PIOMBINO. Per alcune ore Piombino riuscì dove gran parte dell’Italia, precipitata nel caos dopo l’armistizio, aveva fallito: respinse i tedeschi e li costrinse ad arrendersi. Era la notte fra il 10 e l’11 settembre 1943. Erano passati appena due giorni dall’annuncio con il quale il maresciallo Pietro Badoglio aveva comunicato la fine dell’alleanza con la Germania. Mentre il re, il Governo e i vertici militari abbandonavano Roma e migliaia di soldati rimanevano senza ordini, a Piombino accadde qualcosa di straordinario.
Operai, cittadini, marinai, soldati e finanzieri combatterono insieme. Le batterie costiere aprirono il fuoco sulle imbarcazioni tedesche raccolte nel porto, mentre i carri armati italiani avanzarono contro le postazioni occupate a terra.
I tedeschi subirono perdite, furono disarmati e fatti prigionieri. La battaglia sembrava vinta. Poi arrivò un ordine superiore: restituire ai tedeschi le armi e lasciarli partire. Fu così che la vittoria di una città venne cancellata dalla stessa catena di comando italiana. Pochi giorni dopo Piombino fu occupata.
A 83 anni dalla battaglia di Piombino, la documentazione italiana e i rapporti militari tedeschi permettono di ricostruire una storia ancora più complessa e drammatica di quella tramandata dalle celebrazioni.
Perché Piombino era così importante
Nel settembre del 1943 Piombino non era soltanto una città industriale. Il suo porto rappresentava un punto strategico per i collegamenti con l’Isola d’Elba, la Corsica e la Sardegna. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, la Germania fece scattare l’operazione Achse, il piano preparato per disarmare l’esercito italiano e occupare i punti nevralgici della penisola.
Il controllo del porto di Piombino era fondamentale anche per consentire alle truppe tedesche presenti nelle isole di raggiungere il continente.
La città disponeva inoltre di batterie costiere e contraeree, reparti della Marina e dell’Esercito e di una forza che si sarebbe rivelata decisiva: il XIX Battaglione carri, acquartierato nella zona di Terranova, vicino a Venturina. Ma Piombino possedeva soprattutto una forte identità operaia e antifascista. Furono proprio gli operai e la popolazione a spezzare le esitazioni dei comandi militari.
A Piombino si combatte già dopo l’armistizio
La battaglia non cominciò improvvisamente la sera del 10 settembre. Le prime tensioni scoppiarono già nella notte fra l’8 e il 9, quando alcune unità tedesche tentarono di imporsi nel porto e trovarono la reazione delle difese italiane. A questo primo episodio ne seguì un altro, rimasto quasi sconosciuto per oltre ottant’anni.
La sera del 9 settembre, quattro motozattere tedesche provenienti dal golfo di Napoli cercarono di entrare nel porto. Erano partite prima dell’annuncio dell’armistizio e, secondo la ricostruzione emersa dai documenti tedeschi, gli equipaggi non sapevano ancora che l’Italia avesse cambiato fronte.
Le postazioni italiane di Poggio Batteria e Casa Parrini aprirono il fuoco. Tre motozattere riuscirono a uscire dal porto, due delle quali entrarono in collisione durante la manovra. La quarta fu ripetutamente colpita, imbarcò acqua e rimase temporaneamente con un motore fuori uso, ma riuscì infine a prendere il largo.
Il rapporto tedesco registrò un disperso, un ferito grave e altri feriti leggeri. Le quattro unità raggiunsero Livorno la mattina seguente. Di questo scontro parla anche una lettera inviata dopo la guerra dal sergente piombinese Aristotile Lasagna al capitano di corvetta Giorgio Bacherini, comandante delle difese costiere.
La battaglia di Piombino, dunque, non fu una sola notte di combattimenti. Fu una sequenza di scontri, tensioni e decisioni sviluppatasi fra l’8 e il 13 settembre.

Le navi tedesche entrano nel porto
All’alba del 10 settembre davanti a Piombino comparve una nuova formazione tedesca, comandata dal capitano di corvetta Karl-Wolf Albrand. Ne facevano parte le torpediniere TA 9 e TA 11, il piroscafo armato Carbet e numerose motozattere, chiatte e imbarcazioni ausiliarie, concentrate nel porto durante la giornata. I tedeschi chiesero di entrare sostenendo di avere bisogno di acqua e carburante.
Il capitano di fregata Amedeo Capuano, responsabile del Comando Marina, si oppose inizialmente. Dovette però cedere davanti all’ordine del comando della 215ª Divisione costiera e del generale Fortunato Perni, responsabile del presidio.
Gli sbarramenti furono rimossi e le prime navi tedesche entrarono intorno alle 9.30. I rapporti operativi tedeschi dimostrano però che non si trattava di una semplice sosta tecnica. Erano stati predisposti gruppi d’assalto, segnali luminosi e obiettivi precisi per occupare il semaforo e neutralizzare le batterie italiane. L’intenzione era mettere le mani sul porto.
Gli operai escono dalle fabbriche
Quando la notizia dell’ingresso dei tedeschi si diffuse, gli operai lasciarono gli stabilimenti. La popolazione raggiunse i comandi militari chiedendo che la città fosse difesa. Una testimonianza di Amulio Tognarini conserva le parole gridate davanti ai soldati: «Vogliamo combattere anche noi. Vogliamo le armi».
Non è possibile stabilire quanto la protesta fosse stata organizzata dal comitato antifascista e quanto fosse nata spontaneamente. È probabile che le due componenti si siano sovrapposte.
Secondo la testimonianza di Ermete Cappelli, alcune donne si strinsero attorno ai carabinieri inviati a contenere la folla, impedendo loro di sparare.
Delegazioni di cittadini andarono inoltre a cercare soldati e marinai che, nel disorientamento seguito all’armistizio, si erano allontanati dai reparti. Alcuni furono rintracciati anche fuori città e convinti a tornare alle postazioni. Squadre di civili sorvegliarono gli accessi, le spiagge e il porto. Altri affiancarono i militari nelle batterie.
La città impose così ai comandi una scelta che fino a quel momento era stata rinviata: combattere.
La battaglia nel porto di Piombino
I carri armati comandati dal tenente colonnello Angelo Falconi raggiunsero Piombino nel tardo pomeriggio del 10 settembre. Gli scontri principali cominciarono fra le 20.30 e le 21. Le fonti italiane e tedesche attribuiscono all’avversario la responsabilità di aver aperto per primo il fuoco: non è quindi possibile stabilire con certezza chi sparò il primo colpo.
Le batterie italiane iniziarono a bersagliare le unità tedesche ormeggiate nel porto.

La torpediniera TA 11 venne colpita e perduta. La TA 9, pur danneggiata, riuscì a prendere il largo. Il Carbet fu colpito e successivamente autoaffondato. Anche chiatte e motozattere subirono danni e perdite.
A terra si combatté nei pressi del porto e delle postazioni militari. Marinai, soldati, finanzieri e civili affrontarono i reparti tedeschi sbarcati dalle imbarcazioni. I carri italiani, avanzando nella mattina dell’11 settembre, travolsero le posizioni più avanzate e resero inevitabile la resa.
I tedeschi furono disarmati. Diverse centinaia di uomini vennero fatti prigionieri: la cifra di circa 300 prigionieri ricorre nelle ricostruzioni, ma deve essere considerata una stima e non un dato definitivamente accertato.
La vittoria cancellata da De Vecchi
Piombino aveva vinto, ma la decisione finale non spettava alla città. Il comandante della 215ª Divisione costiera era il generale Cesare Maria De Vecchi, uno dei quadrumviri della marcia su Roma e già esponente di primo piano del regime fascista. Fu lui a ordinare che i prigionieri tedeschi fossero liberati, che le armi venissero restituite e che le unità ancora utilizzabili potessero lasciare il porto.
Albrand tornò a Piombino durante la mattina dell’11 settembre e trovò i suoi uomini disarmati. Dopo le trattative, alle 11.35 la formazione tedesca ripartì. Una parte dei tedeschi rimasta a terra riuscì successivamente a recuperare le armi e partecipò all’occupazione della città.
La popolazione e una parte dei militari avevano deciso di resistere. Il comando superiore trasformò quella vittoria in una sconfitta.
Quanti tedeschi morirono davvero
Le cifre tramandate per decenni parlano di 108 o 120 morti tedeschi, sedici imbarcazioni distrutte e centinaia di prigionieri. Alcune ricostruzioni hanno alzato il numero delle vittime tedesche fino a 300 o 400. I rapporti operativi tedeschi pubblicati negli ultimi anni impongono però molta prudenza.
Per la TA 11 risultano registrati due morti, tre dispersi, nove feriti gravi e sei feriti leggeri. Altre unità subirono ulteriori perdite, ma la documentazione finora emersa non conferma né i 300-400 morti né consente di presentare come definitivamente accertata la cifra di 120.
Anche il numero delle imbarcazioni distrutte sembra sovrastimato. La TA 11 fu perduta, la TA 9 danneggiata, il Carbet autoaffondato e alcune chiatte vennero affondate o abbandonate. Numerose motozattere e unità ausiliarie riuscirono però a lasciare Piombino.
Questo non ridimensiona il valore della battaglia: i tedeschi furono realmente sconfitti e costretti alla resa. Significa soltanto separare il risultato militare, documentato, dai numeri costruiti o ingigantiti nella memoria successiva.
I tedeschi tornano e occupano Piombino
Dopo la partenza dei prigionieri, Piombino rimase isolata. Livorno, Cecina, Grosseto e gli altri presidi della costa erano caduti o si erano arresi. Anche l’Elba era sotto la pressione tedesca.
Giorgio Bacherini fece rendere inutilizzabili le artiglierie e distruggere i documenti riservati, prima di sciogliere gli uomini rimasti ai loro posti.
I tedeschi tornarono il 12 settembre e completarono progressivamente l’occupazione entro il giorno successivo. A Punta Falcone rimasero i marinai Giorgio Perini e Giovanni Lerario. Furono raggiunti e colpiti dai tedeschi. Perini morì sul posto, mentre Lerario, rimasto ferito, morì successivamente.
I quattro caduti ricordati da Piombino
La memoria cittadina associa alla battaglia e ai suoi immediati sviluppi quattro nomi.
Nello Nassi era un civile. Morì durante i combattimenti.
Vincenzo Rosano, brigadiere della Guardia di Finanza, fu colpito mentre cercava di sistemare una mitragliatrice.
Giorgio Perini e Giovanni Lerario erano marinai e furono raggiunti dai tedeschi a Punta Falcone durante il ritorno del 12 settembre.
Ecco perché alcune ricostruzioni parlano di due italiani morti nella battaglia e altre di quattro caduti: il secondo conteggio comprende anche Perini e Lerario, colpiti nella fase immediatamente successiva.
La toponomastica di Piombino ha conservato soltanto una parte di questi nomi. In città esistono infatti via Giovanni Lerario (in centro) e via Vincenzo Rosano (alla Tolla), mentre non risultano strade dedicate a Nello Nassi e Giorgio Perini. Una differenza che non cambia il posto occupato da tutti e quattro nella memoria ufficiale della battaglia, ma che racconta come anche la memoria urbana possa seguire percorsi diversi.
Piombino fu la prima battaglia della Resistenza?
La battaglia di Piombino viene spesso definita la prima battaglia della Resistenza italiana. Fu certamente uno dei primissimi episodi di opposizione armata all’occupazione tedesca e il primo grande scontro di questo genere avvenuto in Toscana. Negli stessi giorni, tuttavia, soldati e civili combattevano contro i tedeschi anche a Roma e in altre località italiane.
La definizione deve quindi essere considerata soprattutto una formula celebrativa. Lo slogan «Piombino 10 settembre 1943: nasce la Resistenza» fu coniato nel 1974, oltre trent’anni dopo i fatti.
La particolarità storica di Piombino non ha bisogno di primati: sta nell’alleanza nata in quelle ore fra popolazione, operai e reparti militari, capaci di costringere i tedeschi alla resa mentre gran parte dello Stato italiano si dissolveva.
La medaglia d’oro alla città
Nel 1973 Piombino ricevette la medaglia d’argento al valor militare. Per molti anni la città considerò quel riconoscimento insufficiente e portò avanti una lunga campagna per ottenere la medaglia d’oro. Il riconoscimento arrivò con il decreto del presidente della Repubblica, il livornese Carlo Azeglio Ciampi, del 28 luglio 2000. Sindaco era Luciano Guerrieri, alla cerimonia partecipò, come ministro della Difesa, anche l’attuale Presidente, Sergio Mattarella.
La motivazione ufficiale ricorda la popolazione che, «risolutamente», spinse i militari disorientati a organizzare la difesa e partecipò ai combattimenti accanto ai reparti dell’Esercito e della Marina. La medaglia non riguarda soltanto la notte del 10 settembre. Collega la battaglia alla successiva guerra partigiana e alla liberazione del territorio nel giugno del 1944.
Perché la storia cominciata nel porto di Piombino non si concluse con l’occupazione della città.
Continuò sulle colline, nelle fabbriche e nelle formazioni partigiane. Ma il suo momento più sorprendente resta quello in cui una comunità, rimasta senza indicazioni da uno Stato in fuga, decise autonomamente da quale parte stare.