PIOMBINO. Quasi tre ore di numeri, spiegazioni tecniche, investimenti e possibili soluzioni. Ma alla fine, dalla platea, arriva la domanda che probabilmente riassume meglio di ogni altra il senso dell’assemblea: «Quindi la pressione ce la ridate o no?».
La risposta di Asa è no.
Si chiude così, tra delusione e amarezza, il partecipatissimo confronto pubblico sull’emergenza acqua a Piombino, che mercoledì 9 settembre ha riempito il Centro Giovani. Un incontro chiesto dall’Amministrazione comunale al gestore dopo mesi di segnalazioni e disagi, soprattutto nei condomini più alti.
Da una parte i vertici di Asa, che hanno spiegato perché la riduzione della pressione sia considerata necessaria per proteggere una risorsa sempre più fragile e una rete in parte vetusta. Dall’altra cittadini e amministratori di condominio che quella scelta la vivono quotidianamente sulla propria pelle: rubinetti a secco ai piani alti, taniche portate su per le scale, difficoltà per lavarsi, fare il bucato o assistere persone anziane e allettate.
E in mezzo il Comune, che ora annuncia un nuovo confronto con Asa e amministratori condominiali.
Piombino, il faccia a faccia sull’acqua riempie il Centro Giovani
All’incontro hanno partecipato il sindaco Francesco Ferrari, il vicesindaco Luigi Coppola e gli assessori Gianni Fedeli, Pietraroja e Marco Vita.
Per Asa erano presenti il presidente Stefano Taddia, l’amministratore delegato Valter Cammelli e il direttore operativo Mirco Brilli.
Davanti a loro una sala gremita di residenti e amministratori di condominio, arrivati soprattutto per capire se e come sarà possibile risolvere i problemi di approvvigionamento che interessano diverse zone della città.
Ferrari ha aperto l’assemblea sottolineando la volontà del Comune di collaborare con il gestore, ma anche la necessità di portare direttamente ai vertici di Asa i disagi segnalati dai cittadini.

Asa: «La Val di Cornia è una delle aree più complesse per l’acqua»
Il presidente di Asa Stefano Taddia ha confermato la disponibilità dell’azienda a cercare soluzioni, partendo però da una situazione territoriale particolarmente difficile.
La Val di Cornia è stata indicata come una delle aree più complesse della Toscana, e non solo, sotto il profilo della risorsa idrica.
Ai problemi naturali della falda, caratterizzata anche dalla presenza di boro e arsenico, si aggiunge infatti uno sfruttamento storico della risorsa determinato da più fattori: industria siderurgica, agricoltura, consumi civili e approvvigionamento dell’Isola d’Elba, verso la quale dalla Val di Cornia vengono trasferiti circa 4 milioni di metri cubi d’acqua ogni anno.
Una pressione sulla falda che nel tempo ha contribuito anche all’avanzamento del cuneo salino, uno dei grandi problemi strutturali del territorio.

Asa triplica gli investimenti: il dissalatore dell’Elba e il nuovo progetto
«La risposta sta negli investimenti», ha spiegato Taddia.
Secondo i dati illustrati durante l’assemblea, Asa ha portato la propria capacità di investimento dai circa 20 milioni di euro del 2020 ai circa 60 milioni attuali.
Una delle opere strategiche è il dissalatore dell’Elba, la cui entrata in funzione dovrà progressivamente ridurre la quantità d’acqua prelevata dalla Val di Cornia per rifornire l’isola.
Ma nei programmi illustrati c’è anche un’altra prospettiva: un secondo impianto di dissalazione sul territorio di Piombino, pensato per affrontare nel lungo periodo sia il problema quantitativo sia quello qualitativo della risorsa.
È in questo quadro che Asa inserisce anche una delle scelte più contestate dai cittadini: la riduzione della pressione nella rete.
«Non abbiamo acqua neanche per lavarci i denti»

Le spiegazioni tecniche non sono però bastate a placare una platea che convive quotidianamente con il problema.
Particolarmente difficile è la situazione denunciata nei condomini più alti, tra cui quelli della zona di piazza della Costituzione.
Le testimonianze raccontano una quotidianità complicata.
«Non abbiamo acqua neanche per lavarci i denti», ha detto un residente.
Altri hanno raccontato di dover trasportare taniche d’acqua fino all’ottavo piano. C’è chi deve occuparsi di familiari allettati e chi, non riuscendo a utilizzare normalmente gli elettrodomestici di casa, è costretto a rivolgersi alle lavanderie a gettone.
È qui che lo scontro fra la lettura tecnica del problema e la vita quotidiana delle persone è diventato più evidente.

Asa: 2,5 bar sono sufficienti, ai piani alti servono le autoclavi
La posizione illustrata dal gestore è chiara: la pressione garantita, indicata in 2,5 bar, rispetta gli standard previsti.
Secondo Asa, quindi, quando questa pressione non consente all’acqua di raggiungere adeguatamente i piani superiori degli edifici, il problema deve essere affrontato attraverso gli impianti interni dei condomini, installando o adeguando sistemi di pompaggio e autoclavi.
Una risposta che ha aperto immediatamente un altro problema: chi paga?
Gli interventi negli edifici privati possono infatti avere costi rilevanti, soprattutto quando si tratta di condomini grandi o di impianti datati.
Durante l’assemblea è stata anche discussa la possibilità, avanzata da alcuni residenti, di realizzare una sorta di autoclave di quartiere in piazza della Costituzione.
Ipotesi che Asa ha però scartato, ritenendola difficilmente praticabile per costi, tempi, cantieri necessari e conseguenze tariffarie.
Né il gestore né il Comune, è stato spiegato, possono semplicemente finanziare interventi sugli impianti privati dei condomini.

Una rete lunga 4.700 chilometri e il problema delle perdite
Dietro la scelta di mantenere più bassa la pressione c’è anche un secondo grande problema: lo stato della rete idrica.
Asa gestisce complessivamente circa 4.700 chilometri di tubazioni, alcune delle quali risentono inevitabilmente dell’età e dell’usura.
Aumentare indiscriminatamente la pressione, secondo il gestore, significherebbe quindi sottoporre le parti più fragili della rete a maggiori sollecitazioni, con il rischio di incrementare rotture e perdite.
Durante l’incontro è stato indicato un livello di dispersione intorno al 42% dell’acqua immessa in rete.
Un numero rilevante, che deve però essere letto tenendo conto delle differenze fra territori, stagioni e quantità d’acqua immesse nei diversi settori della rete.

«Rifare tutto costerebbe un milione di euro a chilometro»
L’amministratore delegato di Asa Valter Cammelli ha messo sul tavolo anche il costo di un eventuale rifacimento sistematico della rete.
«Sistemare le tubature, rifare gli allacci e riasfaltare costerebbe un milione a chilometro», ha spiegato.
Considerando una vita media delle condotte indicata in circa 50 anni, la sostituzione viene quindi concentrata prioritariamente sulle situazioni considerate più compromesse.
Ma, secondo Cammelli, pensare di risolvere il problema semplicemente rifacendo contemporaneamente migliaia di chilometri di rete non sarebbe realistico neppure disponendo delle risorse necessarie: significherebbe affrontare tempi lunghissimi, cantieri diffusi e continue chiusure delle strade.
Da qui la strategia indicata dal gestore: sostituzione delle condotte più problematiche, controllo della pressione, riduzione dei consumi, ricerca delle perdite e diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

Il progetto da 207 milioni e la ricerca delle fughe occulte
Il problema non riguarda soltanto la quantità d’acqua disponibile, ma anche la sua qualità.
Tra le possibili strategie illustrate c’è la realizzazione di un nuovo dissalatore, per il quale è stato indicato un costo nell’ordine dei 207 milioni di euro.
Un’altra possibilità sarebbe quella di ricorrere maggiormente a bacini di accumulo, soluzione che presenta però un limite evidente in periodi caratterizzati da precipitazioni scarse.
C’è poi la battaglia contro le fughe occulte.
Una maggiore suddivisione e distrettualizzazione della rete permetterebbe di circoscrivere più rapidamente le aree nelle quali si verificano perdite, rendendo più efficace la ricerca e riducendo i tempi necessari per individuarle.
Ferrari: «I problemi dei cittadini sono reali»
Il sindaco Francesco Ferrari, al termine del confronto, ha ribadito che la complessità tecnica non può cancellare il problema vissuto quotidianamente dai residenti.
«Quando emergono problemi che riguardano un servizio essenziale come l’acqua, il compito dell’Amministrazione è ascoltare, verificare e pretendere risposte», ha detto.
Il Comune convocherà adesso un incontro con Asa e gli amministratori di condominio, con l’obiettivo di individuare un metodo di intervento.
«Comprendiamo la complessità tecnica e regolatoria – ha aggiunto Ferrari – ma le criticità segnalate dai cittadini sono reali. Come Amministrazione continueremo a seguire la questione con attenzione: a un servizio essenziale deve corrispondere un livello di efficienza adeguato».

Una task force nei condomini, ma la pressione non tornerà
Alla fine delle quasi tre ore di confronto, la soluzione operativa emersa è quella di una mappatura delle situazioni più critiche.
Una task force di tecnici Asa lavorerà insieme agli amministratori condominiali per analizzare caso per caso gli edifici nei quali il problema è più grave e capire quali interventi possano essere realizzati.
È un primo passo, ma non è la risposta che molti dei presenti speravano di ascoltare.
E a sintetizzare l’amarezza della sala è stata ancora una volta una domanda arrivata dalla platea:

«Ma quindi la pressione ce la ridate o no?».
La risposta è stata negativa.
Ed è su quel no che si è chiusa l’assemblea. Con i tecnici che difendono una scelta considerata necessaria per tutelare falda e rete e con i residenti che sono tornati a casa sapendo che, almeno per ora, dai loro rubinetti la pressione non aumenterà.

