito percorsi diversi.

Ma il dato industriale resta lì, ostinato, impossibile da cancellare con un comunicato stampa: la nuova acciaieria che avrebbe dovuto sostituire l’altoforno del 2014 non è ancora stata realizzata.

Qualche passo concreto, finalmente, si vede sul fronte JSW. Il progetto Metinvest resta industrialmente importante, ma adesso deve trovare chi sia davvero in grado di finanziarlo. E chi arriverà dovrà offrire garanzie ben diverse da quelle che, troppe volte, si sono rivelate insufficienti.

Servono uno Stato capace di assumersi le responsabilità di un settore considerato strategico, un piano industriale finanziariamente sostenibile, autorizzazioni, cantieri e un calendario che possa essere verificato. Non un altro salvatore da applaudire prima ancora che abbia investito un euro.

Perché il problema, a questo punto, non è soltanto la credibilità degli imprenditori che si presentano a Piombino. È anche quella di chi, per dodici anni, ha chiesto alla città di credere a ogni nuova promessa.

E ci torna in mente Michele Nardini, quel 24 aprile 2014.

Aveva raccontato al figlio piccolo che l’altoforno stava dormendo. Quel bambino nel frattempo è cresciuto, è diventato un ragazzo. Come sono cresciuti tanti figli degli operai che allora riempivano piazza Verdi, ascoltando i discorsi e sperando di vedere presto riaccendersi il futuro della città.

Sono passati dodici anni. Il bambino è cresciuto. L’altoforno non si è più svegliato.

E Piombino aspetta ancora.

Non un’altra promessa. Stavolta, un fatto.

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