PIOMBINO. Minacce di stupro, ragazze aggredite per strada, studenti armati di coltelli e pistole, scuole da incendiare. E poi fotografie impressionanti, video di devastazioni e messaggi che invitano a non uscire di casa. Il terrore, negli ultimi giorni, è arrivato anche sui cellulari degli studenti di Piombino, attraverso una raffica di messaggi WhatsApp e storie pubblicate sui social network.
Una catena di allarmi che si è diffusa rapidamente, sull’onda delle manifestazioni studentesche e degli episodi di violenza avvenuti in altre città italiane. Ma a Piombino, a smascherare le notizie false e a cercare di tranquillizzare i compagni, sono stati proprio i ragazzi delle scuole superiori.
Tra loro c’è Andrea Cillo, studente dell’ultimo anno del liceo classico e rappresentante della Consulta provinciale degli studenti, che insieme agli altri rappresentanti d’istituto ha cercato di ricostruire l’origine dei messaggi e fermare il passaparola.
Le minacce di stupro e le foto che hanno seminato il panico

Tutto è cominciato con alcune immagini e conversazioni inoltrate nelle chat degli studenti. Messaggi brevissimi, ma dal contenuto terrificante.
«Vogliono chiudervi dentro dando fuoco alle porte», si legge in uno degli screenshot circolati.
In un altro, il riferimento è direttamente alle ragazze: «Mi hanno detto che quelli che vogliono protestare vogliono violentare le ragazze che passano».
E ancora, un messaggio annuncia che alcuni manifestanti avrebbero intenzione di presentarsi davanti a una scuola armati di machete, coltelli e pistole, per aggredire i passanti e appiccare un incendio all’edificio.
A rendere ancora più inquietante il quadro sono state le fotografie condivise insieme alle conversazioni. In una compare una ragazza distesa a terra, apparentemente ferita. In un’altra, scattata di notte da un’automobile, si vede uno zaino abbandonato sul marciapiede, accompagnato dalla scritta «Hanno appena stuprato una ragazza».
Nessuna di queste immagini, però, dimostra che le violenze raccontate siano realmente avvenute. Non ci sono elementi che consentano di stabilirne la provenienza o un collegamento con Piombino e con le manifestazioni di questi giorni.
In rete circolano anche immagini di barricate in fiamme, accompagnate da appelli a partecipare a una nuova mobilitazione a Pisa il 24 ottobre.
È in questo clima che la paura si è insinuata nelle famiglie e tra gli studenti, fino a convincere alcuni ragazzi a non presentarsi a scuola.
Andrea Cillo: «Abbiamo capito che erano messaggi falsi»
A raccontare come sia stato possibile riconoscere le catene è Andrea Cillo: «Negli ultimi due giorni sono circolate le famose catene di WhatsApp, nelle quali si diceva che a scuola ci sarebbero state violenze, stupri e altre cose molto pesanti – spiega –. Però io e gli altri rappresentanti d’istituto abbiamo scoperto che si trattava di messaggi falsi».
Secondo quanto ricostruito dagli studenti, alcuni dei contenuti sarebbero addirittura il riciclo di messaggi risalenti a circa quattro anni fa, che Cillo collega a Pontedera. Una ricostruzione sulla loro origine e sulla loro datazione che non ha ancora trovato una conferma indipendente.
«Ci siamo accorti subito che qualcosa non tornava – continua lo studente –. Prima di tutto abbiamo guardato quello che stava succedendo nel resto d’Italia. Anche in altre città stanno girando messaggi simili, dopo le violenze avvenute durante le manifestazioni a Milano».
Cillo racconta anche un altro particolare che ha insospettito i rappresentanti.
«Nei messaggi comparivano nomi e cognomi molto comuni, come Rossi e Bianchi. Bastava leggerli con un po’ di attenzione e con cognizione di causa per capire che non erano attendibili».
Il problema, però, è che quando una notizia viene inoltrata decine di volte, accompagnata da immagini impressionanti e testimonianze anonime, può apparire credibile anche senza alcuna verifica.
La stessa paura in tutta Italia
Quello accaduto a Piombino non è un fenomeno isolato. Dopo le manifestazioni e gli scontri a Milano, falsi allarmi su presunte aggressioni sessuali, assalti alle scuole e incendi hanno raggiunto numerose città italiane. Da Pavia a Bologna, da Cremona alla Romagna, i racconti diffusi nelle chat hanno provocato preoccupazione tra studenti e famiglie, senza che emergessero riscontri concreti sulle violenze annunciate.
Anche a Pontedera, giovedì 22 ottobre, i messaggi sui presunti assalti agli istituti scolastici hanno provocato allarme. La polizia ha effettuato controlli al Villaggio scolastico, senza riscontrare i disordini descritti nelle chat.
A rendere difficile distinguere la realtà dalla disinformazione è proprio la sovrapposizione tra le manifestazioni effettivamente organizzate e le minacce anonime che vengono fatte circolare.
Il fatto che esistano proteste studentesche non significa che le minacce di stupri e violenze diffuse attraverso WhatsApp siano autentiche.
I rappresentanti entrano nelle classi per tranquillizzare i compagni
A Piombino, di fronte alla paura, i rappresentanti degli studenti hanno deciso di intervenire direttamente.
«Riteniamo che questi messaggi siano stati mandati per incentivare la paura che si sta diffondendo in Italia riguardo alle manifestazioni violente e ai gruppi di persone che vanno alle proteste soltanto per fare violenza», osserva Cillo.
È una valutazione degli studenti sulle possibili finalità dei messaggi, mentre resta da chiarire chi li abbia diffusi per primo e per quale ragione.
La loro risposta, comunque, non è stata soltanto quella di smentire le notizie nelle chat.
«Io e gli altri rappresentanti d’istituto siamo andati nelle classi a tranquillizzare i ragazzi – racconta Andrea –. Molti non sono venuti a scuola proprio per quello che avevano letto».
Una paura concreta, insomma, provocata da minacce che non hanno trovato conferma.
Ed è questo il paradosso della vicenda: mentre messaggi anonimi, fotografie senza una provenienza verificabile e racconti di seconda mano continuavano a circolare da un cellulare all’altro, sono stati gli stessi studenti a prendere l’iniziativa per contrastare la disinformazione.
Non hanno ignorato le minacce. Hanno cercato di verificarle, confrontando le informazioni e spiegando ai compagni perché quelle catene non fossero attendibili.
Una lezione che arriva proprio dai più giovani: davanti a un messaggio che fa paura, prima di premere il tasto «inoltra» bisogna chiedersi se quello che racconta sia vero. E, soprattutto, se ci siano prove per crederci.
Ad essere tratti in inganno però non sono stati solo gli studenti, ma anche le forze dell’ordine, che questa mattina, a partire dalle 7:50 prima i carabinieri poi le guardie di finanza, sono passate davanti alle scuole per monitorare la situazione e verificare che tutto fosse in ordine.